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Sagarana BENVENUTI AL MANICOMIO


Chris Hedges


BENVENUTI AL MANICOMIO



 

Quando una  civiltà si avvia verso la morte incomincia ad impazzire. Lasciate pure che si sciolgano i ghiacci del Polo Nord. Non importa che aumentino le temperature. Non preoccupatevi se avveleniamo l’aria, l’acqua e la terra. Non badate al fatto che stanno morendo le foreste. Non allarmatevi se gli oceani vengono svuotati di vita. Lasciate pure che si combatta una guerra inutile dopo l’altra. Non c’è da preoccuparsi se le masse perdono il lavoro  e vengono spinte verso la miseria più estrema mentre le classi abbienti, ubriache di edonismo, accumulano grandi fortune sfruttando, speculando, imbrogliando e rapinando. Alla fine, è come se a quella civiltà venisse staccata la spina. Viviamo in un’epoca in cui fanno notizia la gravidanza di Snooki, il video porno di Hulk Hogan e la smentita da parte di Kim Kardashian di essere la donna nuda che prepara le uova al tegamino  in una foto che circola in Internet. I politici, compresi i presidenti, si prestano a gag in programmi presentati da comici imbastendo campagne politiche  su temi quale la creazione di colonie sulla luna. Ne “Il castello dei rifugiati”, Celine scrive che , “A volte quando si gira pagina,  quando la storia riunisce  tutti i pazzi, apre le sue Epiche Sale da Ballo! E allora, un turbinio di teste e cappelli! Via le mutande, lanciatele in mare!”
Nell’ultimo atto dell’impero, la corsa sfrenata per l’accumulo di sempre maggiori ricchezze  da parte delle elite, osservava Marx, non è che una versione moderna  di feticismo primitivo. Poiché è in netta diminuzione la base da sfruttare, questa ricerca porta a un aumento costante della repressione e della sofferenza umana, a un collasso dell’infrastruttura e infine alla morte collettiva. Ci vengono additati come esempi di intelligenza, successo e progresso da imitare persone che si nutrono di illusioni,  frequentatori di  Wall Street o elite politiche, personaggi che ci intrattengono e ci informano, gente a cui manca la capacità di interrogarsi sui desideri smodati che ci garantiscono l’autodistruzione.  Secondo i calcoli dell’Organizzazione Mondiale della Salute negli Stati Uniti una persona su quattro è affetta da ansia cronica, disturbi dell’umore o da depressione –tutte reazioni che sembrano una risposta normale alla marcia verso il suicidio collettivo in cui ci siamo avviati. Benvenuti al manicomio.
Quando gli elementi di base che sostengono la vita vengono ridotti a denaro la vita cessa di avere un valore intrinseco. L’unico contrappeso ideologico a un’ideologia capitalista divoratrice di sé stessa è stato rimosso con l’estinguersi delle “società primitive”, quelle definite dallanimismo e dal misticismo, dalla celebrazione dell’ambiguità e del mistero, dal rispetto per  la centralità dell’immaginazione umana. Chi, come gli Indiani d’America, non era disposto a rinunciare  a tali convinzioni pre-moderne,  chi insisteva a strutturarsi  attorno a una vita comunitaria e all’auto-sacrificio piuttosto che all’accumulo e allo sfruttamento salariale non poteva trovare spazio all’interno dell’etica di sfruttamento capitalista, del culto dell’Io e della brama di espansione imperiale. All’allegorico era necessario contrapporre il prosaico. Ma se vogliamo sopravvivere, per interrompere la corsa verso il collasso dell’ecosistema del pianeta non ci rimane altra scelta che ripristinare questa visione più antica della vita.
Come tutte le guerre combattute dai colonialisti di tutto il mondo, la guerra contro la popolazione indigena aveva come scopo non solo l’annientamento di un popolo ma anche la distruzione di  un’etica che gli faceva concorrenza. Questa più antica forma comunitaria era antitetica e ostile sia al capitalismo sia al primato dello stato tecnocratico e ai requisiti dell’impero. Marx , che aveva percepito questa lotta in corso tra i due sistemi filosofici, aveva dedicato i suoi “Quaderni etnologici” ad una serie di osservazioni derivanti dalla lettura di opere scritte da storici e antropologi. Annotando tradizioni, pratiche, strutture sociali, sistemi economici e credenze di numerose culture indigene bersaglio di distruzione all’epoca, Marx si era soffermato da un lato su dettagli arcani delle formazioni sociali tra le popolazioni indigene dell’America del Nord, ma aveva anche messo in rilievo il fatto che “le terre erano di proprietà comune delle tribù, mentre le abitazioni [erano] di proprietà comune degli abitanti”. Sugli Aztechi scrisse, “ La terra era di proprietà comune, vivevano in grandi case composte da un certo numero di famiglie imparentate tra di loro.” Proseguendo scrive, “… [c’è] ragione di credere che  vivendo nella stessa casa praticassero il comunismo .” Gli indiani d’America, specialmente gli Irochesi fornirono un esempio di governo per le colonie americane che si stavano federando e offrirono anche un modello che si rivelò vitale alla visione del comunismo di Marx ed Engels.
 
Sebbene Marx avesse ingenuamente riposto fede nel potere dello stato di creare l’utopia dei lavoratori minimizzando nel contempo l’importanza di forze sociali e culturali al di là di quelle economiche, era pienamente consapevole del fatto che, con la distruzione delle società pre-moderne, si stava perdendo qualcosa di essenziale alla dignità e all’indipendenza umana.  Come descriveva Marx, l’assemblea irochese delle Gens nella quale gli indigeni si riunivano  per essere ascoltati, come accadeva nell’antica Atene, era “un’assemblea democratica in cui ogni maschio e ogni femmina adulti poteva esprimere la propria voce sugli argomenti presentati”. Marx aveva lodato la partecipazione attiva delle donne negli affari della tribù osservando che, “ Alle donne [era concesso] esprimere i propri desideri ed opinioni attraverso un’oratrice da loro eletta. Le decisioni erano prese dal consiglio. Presso gli Irochesi, l’unanimità era una legge fondamentale di qualsiasi atto consigliare.” Alle donne del continente europeo e delle colonie non era accordato alcun potere equivalente.
Ricostruire questa visione antica di comunità basata sulla cooperazione e non sullo sfruttamento sarà importante alla nostra sopravvivenza quanto cambiare il modo in cui consumiamo, coltiviamo prodotti agricoli a livello locale o mettiamo fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili. Le società pre-moderne di Toro Seduto e di Cavallo Pazzo –sebbene non sempre società idilliche, anzi a volte anche crudeli, con pratiche di mutilazione, tortura  e l’esecuzione sommaria dei nemici prigionieri- non subordinavano il sacro al tecnologico. Le divinità che adoravano non erano al di fuori o separati dalla natura.
Nella filosofia del 17esimo secolo europeo e nell’Illuminismo veniva esaltata la separazione degli esseri umani dal mondo naturale, convinzione riaffermata dalla Bibbia. Secondo la società industriale dell’Illuminismo il mondo naturale e le culture pre-moderne che vivevano in armonia con esso erano solo degni di sfruttamento. Cartesio, ad esempio, argomentava che fosse  dovere dell’umanità sfruttare al massimo la materia per qualunque uso. Nel linguaggio religioso dei Puritani il mondo selvaggio venne a identificarsi con quello satanico e quindi andava cristianizzato e domato. Nel libro  “Regeneration through Violence” (La rigenerazione attraverso la violenza), lo studioso Richard Slotkin afferma che l’imposizione di un ordine tecnico ebbe come conseguenza “il primato dell’ intraprendente uomo occidentale, dello speculatore, del banchiere spericolato”. “ David Crockett prima e George Armstrong Custer dopo”, osserva sempre Slotkin, “divennero eroi nazionali definendo l’aspirazione nazionale in termini di quanti orsi erano stati uccisi, quanta terra era stata liberata, quanti alberi erano stati abbattuti, quanti Indiani e Messicani giacevano cadavere nella polvere”.
Oggi assistiamo all’implosione di un progetto impazzito, quello di un’espansione capitalista illimitata, consumi sfrenati, sfruttamento e crescita industriale insensati. La cecità verso le ramificazioni di questa furia autodistruttiva dimostrata dagli imbroglioni a capo delle grandi imprese e delle banche eguaglia quella di Custer, degli speculatori della corsa all’oro del Wild West, dei magnati che costruirono le ferrovie nel 19 secolo. Tutti costoro si appropriarono delle terre indiane, ne uccisero gli abitanti, massacrarono le mandrie  di bisonti e abbatterono le foreste. Oggi i  loro eredi combattono guerre in tutto il Medio Oriente, contaminano i mari e tutte le acque, rovinano l’aria e il suolo, giocano d’azzardo sulle merci mentre metà del globo affonda nell’abisso della miseria. Nel versetto 17:13 del Libro della Rivelazione, o Apocalisse si parla di uomini che rincorrono “un unico scopo e daranno la loro potenza ed autorità alla bestia”. Potrebbe corrispondere all’attuale fissazione per il profitto. 
Con la fusione tra progresso tecnologico e progresso umano si arriva a una sorta di auto-adorazione. Pur essendo la ragione in grado di provvedere i calcoli, la scienza e le innovazioni tecnologiche necessari alla civiltà industriale, essa non è capace di metterci in contatto con le forze della vita. Una società che perda la capacità di mantenere un legame alla sacralità, a cui manca il potere dell’immaginazione umana, che non sia in grado di mettere in pratica l’empatia finisce per garantirsi la propria distruzione. I nativi americani capivano che esistono poteri e forze che non saremo mai in grado di tenere sotto controllo ma che abbiamo tuttavia il dovere di  onorare. Come gli antichi Greci, sapevano che, per la razza umana,  l’hybris è la più fatale delle maledizioni. Questa è la lezione che in tutta probabilità dovremo imparare sulla nostra pelle, a costo di sofferenze terrificanti.
 
Ne “La Tempesta” di William Shakespeare, Prospero finisce naufrago su un’isola di cui diventa padrone assoluto dopo aver  ridotto in schiavitù il ‘mostro’ Calibano. Per arrivare a ciò impiega le fonti di potere magico espresse in Ariel, spiritello  composto di fuoco e aria. Come Shakespeare ben sapeva, le forze scatenate sui luoghi selvaggi dell’isola avrebbero potuto condurre verso il bene se fossimo in grado di esercitare l’autocontrollo e nutrissimo riverenza per la natura. Ma le stesse forze avrebbero anche potuto spingerci verso un male feroce e inumano poiché poche sono le restrizioni  in grado di contrastare saccheggi, stupri, omicidi, avidità e potere. Secoli dopo, in un romanzo ambientato in un avamposto dell’impero, Joseph Conrad avrebbe raccontato il medesimo stato di inebriamento per la barbarie.
Nel libro “La società antica”, l’antropologo Lewis Henry Morgan che nel 1846 era stato ‘adottato’ dai Seneca, una delle tribù che facevano parte della confederazione irochese, scrisse dell’evoluzione sociale degli Indiani d’America. Marx osservò, con approvazione, nei suoi “Quaderni etnologici” l’insistenza da parte di Morgan sull’importanza storico-sociale attribuita all“l’immaginazione, quella stupenda facoltà che così grandiosamente contribuisce all’elevazione dell’umanità”.  Come fa notare  lo studioso di Shakespeare, Harold C. Goddard, l’immaginazione “ non è costituita né dal linguaggio della natura né dal linguaggio degli uomini, ma da entrambi allo stesso tempo, è il mezzo di comunione tra i due… L’immaginazione è l’eloquio degli elementi in tutti i sensi, nel primo e nell’ultimo, dell’uomo primitivo e del poeta” .
Lo stato moderno, quello delle grandi imprese e delle banche, sta costantemente erodendo, fino a distruggere, tutto ciò che ha a che vedere con la bellezza e la verità, cioè quegli elementi che hanno un grande potere di trasformazione. L’arte. L’istruzione. La letteratura. La musica. Il teatro. La danza. La poesia. La filosofia. La religione. Il giornalismo.. Nessuna di queste discipline è degna del sostegno o di compenso da parte dello stato.  Questi sono tutti  interessi che perfino nelle università vengono tacciati di scarsa praticità. Eppure è solo attraverso ciò che manca di praticità, attraverso ciò che rafforza l’immaginazione che sarà possibile  operare il salvataggio della specie. L’universo prosaico degli eventi che fanno notizia, la raccolta di dati scientifici e di fatti, le statistiche della Borsa e la sterile registrazione di atti come storia non ci consentono di capire quell’eloquio degli elementi che forma l’immaginazione. Non saremo mai in grado di penetrare il mistero della creazione o il significato dell’esistenza se non riusciamo a recuperare questo linguaggio più antico. La poesia indica agli esseri umani la propria anima, scriveva Goddard, “ proprio come uno specchio gli rivela la faccia”. E sono appunto le nostre anime che la cultura dell’imperialismo, degli affari e della tecnologia cerca di schiacciare.
 
Walter Benjamin sosteneva che il capitalismo non è solo una formazione  “condizionata dalla religione”, ma che si tratta addirittura “essenzialmente [di] un fenomeno religioso” sebbene non cerchi più di mettere in contatto gli esseri umani con le forze misteriose della vita. Il capitalismo, osservava Benjamin, faceva appello alle società umane perché intraprendessero un’incessante ed inutile ricerca di merci e denaro. Tale ricerca, avvertiva Benjamin, serve a perpetuare una cultura all’insegna della colpa, di un senso di inadeguatezza e di disprezzo per sé stessi. Riesce a rendere schiavi quasi tutti gli aderenti attraverso il salario, l’asservimento alla cultura delle merci e del debito. Le sofferenze che il sistema inflisse ai Nativi Americani una volta ultimata l’espansione ad occidente, vennero quasi subito trasferite ad altre popolazioni, a Cuba, alle Filippine, alla Repubblica Dominicana, al Vietnam, all’Iraq e all’Afghanistan. I capitoli conclusivi di questo triste esperimento della storia umana ci vedranno sacrificati qui sul suolo statunitense nella stessa misura in cui sono state sacrificate le popolazioni ai margini estremi dell’impero. In tutto questo c’è una sorta di giustizia. Come nazione abbiamo ricavato profitto da questa visione demente, siamo rimasti passivi e silenziosi quando avremmo dovuto denunciare i crimini commessi in nostro nome e adesso che siamo alla conclusione dei giochi affonderemo tutti insieme.






Articolo tratto da Truthdig, 30 aprile 2012. Traduzione di Pina Piccolo.




Chris Hedges
Chris Hedges scrive regolarmente una rubrica per Truthdig.com. Hedges si laureato alla Harvard Divinity School ed per quasi due decenni stato un corrispondente estero del New York Times. autore di molti saggi tra cui: War Is A Force That Gives Us Meaning, What Every Person Should Know About War, e American Fascists: The Christian Right and the War on America. La sua opera pi recente Empire of Illusion: The End of Literacy and the Triumph of Spectacle.




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