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Sagarana A TOUGGOURT


Brano tratto dal romanzo L’immoralista


André Gide


A TOUGGOURT



 

(…) Chegga; Kefeldorh; M'reyer... tristi tappe su di una strada più triste ancora, interminabile. Confesso che cre­devo che queste oasi fossero più ridenti. Visi trovano solo pietre e sabbia; alcuni arbusti nani, stranamente fioriti; ogni tanto una piccola palma dissetata da una fonte nascosta... Adesso all'oasi preferisco il deserto, terra di gloria mortale e di splendore insostenibile. Lo sforzo dell'uomo vi appare brutto e miserando. Adesso ogni altra terra mi annoia.
«Tu ami ciò che è inumano», mi dice Marceline. Ma come osserva anche lei, e con quale avidità
Il secondo giorno, il tempo è meno bello; si alza il ven­to e l'orizzonte si oscura. Marceline soffre; la sabbia che respiriamo le brucia, le irrita la gola: la luce accecante le stan­ca gli occhi; il paesaggio ostile la fa molto soffrire. Ma ormai è troppo tardi per tornare indietro. Tra qualche ora saremo a Touggourt.
Quest'ultima parte del viaggio, che pure è ancora tanto vicina, la ricordo meno di tutte. Mi è impossibile adesso ritrovare nella memoria i paesaggi visti nel secondo giorno e ripensare a che cosa feci dapprima a Touggourt. Ma quello di cui mi ricordo ancora è la mia impazienza e la mia fretta.
Aveva fatto molto freddo al mattino. Verso sera si alza un simun infuocato. Marceline estenuata dal viaggio va a letto appena arrivata. Speravo di trovare un albergo un po' più confortevole; la nostra stanza è orribile; la sabbia, il sole, le mosche hanno sciupato, annerito, sporcato tutto. Poiché dal mattino presto non abbiamo mangiato più niente, faccio servire subito il pranzo; ma tutto sembra cattivo a Marceline e non riesco a convincerla a prendere qualcosa. Abbiamo portato con noi l'occorrente per fare il tè. Mi do da fare in questi futili modi. Ci accontentiamo, per il pranzo, di qualche biscotto secco e del tè, al quale l'acqua salata del posto ha dato un sapore disgustoso.
Per un'ultima parvenza di virtù, resto accanto a lei fino alla sera. E d'un tratto mi sento sfinito anch'io. O sapore di cenere! O spossatezza! Tristezza dello sforzo sovrumano! Oso appena guardarla; so bene che i miei occhi, invece di cercare il suo sguardo, si fisseranno con orrore sui buchi delle sue narici; l'espressione del suo viso devastato dalla sofferenza è atroce. Neanche lei mi guarda. Sento la sua angoscia come se la toccassi. Tossisce molto, poi si ad­dormenta. A tratti un brivido improvviso la scuote.
Durante la notte potrebbe peggiorare e, prima che sia troppo tardi, voglio sapere a chi potrei rivolgermi. Esco. Davanti alla porta dell'albergo, la piazza di Touggourt, le strade, l'aria stessa, mi appaiono così strane che mi chiedo se sono io a vederle. Dopo pochi minuti rientro. Marceli­ne dorme tranquillamente. Mi spavento senza ragione; in questa terra singolare si vedono pericoli dappertutto; è as­surdo. E, abbastanza rassicurato, esco di nuovo.
Sulla piazza c'è una strana animazione notturna; tutti camminano in silenzio; i barracani bianchi scivolano via segretamente. Il vento porta a tratti, da un luogo scono­sciuto, brani di musica strana. Qualcuno mi viene incon­tro... È Moktir. Mi aspettava, dice, e pensava che sarei uscito di nuovo. Ride. Conosce bene Touggourt, ci viene spesso e sa dove mi porta. Mi lascio condurre da lui.
Camminiamo nella notte; entriamo in un caffè more­sco; è da qui che usciva la musica. Alcune donne arabe stanno danzando, se si può chiamare danza questo mono­tono scivolare. Una di esse mi prende per mano; la seguo; è l'amante di Moktir; anche lui viene con noi. Entriamo tutti e tre nella stretta e profonda camera che ha come uni­co mobile un letto; un letto bassissimo, sul quale ci sediamo. Un coniglio bianco, rinchiuso nella stanza, si spa­venta dapprima, poi fa amicizia e viene a mangiare nella mano di Moktir. Ci portano il caffè. Poi, mentre Moktir gioca con il coniglio, la donna mi attira a sé e io mi abban­dono a lei come ci si abbandona al sonno.
Ah! a questo punto potrei fingere o tacere; ma a che co­sa mi serve questo racconto se non è più veritiero?
Torno solo all'albergo. Moktir resta laggiù per la notte. È tardi. Soffia un arido scirocco; è un vento che trasporta con sé la sabbia, torrido anche di notte, un vento che dà la febbre, acceca, taglia le gambe; ma d'un tratto ho una gran fretta di rientrare e torno quasi di corsa. Forse si è sveglia­ta; forse ha bisogno di me... No; guardo la finestra della sua camera e vedo che non c'è luce; dorme. Aspetto che il vento cessi un istante; entro pian piano nel buio. Cos'è questo rumore?... Non riconosco la sua tosse... E proprio lei?... Accendo.
Marceline è semisdraiata sul letto; con un braccio ema­ciato si aggrappa a una sbarra del letto, si tiene sollevata; le lenzuola, le mani, la camicia sono inondate da un fiotto di sangue; il viso è anch'esso tutto sporco di sangue; gli occhi sono orribilmente dilatati; qualunque grido disperato mi farebbe meno paura del suo silenzio. Cerco sul suo viso sudato un punto su cui posare un bacio terrificante; sulle mie labbra resta il sapore del suo sudore. La lavo e le rin­fresco la fronte, le gote. Sento qualcosa di duro sotto i piedi, accanto al letto; mi chino e raccatto la coroncina che ella mi chiese un giorno, a Parigi, e che ora le è caduta; gliela pongo nella mano aperta, ma la mano subito le si piega e la lascia cadere di nuovo. Non so che cosa fare; vor­rei chiedere aiuto... la sua mano si aggrappa a me dispera­tamente, mi trattiene; ah! pensa che io voglia lasciarla? Mi dice:
«Oh! Puoi aspettare ancora». Si accorge che io voglio parlare e aggiunge:
«Non dirmi niente; va tutto bene». Di nuovo raccatto la coroncina; gliela rimetto nella mano, che di nuovo s'ab­bassa inerte, lasciandola cadere. Mi inginocchio accanto a lei e stringo a me la sua mano.
Si abbandona sul cuscino, appoggiandosi sulla mia spalla, sembra dormire un poco, ma i suoi occhi restano spalancati.
Un'ora dopo, si risolleva; la sua mano si libera dalle mie, si stringe la camicia, si contrae e strappa il merletto. Soffoca. All'alba un nuovo sbocco di sangue...
Ho finito di raccontarvi la mia storia. Che cosa posso dire d'altro? Il cimitero francese di Touggourt è orrendo, quasi tutto corroso dalla sabbia... Ho impegnato quel po' di volontà che mi rimaneva a cercare di strapparla a quei luoghi angosciosi. Ora riposa a El-Qantara, nell'ombra di un giardino privato che le piaceva tanto. Da allora, sono passati solo tre mesi. Questi tre mesi hanno allontanato da me tutto questo; quasi fossero dieci anni. (…)




(Brano tratto dal romanzo Lìimmoralista, Garzanti editore, Milano, 1966. Traduzione di Eugenia Scarpellini.)




André Gide
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