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Sagarana ANDARE IN EUROPA


Brano tratto dal romanzo La bambina e il trombone


Antonio Skármeta


ANDARE IN EUROPA



 

(…) Sul mio quaderno di aritmetica avevo annotato i nomi delle barche che stavano all'ormeggio in porto. Do­po pranzo i pescatori schiacciavano un pisolino, poiché uscivano al mattino molto presto a gettare le reti in alto mare, oppure al tramonto, a seconda del pesce che intendevano pescare. Evitavano il mezzogiorno di Anto­fagasta, momento in cui si nascondevano dal sole persino i pesci. I figli dei pescatori restavano a bordo e agi­tando i remi proponevano ai passanti di andare a dare un'occhiata da vicino ai grandi transatlantici italiani, che prima di salpare per Callao regalavano ai turisti qualche ora di libertà. Gli europei facevano il bagno alla spiaggia dei Bagni Municipali e portavano costumi così ridotti che lasciavano trapelare la boscaglia dei riccioli pubici. I ragazzi della spiaggia delle Almejas li fo­tografavano e andavano a vendere le loro immagini all'uscita del liceo, spacciandole per materiale pornogra­fico svedese.
Le domeniche erano i giorni migliori e in ogni barca c'era un bambino che ci incitava a salire perché andassimo ad ammirare il Giuseppe Verdi o il Donatello. Avevo una lista di dieci nomi che pensavo di utilizzare quando mi avessero dato da svolgere una composizione sul mare e la campagna, tema prediletto dalla maestra di castigliano, che era emigrata da una regione piovosa del sud e nella siccità del nostro deserto aveva visto raggrinzirsi persino le ossa. Le barche si chiamavano: Piratal Rendo, Teschio pelato, Uncino di Nicolás, Gamba di legno, Sandokan l'avventuroso, Lupo dei sette mari, Ciclone del Pa­cifico, Terrore dei brasiliani, ma l'unica presente quel mar­tedì in cui stavo fuggendo era Pescecane delle Canarie; era governata da un ragazzo di undici anni che nel masti­care il suo chewing-gum spalancava la bocca in modo così esagerato che dalle sue tonsille ci poteva passare un transatlantico.
«Quanto vuoi fino alla nave?»
Guardò svogliatamente la bianca mole e disse con disprezzo:
«È molto lontana.»
«Non mi pare. Sta dove tutti i piroscafi gettano l'an­cora.»
«Non puoi prendere un'altra barca?»
«Dimmi una volta per tutte quanto vuoi.»
«Diciamo dieci.»
«Te ne do tre.»
«Diciamo cinque.»
«Te ne do quattro.»
«Andiamo.»
Mi tolsi le scarpe e tenendole in mano avanzai verso la barca. Posai lo zaino a poppa, feci un salto per evitare che le onde mi bagnassero la gonna e salii a bordo af­ferrandomi al braccio del ragazzo. Questi cominciò a remare e sospese la tortura del chewing-gum soltanto per indicarmi col mento di guardare in giù:
«Ti si bagneranno le mutande», disse.
Serrai le ginocchia, rossa di vergogna. Il ragazzo si mise a ridere e fece scoppiare una bolla di gomma. Quando fummo in prossimità della nave gli chiesi di avvicinare il Pescecane delle Canarie alla scaletta. «Che cosa vuoi fare?»
«Andare in Europa.»
«Sei matta!»
«Sei più matto tu a rimanere qui»
Saltai sulla piattaforma, gli diedi i quattro pesos e gli mostrai la lingua.
«Non contare su di me per tornare, stupida europea.»
Salii la scaletta con la stessa tranquillità dei condan­nati alla forca. Mentre avanzavo con lo zaino sulle spal­le, si faceva ai miei occhi sempre più gigantesca la figu­ra dell'uomo dall'aspetto di comandante che stava là in alto ad aspettarmi. La saliva mi si seccò in bocca e sen­tivo le lacrime accumularsi fra gli occhi e il naso. Giun­ta lassù, tentai di passare sgusciando accanto al gigante immacolato, ma lui mi fermò stringendomi le trecce con la sua manona. Mi disse qualcosa che non capii, indi­candomi rabbiosamente col dito il suo libraccio con la lista dei passeggeri. Alzai le spalle e feci per proseguire:
«Cilena?»
Dissi di no con la testa. L'omone fece un ampio gesto e guardò verso le colline della città:
«Antofogosto?», chiese.
Dissi di no con la testa e feci una smorfia di pianto.
«Mamma? Papà?»
Se esisteva nella mia vita qualcuno come mamma e papà, era giunto il momento che mi tirassero fuori dai pasticci. Avevo bisogno che mi mandassero un'ispira­zione, ovunque si trovassero. Per la prima volta capii quel che intendeva l'insegnante di religione quando ci diceva che bisognava pregare con fede. Un sentimento a un tempo di debolezza e di forza mi riempì d'aria i pol­moni, e una energia che posso definire soltanto divina mi spinse ad alzare il braccio, a stendere il dito indice con l'autorità di un giudice e a indicare verso l'interno della nave il punto in cui una coppia di europei stava scrutando col cannocchiale le colline del porto.
Il marinaio, confuso dalla mia determinazione, alzò la manona con la quale mi tratteneva sulla piattaforma e a­gitandola mi fece passare dicendo:
«Allez; allez
Decisi di allontanarmi di lì immediatamente, mi spo­stai a prua, posai lo zaino e mi sedetti a guardare la lan­cia a motore che stava riportando alla nave i passeggeri che avevano fatto l'escursione alla spiaggia.
L'Antonio Vivaldi di lì a poco avrebbe levato l'ancora e io dovevo cercare un posto dove nascondermi, per giun­gere in una regione qualsiasi del pianeta in cui non ci fosse quel traditore di mio nonno. Dalle mie lezioni di geografia sapevo che in direzione nord le navi si fermavano a Guayaquil, Panama e San Francisco. Forse sarei scesa in quest'ultima città, soltanto perché una volta a­vevo letto di un fantastico terremoto che l'aveva distrut­ta. Sapevo inoltre che a Oakland era vissuto Robert Louis Stevenson, l'autore dell'Isola del tesoro.
Di che cosa mi sarei nutrita?
Sulla nave non avrei potuto pescare granchi. Avrei do­vuto far durare un mese la mela e l'arancia.
Con disciplina.
Uno spicchio di notte. Un morso di giorno.
E la sete? Quando fossimo arrivati in Ecuador, sareb­be scoppiata una tempesta tropicale. Avrei bevuto acqua caduta dal cielo. Gli angeli mi avrebbero benedetto. Avrebbero pisciato sulle mie gengive una delicata pioggia d'argento e io avrei saputo ringraziare della loro bontà il papà e la mamma. (…)






Brano tratto dal romanzo La bambina e il trombone, Garzanti editrice, Milano, 2002. Traduzione di Irina Bajini.




Antonio Skármeta
Esteban Antonio Skármeta nasce il 7 novembre 1940 a Antofagasta, nel nord del Cile. Inizia a scrivere a 9 anni, ma le sue prime prove letterarie vengono distrutte dall'autore. Alla fine degli anni Sessanta pubblica una raccolta di racconti, El entusiasmo e nel 1969 vince il premio Casa de las Américas con il saggio Desnudo en el tejado. Lasciato il Cile nel 1973 in seguito al colpo di stato contro il governo di Salvador Allende, vive per un anno in Argentina, dove pubblica la raccolta di saggi Tibro libre, e si trasferisce successivamente a Berlino dove insegna sceneggiatura all'Accademia di cinema e televisione e sposa Nora, una ragazza tedesca dalla quale ha due figli. Nel 1975 pubblica il primo libro dell'esilio, Sognai che la neve bruciava (Feltrinelli 1976), e cinque anni dopo il romanzo breve Non č successo niente (Garzanti), sull'esilio visto con gli occhi di un adolescente. A metŕ degli anni Ottanta scrive il romanzo Il postino di Neruda (Garzanti), nato inizialmente come uno spettacolo teatrale. Finita la dittatura, nel 1989, torna a Santiago e inizia a lavorare per il cinema e la televisione. Nel 1999 pubblica un nuovo romanzo, Le nozze del poeta (Garzanti), cui segue nel 2001 La bambina e il trombone (Garzanti). Dal 2000 č ambasciatore del suo paese in Germania.




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