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Sagarana COLUI CHE SI SOLLEVA


Brano tratto dal saggio Indignados


Enrique Dussel


COLUI CHE SI SOLLEVA



 

(…) I cambiamenti storici presenti ci obbligano a pensare tutto di nuovo. E la gioventù è la più adatta a questo, perché è nuova.
Abbiamo indicato che il liberalismo ci ha abituati a considerare come soggetto della politica l’individuo libero. Tuttavia, tanto Ch. Peirce come K.-O. Apel o J. Habermas, ma molto più i costumi ancestrali di Africa, Asia e America latina, pongono nell’origine la comunità, l’attore collettivo che dagli antichi clan o tribù passò per numerose etnie, fino ad organizzare città. Tutte avevano istituzioni consuetudinarie come punto di partenza, cioè un contratto implicito o esplicito, che formava parte della loro vita quotidiana, culturale, politica. Quando gli oppressi ed esclusi in questi sistemi socio-politici storici prendevano coscienza critica della loro situazione, nasceva l’attore collettivo che si sentiva responsabile della trasformazione storica, unificando i gruppi, movimenti, settori, intorno a nuovi progetti egemonici. Era il popolo come un blocco storico che irrompeva per cambiare lo stato delle cose e rinnovare le strutture istituzionali, sia con una rivoluzione pacifica sia con mezzi coattivi sufficienti e proporzionali a quelli che si usavano per l’oppressione. Il popolo è oggi colui che si solleva in Egitto, Tunisia, Madrid, Atene … È un blocco sociale impoverito, pieno di gioventù e “indignazione”, che desidera impegnarsi per cambiare le cose.
Arriviamo al tema centrale delle mobilitazioni presenti. Alcuni pensano che le istituzioni politiche sono sempre repressive o dominatrici. La Comune di Parigi del 1871 è il migliore esempio, nell’immaginario, dell’anarchismo. Si nega la democrazia rappresentativa, della quale spiegava la struttura John Stuart Mill nel 1868 nella sua opera Osservazioni sulla democrazia rappresentativa. Alcuni dei padri fondatori del sistema democratico nordamericano temevano la democrazia reale, e per questo inventarono una
democrazia rappresentativa molto speciale (dove le élites scelgono i candidati dei partiti e il cittadino li conferma). È per questo che tra gli “indignados” della Plaza del Sol si chiedono alcuni fi no a quando potranno continuare a riunirsi. È possibile un’assemblea perpetua nel tempo?
Le moltitudini di Piazza del Tahrir dovettero, tempo fa, togliere il loro “accampamento”, tornare alle loro case, fi dandosi dei militari. Ma dato che non facevano nulla, sono tornati nella Piazza, e adesso sono stati repressi violentemente con più di mille feriti. Rimanere sempre, qualche tempo, o lasciare la Piazza per tornare alla quotidianità dell’oppressione e alla menzogna di una rappresentanza, benché sia parlamentare, ogni volta più attaccata dalla corruzione e praticata come monopolio dispotico dell’esercizio del potere politico feticizzato!
Democrazia o invenzione di un altro sistema politico? E se difendiamo la democrazia, si apre un nuovo dilemma: democrazia rappresentativa o democrazia partecipativa? Questi antagonismi forse, per la loro formulazione parziale, presentano fallacie riduttiviste, false antinomie che desideriamo problematizzare, perché è la questione centrale da discutere collettivamente nel movimento degli “indignados”.
È necessaria l’indignazione, ma immediatamente si deve mettere in pratica come partecipazione democratica, che è come l’altro braccio della democrazia. La rappresentanza è necessaria e anche la partecipazione. Ma la partecipazione senza organizzazione, senza una certa istituzionalizzazione, è spontaneismo. Un movimento puramente spontaneo, come quell’“avvenimento” così come lo descrive A. Negri in Impero, grandi manifestazioni di massa come a Seatle, Barcellona o Cancun, senza previa organizzazione, senza potere prevedere la loro eruzione, e senza potere stabilire una continuità nel tempo, nella sopravvivenza quotidiana delle reti, durante giorni, settimane, mesi, anni, si dissolvono
in poco tempo. È una politica senza continuità, senza potere incidere realmente nella storia. Nella sua essenza è una chiamata a tornare all’isolamento anonimo, solitario; al ricordo di un gran momento il cui vissuto ci riempie di nostalgia, ma che non consiste in potere esigere e controllare la rappresentanza, che ci precede e ci segue nei processi. Evitare il ritorno alla normalità per impedire ciò che già vediamo in Egitto. Le moltitudini che depongono Mubarak sono, mesi dopo, represse violentemente dall’esercito
che essi rispettarono come il nuovo arbitro, sapendo (o volendo ignorare) che esso era stato prima con A. Nasser, con Sadat e con lo stesso Mubarak. Non si deve perdere la memoria! Però lo spontaneismo non ha buona memoria, né archivi, né storia, bensì consiglia l’irruzione intempestiva e la creatività senza disciplina alcuna, per fare posto alla pura creatività. Creatività, ma non caos puramente negativo,
nichilista. Dal puro caos originario non può emergere il nuovo ordine, bensì dall’ordine, che crolla per la crisi, si produce il caos creativo verso il nuovo ordine. Non è il piacere del caos per il caos, che origina la critica, ma è la responsabilità di fronte al disordine ingiusto. L’ordine ingiusto esige il caos come origine di un nuovo ordine più giusto. Non è la dissidenza per la dissidenza; bensì la dissidenza che sorge contro il consenso dominatore, come fondamento di un futuro consenso legittimo migliore.






Brano tratto dal saggio Indignados, a cura di Antonino Infranca. Casa editrice Mimesis, collana Eterotopie, Milano 2012.




Enrique Dussel
Enrique Domingo Dussel Ambrosini, nato a La Paz, Mendoza, in Argentina nel 24 dicembre del 1934, uno scrittore e filosofo argentino-messicano.




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