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Sagarana I FIORI DI CASA TUA


Laura Moniz


I FIORI DI CASA TUA



 

Nella stazione di Padova, appena il treno iniziò a muoversi lentamente come fanno tutti i treni quando partono, come se avessero il timore che qualcuno corresse loro dietro per dire fermati, o che qualcuno sia rimasto bloccato tra la porta e l’uscita, o tra la porta e l’entrata, vidi, appeso a uno di quei pali di cui non conosco bene la funzione, un arco di rose bianche. Non avevo guardato il telegiornale. Sui binari c’è sempre qualcuno che muore di fronte al treno e c’è sempre qualcuno che lascia dei fiori vicino al punto della caduta. Sperai ancora che tu apparissi solo per dire resta ancora un giorno. Ti avrei detto: stavolta vengo con te a Stromboli. Una volta, alcuni anni fa, Clelia mi scrisse di Stromboli. L’idea che ho dell’isola è quella che mi ha dato lei. Un luogo pieno di specchi, dove i cocktail sono fatti d’acqua e gli amanti hanno sempre voglia di sudare per poi tuffarsi in mare e dire come tutti gli italiani questo è il mio mare, oppure ieri sono stato nel mio mare, o ancora il mio mare è il più bello di tutti. Più o meno allo stesso modo in cui tu dicesti che io ero il tuo paesaggio e adesso io credo di essere il tuo paesaggio, mare e montagne, e anche la tua strada quando attraversi il tuo paese da nord a sud.
Nella stazione di Padova, dicevo, vidi quelle rose bianche. Le rose bianche sono i fiori con cui ti coprirei per parlarti d’amore, dicesti. Il bar aveva il nome di una facoltà o il nome di un libro, quando dicesti che avrei dovuto scrivere questa storia se avessi voluto rivederti ancora. Allora dimenticai di scrivere il nome del bar. Avevo solo voglia di portarmi via come ricordo uno dei libri sugli scaffali, dei quali mi dicesti anche che non avrebbero mai potuto essere miei. Per essere miei, o tuoi, i libri avrebbero dovuto essere scritti da me. Lo dicesti di nuovo mentre mi portavi a Padova, ma quella volta avevamo lasciato i fiori bianchi della tua casa a ronzare impazziti per l’estate romana. E adesso casa tua è come un segreto. Ho dimenticato il suo nome affinché, se qualcuno me lo chiederà, nemmeno sotto l’effetto dell’alcool possa dire il suo nome. Perché quel verde, che fa crescere i fiori nel giardino di casa tua, non esiste in nessun altro posto. Neppure a Stromboli, ne sono certa, nonostante non ci sia mai stata, né con Clelia, né con te. Anche così, dopo esserci stata con te, non so quale profumo usi per poter entrare di nuovo in una profumeria e inventare una storia e coprirmi con il tuo odore. So che c’era del verde nei nostri bicchieri in quel bar. Per quanto tempo siamo rimasti lì? So che disegnasti la mappa del mio viso con il dorso della tua mano sinistra. Sai, in tutti i racconti scrivo sempre quale mano usa il personaggio. Se la mano destra o la sinistra. Disegnasti la mappa del mio viso e delle mie spalle, lentamente. E immaginai me statua e tu Pigmalione. Deve essere andata così. Lui le accarezzò il luogo in cui si trovavano i capelli di pietra, e la pietra si sorprese e tremò con la brezza notturna. Lui guardò la statua sorpresa e le diede un nome e mentre dava un nome al suo braccio il resto del corpo si svegliò. Se fossero stati in un bar, come noi sarebbe andata così. Ma so che, se rivedrò quei fiori bianchi, che non avevo mai visto in nessuna parte del mondo, vorrà dire che sono tornata a casa tua e che non partirò. Se i treni avessero arti e testa come noi, avrebbero fatto ciò che feci quella sera. Camminare dritta, senza guardarmi indietro, non perché non ti volessi guardare ma perché non potevo farlo, visto che eri a Padova, e perché in una città di santi, e nel tempio di Sant’Antonio, o in questo caso nella sua città, quando si parte non ci si può guardare indietro se si ha un desiderio. Così non perdiamo i nostri sogni. E, in questo caso, così avrei potuto rivederti. So che rimanesti a guardarmi, aspettando il mio sguardo. Ma conosci il motivo per cui i morti si smarriscono e gli amanti perdono la testa per aver cantato troppo il dolore. Fu per questo, soltanto per questo, che non ti guardai, quando guardarti sarebbe stato bellissimo, ma troppo breve.
Ma stavo dicendo che appena il treno inizio a muoversi vidi i fiori. Temetti che fossero i fiori di casa tua. Arrivai a pensare che li avessi lasciati lì di proposito, perché io sapessi in quel momento che non desideravi il mio ritorno. Perché avevo detto se questo non funziona voglio tutti i fiori di casa tua. Paura. Ebbi tanta paura che fosse così. A volte le persone si perdono per i motivi più assurdi. Resta solo il silenzio e il tempo tra loro. Tra noi sarebbero rimaste le rose, se i fiori di casa tua fossero stati rose.
 
Ma c’è una cosa che non ti ho detto. Sono passati alcuni mesi e non ho più preso il treno. Non sono più andata al Colosseo e non sono più passata nei luoghi dove mi chiedesti se avevo freddo, né nei luoghi dove dicesti che si celebrano matrimoni. Fu quando passammo vicino all’ambasciata del Portogallo, forse un po’ più in là, molto lontano dall’ambasciata, al mattino o di pomeriggio, sì, di pomeriggio, perché ci svegliammo dopo mezzogiorno, ricordi che avevo ancora voglia di sgranchire le mie gambe di marmo portoghese. Te ne stavi in silenzio e Francesco telefonò. Passammo senza fretta in una strada gialla e lenta. Fu lì che la vidi. Un’amica, quella che un tempo era un’amica. Per questo dicevo che le persone si perdono per i motivi più assurdi, a volte per un segreto, a volte perché sono arrabbiate, a volte a causa di uno sguardo. Quella volta sarà stato il mio sguardo, di nuovo. Un giorno, in un altro racconto, spiegherò cosa c’è nel mio sguardo che spaventa tanto le persone e le mette costantemente in fuga. Non lo so. So solo fatti come questi. Te li racconto qui, dopo aver creduto di non avere nient’altro da raccontare.
Lei era mia amica. Mi portava ciliegie che mangiavamo insieme a casa mia e cucinavamo pasta al pesto ogni volta che si pronunciava la parola pranzo. Per questo quando mi preparasti la cena io scelsi di nuovo pesto, perché era molto vicino a te. Così vicino, le nostre ombre unite. Quando una zanzara mi punse, lei mi portò la sua cipria. Altre volte mi guardava silenziosamente e mi diceva che aveva un segreto e che se me l’avesse svelato le avrei detto di andarsene. Sapevo che qualunque segreto è sempre un marchio di chi vive. Come dicesti quando la mia ombra stava per fuggire e tu la afferrasti e la lasciasti piangere tra le tue braccia. Fu in quel momento che sparirono sia la vergogna che il dolore. Ma lei non volle mai che abbracciassi la sua ombra. Così, quasi senza pensare, mentre parlavi con Francesco, la vidi scendere da un’auto. Si sistemò la gonna. Lì, in quella strada poco frequentata, con gli edifici in rovina, la vidi entrare nella sua ombra, mentre si sistemava la gonna. Poi il suo sguardo incontrò il mio. Inciampai senza volere nella sua ombra. Mi guardò in silenzio. Non dirò mai il suo nome. Anche lei sa che non dirò mai il suo nome. Mai più, assolutamente. Adesso non ho dubbi. È una questione di rispetto: nel mio mondo tutti meritano rispetto. Ed è anche una questione di dettagli. Disse che stava in Germania. Andava a Berlino perché voleva parlare un’altra lingua. Altre volte diceva vado con mia zia a Roma. Ci stava qualche mese, senza farsi vedere. Il suo cellulare smetteva di funzionare. Il campanello di casa sua suonava solo quando arrivava Stefano, o Selena, o anche Clelia oppure Simona. Ma lei, della quale non faccio il nome, dopo quel pomeriggio a Roma non si è più fatta viva. Parla con tutte le mie amiche. Con me non più, perché, senza volerlo, entrai nella sua ombra, o forse perché non ti dissi di fermarti lì in tempo per afferrare la sua ombra in modo che non vi cadesse dentro. Quando mi guardai indietro lei ricambiò lo sguardo. Fu l’ultima volta che la vidi. Fu l’ultima volta che vidi il suo sguardo. Giorni fa ho chiesto a Clelia se lei parlava già tedesco. Clelia mi disse che io sapevo che lei non era affatto portata per le lingue e che non riesce ancora a parlare inglese nemmeno dopo tutti i soggiorni a Londra, e neppure il francese, dopo tanti viaggi a Parigi. Tacqui. Solo tu puoi sapere che la vidi entrare nella sua ombra, solo tu puoi sapere che la sua ombra abita in una delle vie di Roma, molto lontano da casa tua, e che a volte, quando non è a Pisa, o quando il suo cellulare non funziona, lei si siede su un muretto, in un luogo appartato, dove talvolta passano auto come la tua, o come quell’auto grigia dalla quale scese. Poi, solo tu lo puoi sapere, lei e la sua ombra escono insieme e si infilano in quelle auto, e fanno ritorno insieme, e si aggiustano la gonna e si guardano intorno, temendo che qualche amica portoghese, o pisana, passi e la veda lì seduta, e la zia nell’ombra, che la inizia e la prepara per la notte.
Non sono tornata a Padova, i fiori devono essere seccati, e questa volta, quando rientrerò in casa tua, correrò in bagno, rovisterò nel tuo astuccio da barba e scoprirò il tuo profumo. E poi spargerò questi fogli sul tuo letto, queste parole, e ti chiederò di non darmi mai quei fiori e spiegherò ciò che ho fatto per tutti questi mesi senza di te. E tu solleverai la mano sinistra e scioglierai i miei capelli e con le tue lunghe dita da scultore disegnerai strade. Sai, fu proprio per superstizione. Quando il treno passò accanto a quei fiori li guardai con insolenza per perderli. E anche perché nessuno muoia più sui binari. Non darmi mai dei fiori. Mai, mai, mai. Bianchi, mai.




(Traduzione dal Portoghese di Alberto Taddei, con revisione di Vanessa Castagna.)




Laura Moniz è nata a Santo António da Serra, Isola di Madeira, Portogallo, nel 1967. Adotta, nel 2003, il nome Laura Moniz, dopo aver firmato altre sue opere come São Moniz Gouveia. Ha debuttato nella rivista Atlântico (1987) e ha partecipato a diverse opere collettive come Poet'Arte 90 (Funchal), Vers'Arte 91 (Funchal) e Ilha 4 (CMF, 1994). Compare nelle antologie: Poeti Contemporanei dell'Isola di Madera a cura di Giampaolo Tonini (2001), 10+1 Poetas para Estar a cura di Diego Martinez Lora (Editorial 100, 2004), Poesia no Porto Santo (PEN CLUB 2004), Nostalgia dei Giorni Atlantici a cura di António Fournier (2005), Contos Madeirenses a cura di Nelson Veríssimo (2005), Pontos Luminosos a cura di Diana Pimentel (2006), Sapori Incontri Fragranze a cura di Lorenzo Dugulin e Melita Richter, Cacit, Trieste (2006), La Battana (2007) e Fiorenza mia - Firenze e dintorni nella poesia portoghese d'oggi a cura di Piero Ceccucci (Firenze University Press, 2009) Ha collaborato con diverse riviste e giornali come JL-Jornal de Letras, Islenha, Margem 2, Diário de Notícias do Funchal, Tribuna da Madeira, Almanacco del Ramo d'Oro, Quaderni Acerbi... Opere pubblicate: Cartas para um tenente (Funchal 1996), O Templo Móvel (Porto, Campo das Letras, 2002), Lupus in Fabula ( Colecção "Livros de Cordel" n*10, 2002), A Musa das Coisas Pequenas (Funchal, Arguim, 2002), Cerejas - contos (Editorial 100, Vila Nova de Gaia, 2007) Hotel Paraíso (Funchal 500 anos, 2008)




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