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Sagarana PENSIERI DI FEMMINA AUTOCTONA


Marina Mazzolani


PENSIERI DI FEMMINA AUTOCTONA



 

È l’andare che mi allontana
ma le colline
rimangono
a volte anche i sentieri
e gli alberi
I crinali restano
sotto al sole di agosto
e
linea nera netta
nel silenzio
nel sospeso respiro
di ogni tramonto
Sono io che vado
e in fondo è sereno l’andare
tra malinconie e sorrisi
Sono io che vado
ed è
semplicemente umano
l’andare
nel tempo negli anni
un passo dopo l’altro
dentro la vita
dentro la morte
Un lungo filo si dipana
ad ogni partenza
resiste al viaggio
e io sono
sviluppo mai reciso
dei fili
ogni volta
da queste colline
Io sono
la tela intessuta
dei miei fili ogni viaggio
ogni ritorno
ogni partenza
da quelle colline
che restano
 
 
Ma
uno mille centomila viandanti
sgocciolano il filo
rotto
dalla partenza
cadono gocce ardenti
di sangue sudore
su sabbia asfalto rocce
la polvere trasuda
orrore
decomposizione di speranza
grumi di rabbia
tra immondizia di uomini
bambini fardelli
donne inutilmente a coprire
farsi fagotto non basta a coprire
l’odore di femmina
da vive e da morte
e più forte sembra essere
nella vita quasi morte
Fili recisi dalla partenza
gocce di sangue
rosso cupo sotto al sole
cadono
tracciano ragnatele di dolore
trappole per la vita
 
Fatica è l’andare
se andare bisogna
se rimanere è morire
a fatica vivere
Fatica è l’andare
lontano
da ogni sembianza
umana
Fatica è subire
fatica è guardare
non negli occhi
ma oltre gli occhi
nel buco del cuore
gelo metallo
dei mercanti di esseri umani
degli assassini
pugni e calci
e ancora calci
urli e calci
membri turgidi
eccitati dalla violenza
 
Perduti al mondo
le donne di più
tra muri di sterco
sterco nei muri
denaro rosso sangue
cellulari nascosti
immagini postume
dal primo scatto
mamma ricordati
di quel che mi hanno fatto
 
Ma
c’è sempre un buio
più buio
un buio
senza spiraglio
un nero voragine
con una donna
buttata in fondo
trafitta
dalla violenza
in forma di pene
di un solo esemplare
della specie infame
o
di un branco maschio
dalla violenza
eccitato
 
 
Quanti siete?
Capaci
di forzare il rifiuto
brutalmente capaci
di divaricare gambe
tra urla
o sguardi muti
lacrime singhiozzi rantoli
quanti
capaci
di questo piacere
membro inturgidito
dalla violenza
l’oppressione il dominio
muscoli serrati
una mano sulla bocca
l’altra mano a fare largo tra stracci e cosce
Quanti?
Quanti siete?
In quante case
alla luce della televisione
in quanti letti di famiglia
sottopassaggi tunnel
campi profughi
aule uffici treni
parchi negozi
ascensori autogrill
ville villette a schiere
parrocchie condomini
case popolari tendopoli
auto camion
prigioni parcheggi
ospedali
centri d’identificazione
villaggi turistici
stazioni di polizia?
Forza bestiale
che per forza sottomette
per forza vince
per forza penetra
un corpo irrigidito
di ripugnanza
Che desiderio appagate
per forza?
Quanti?
Incubo storico
senza risveglio
 
ancora
 
Quanti?
 
Troppi
 
ancora
 
E fate
e pesate per secondi minuti ore anni
sulla nostra carne
di donna
lacerando l’Umano
ancora possibile
A brandelli
il possibile Umano
le nostre mani
a tratti sembrano
troppo piccole
per ricomporlo
per tenerlo assieme
per stringerlo
e cullarlo
ninna-nanna alla nuova alba
e al mondo nuovo
che verrà
 
 
Ma
per quanto possiate
infierire
e rubare
e marchiando
ritenere
di possedere
noi siamo quei passi
dolorosi
quel sangue
ogni goccia nella polvere
e il cammino inarrestabile
verso la morte
oltre la morte
e non c’è trappola
né prigione
né violenza
né orrore
né confine
né muro
che alla fine
davvero possa
cancellare
le tracce
arrestare il cammino
E
dove non riusciremo a portare
i nostri passi
ovunque
non riusciremo ad andare
anche se resteremo
per sempre
in fondo al mare
ossa spolpate nel fondale
crani per le uova dei pesci
per farci crescere le alghe
anche se il liquido dolore di
una mille centomila di noi
si farà mare
azzurro profondo
rosso cupo di sangue e sale
 
ci sarà sempre un grembo
a generare
 
Ci sarà
 
Filo reciso
umiliato offeso
di vita
di memoria
 
sarà
 
cordone ombelicale di speranza
filo riannodato all’Umano
quello
che andiamo cercando
con piedi bruciati e stanchi
nel deserto
aggrinziti incrostati
nel mare
doloranti di vesciche
nelle strade
gelati
negli inverni stranieri
 
camminanti
sotto un cielo lontano
capaci
guardando le stelle
della vertigine
dell’azzurro profondo
 
capaci
 
di impastare un sogno
con carne viva
di modellarlo
per nove mesi
 
capaci
 
soprattutto di liberarlo
consegnarlo al mondo
ogni volta
 
ogni volta
recidendo il filo
 
ogni volta
 
recidendo il filo
 
 
ogni volta
 
 
ogni volta
 
 
 
 
Riapro gli occhi
sul crinale scuro
sul cielo vuoto del sole
dopo il tramonto
Mi scuoto del gelo
del pensiero solidale
non sono io
viandante nel deserto
non sono io
prigioniera tra piscio e topi
 
Non sono io
 
Tra le colline
gli ultimi uccelli si attardano
stridono la buonanotte
negli ultimi voli
 
 
non sono io
 
 
gravida in una barca
straripante di umanità dolente
non è mia la sete
non è mio lo sguardo
che ancora scruta inquieto l’orizzonte
dopo il tramonto
 
 
Non sono io
 
 
Non sono io
a non poter dormire stanotte
sotto questo stesso cielo
che si riempie di stelle
lontane
 
non sono
 
non sono io




Marina Mazzolani
Marina Mazzolani si occupa di teatro dal 1977, attrice, regista, direttore artistico. Scrive per il teatro dagli inizi degli anni '80. "Pensieri di femmina autoctona" la sua prima poesia scelta per essere pubblicata.




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