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Sagarana UN UOMO INTERO


Edlira Seferi


UN UOMO INTERO



 

Quella mattina sono andata al lavoro più presto del solito e per mia sfortuna, mentre entravo nella camera dove dormiva Mariano, l'ho visto sul letto mezzo nudo, magro, secco fino all'osso, con una gamba stecchita e l'altro arto amputato fino alla coscia. Era abbandonato nelle mani delle operatrici, le quali gli stavano facendo il bagno del mattino. Mi sono sentita congelare, perché volutamente non l'avevo mai guardata, quella gamba amputata. Perché non avevo mai scordato il modo in cui lui mi descriveva la sua operazione da macello. Mi aveva raccontato che in ospedale gli avevano fatto l'anestesia epidurale. Così, sfortunatamente, egli aveva seguito il suo massacro con i suoi occhi, aveva sentito tutto. Le parole dei medici, aveva visto i movimenti che facevano, gli attrezzi che usavano. E aveva avuto troppa paura. Ma ciò che mi aveva toccata di più e mi aveva fatto rabbrividire il cuore era stato il momento in cui egli mi aveva parlato di come il tempo più lungo si consumava con seghe elettriche, un martello grosso, i quali colpivano senza sosta quell'osso, grande, del femore, che non voleva mai staccarsi dal suo corpo, dalle cellule dell'insieme. Quella gamba non voleva perdersi come se non fosse mai esistita.
Mariano sapeva che quei colpi erano la sua salvezza, ma la paura lo faceva più a pezzi del martello. Non capiva dove si trovava, se nella parte che ancora riusciva a percepire tutto oppure in quella che stava cadendo a terra. Era una sensazione di premorte vissuta online. I medici erano tranquilli, come se stessero prendendo un caffè. Amputavano così tante gambe nell'arco di un solo giorno che quasi erano diventati boscaioli e falegnami sanitari; tutti aspettavano l'arrivo di altri pazienti diabetici, per staccare gambe marce a causa della cancrena, per salvare il respiro.
Colpo dopo colpo Mariano sentiva un pezzo meno, aveva come l'impressione che il sangue infettato mandasse un segnale al cuore, un black aut, un vuoto, una vera e propria perdita irrecuperabile. Non aveva la forza neanche di piangere, dallo shock. A causa di quel destino che lo fregava pezzo dopo pezzo, perché aveva perso ormai anche quasi tutte le dita dell'altro piede. Quando si era svegliato piangeva disperato come una vite tagliata, urlava come un lupo nella neve della sua malattia, per la fame di salute. Era curioso di toccare la gamba, di consolare la parte sanguinante, ma ormai la coscia era già sistemata, cucita dai sarti, la pelle era tagliata più lunga della gamba, era rimasto come un orlo, come una federa di pelle, come un ricamo tragico. Non si vedeva nulla, tutto era tamponato come un perfetto inganno, la parte cucita aveva preso ormai la forma della pianta del piede mancato, solo che si era spostato più in su. Solo era meno luminosa e aveva pure i peli, una novità che prima non c’era. Mariano si consolava pensando che almeno ora i dolori atroci non li aveva più, la parte sana che era rimasta gli dava un po' di pace.
Ormai Mariano era tutto ciò che di un uomo rimane. Aveva perso il gusto di vivere la vita, aveva smesso di esistere, aveva il buio negli occhi e non vedeva più. Anche quando veniva imboccato per mangiare il cibo gli faceva sì venire la bava alla bocca, come un cavallo quando mangia le mele, ma in maniera diversa, con una sorta di mancanza di appetito. Qualche volta, mentre stava sulla sedia a rotelle, non controllava più la sua mimica facciale e all'improvviso la dentiera gli cascava sui bronchi, sul petto, come perle di impotenza vitale, come gradi e distintivi di un'esistenza sprecata e sfortunata. Era piacevole quando lo stimolavamo. E l'unico argomento che gli faceva brillare un sorriso all'angolo della bocca, con quel poco di energia che ancora gli rimaneva, erano le donne. Egli le adorava, le usava, le amava fortemente a modo suo, un po' come uomo, un po' come maschio, e così contemplava questa grande passione per la specie che egli riteneva più bella in assoluto, la femmina.
Sua moglie era sempre stata una depressa perenne, non gli aveva mai dato l’amore, quell'affetto famigliare, quel tavolo piacevole, il cin cin degli auguri nel corso degli anni che avevano trascorso assieme, quel letto caldo e profumato… Tutto ciò, comunque sia, Mariano lo trovava nel corpo, nell'anima e nello sguardo delle sue amanti, nel sapore di vino, nel fumo amichevole e furbo delle sigarette. Questa era la sua vita, “Una vita mandata a puttane!”, come diceva spesso lui.
Passarono alcuni mesi, ma anche l’altra gamba stava peggiorando. La cancrena stava guadagnando territorio, spostava il confine del corpo verso il cuore, che era rimasto solo, come un'unica isola di vita in questo travaglio infedele. Tutti i giorni lo medicavano, lo bombardavano con gli antibiotici veleno, lo incoraggiavano ripetendogli che magari in futuro avrebbe potuto usare le protesi e tornare normale, che avrebbe potuto camminare tranquillamente come prima.
Ma Mariano era acceso come una candela da tutte e due le parti: da un lato la cancrena camminava come la miccia della dinamite, mentre dall'altro il corpo sentiva l’esplosivo finale.
Lo ricoverarono di nuovo. La gamba stava peggiorando, stava trasmettendo notizie horror al cuore, l'infezione non scherzava e questa volta si doveva agire in fretta. Lo prepararono in sala operatoria, ma questa volta Mariano chiese al dottore di fargli l'anestesia totale, perché di guardare un altro documentario atroce del taglio dell'unico albero che gli era rimasto non ne aveva più la forza. Voleva dormire, dormire e non sentire più nulla, la curiosità per i colpi di mani addestrate non lo interessava più. Questa volta era curioso di perdere tutto in silenzio, senza dolore, senza vedere. Gli piaceva il sonno dolce dell'anestesia, come una bella passeggiata nei corridoi di sogni mai compiuti. Dopo sarebbe stato un sonno diverso, un sonno con la metà del corpo, leggero come peso, ma pesante come perdita. Fu come tuffarsi in un bel bagno di luce…
Continuò così il lungo sonno di Mariano.
Il giorno del suo funerale, vicino alla sua bara, in fondo era stata sistemata un'altra piccola scatola, la quale attirava l’attenzione di tutti. Si chiedevano incuriositi le persone e i conoscenti “Ma cos'è?”. Quasi avevano dimenticato la salma, vedendo questa strana scatola che rimaneva fedele a Mariano dovunque lo spostassero. Si domandavano se forse, prima di morire, egli avesse lasciato scritto qualche desiderio. O se magari avesse voluto fare come i faraoni, i quali hanno sempre avuto l'abitudine di portare del cibo, dei soldi, del vino con sé nella tomba. Quali erano gli ingredienti di questo contenitore attaccato morbosamente a lui?
Dopo una pioggia di domande dal mondo vivo si scoprì che dentro quella scatola senza vita stavano, così secche, nere, con il sangue congelato da un po', le gambe di Mariano. Erano contente perché ora non si sentivano più sole, non avevano più paura, neanche freddo. Finalmente in questo regno di uguaglianza si trovavano insieme, e per sempre, con la loro altra metà, con il loro padrone.
Il peso di quei due contenitori insieme formavano un unico uomo, comunicavano tacendo con la loro lingua intima, le cellule si univano alle cellule, la luce raccoglieva tutto e formava un sorriso eterno. Finalmente, anche tra la popolazione dove Mariano adesso si trovava, non era con la sedia a rotelle, ma era un uomo intero. Era un vero uomo morto. Finalmente la sua massacrata dignità era sistemata. Adesso era pace. Adesso era un ritrovarsi dopo la perdita.




Edlira Seferi: Sono nata il 28 marzo del 1970 a Durazzo, in Albania, dove la povertÓ, la dittatura e l'ingiustizia mi nutrivano di amore per la letteratura, l'arte e la poesia. Mi sono laureata presso la facoltÓ di Lettere e Filologia dell'universitÓ di Tirana e ho lavorato come insegnante alla scuola superiore di Durazzo. Ho interrotto gli studi alla facoltÓ di Giurisprudenza per emigrare nel 1999 in Italia. Vivo a Lucca e lavoro come imprenditrice nell'ambito del sociale. Continuo a navigare nelle acque della poesia e narro la veritÓ della vita attraverso me stessa.




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