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Sagarana IL MASSACRO DI AIGUES-MORTES


Brano tratto dal saggio Falsi amici: Italia-Francia. Relazioni pericolose


Ana´s Ginori


IL MASSACRO DI AIGUES-MORTES



 

 
L’inizio non è chiaro. In una zona remota delle saline di Aigues-Mortes, lontano da testimoni, scoppia la prima rissa. Dopo essere stato forse insultato o provocato, un italiano butta i suoi indumenti sporchi in un pozzo d’acqua potabile. Un gesto che equivale a un affronto per la comunità locale. La polizia lo ferma insieme ad altri suoi connazionali. Vengono quasi subito liberati.
Nelle ore successive gli abitanti di Aigues-Mortes si organizzano per farsi giustizia da soli, scatenando tra gli acquitrini una caccia all’italiano che dura fino al tramonto del 17 agosto 1893. Durante il processo, la ricostruzione del procuratore di Nîmes non lascia dubbi sul carattere razzista e xenofobo del massacro. “A ogni istante degli italiani indifesi cadevano al suolo, sotto i colpi di forsennati che poi li lasciavano inanimati e privi di cure. Tutte le porte si chiudevano davanti a loro. Per evitare i colpi quei poveracci si sdraiavano a terra gli uni
sopra agli altri, mentre i gendarmi tentavano di proteggerli, le pietre volavano e il sangue sgorgava.”
“Razzismo” e “xenofobia” sono parole che diventano di uso corrente in francese proprio durante quegli anni, per definire categorie di odio collettivo che crescono
insieme all’affermazione dei nazionalismi. Questi nuovi vocaboli vengono usati per parlare di quello che fanno i russi nei confronti degli ebrei o gli americani con gli indiani e i neri. Le élite francesi si sentono naturalmente immuni da questa forma di violazione dei diritti
umani universali e forse per questo il pogrom di Aigues-Mortes è stato ignorato dagli intellettuali dell’epoca. Un silenzio durato fino ai giorni nostri, incoraggiato dalle autorità di entrambi i paesi. L’immagine di migranti italiani scannati come bestie disturbava l’orgoglio risorgimentale. Da parte francese, invece, l’affermazione dell’universalismo mal si conciliava con i primi episodi di rigetto del Diverso. Ci è voluta la pazienza di alcuni storici, come lo specialista dell’immigrazione Gérard Noiriel, per indagare dopo un secolo le ragioni di quella carneficina che ha provocato tra gli italiani nove morti, cinquanta feriti e una quindicina di dispersi.
Nel sud della Francia, a pochi chilometri dalla nuova frontiera con l’Italia, arrivano ogni estate centinaia di lavoratori stagionali. Piemontesi, veneti e toscani, in fuga dalla miseria. Seguono il cammino della speranza, a piedi, attraverso le Alpi. Molti non portano neanche la valigia di fibra legata con lo spago. Sanno di andare in una terra inospitale, dove al massimo potranno rimanere qualche settimana, per riprendere poi la strada del ritorno. Ad Aigues-Mortes, in Provenza, sono chiamati per la fase finale della raccolta del sale, quella
estrattiva, che i locali non vogliono più fare, considerandola troppo faticosa. I migranti stagionali sono uomini rudi e analfabeti. Si muovono in gruppo, con loro è difficile comunicare benché il dialetto piemontese abbia assonanze con quello della Linguadoca. “Fanno paura. Sembrano venire da un altro mondo, portatore di inciviltà e violenza.” La descrizione dei lavoratori italiani pubblicata nel 1885 da un giornale socialista, Le Cri du Peuple, ricorda quelle fatte a proposito di molti altri migranti in anni e decenni successivi. “Vivono tra di loro, non si mischiano alla popolazione, mangiano e dormono in camerate come soldati accampati in terreno nemico. Stanno in otto, dieci, quindici in una camera. Ogni stanza alloggia due turni. Uno di giorno, uno di notte. La squadra che va al lavoro è subito sostituita da quella che ritorna.”
Dopo i primi arrivi di stranieri a Aigues-Mortes, il sindaco protesta con la compagnia che gestisce le saline, paventando gravi rischi per l’ordine pubblico. Gli italiani costituiscono una minaccia anche per le fragili relazioni sindacali dell’epoca, in un momento di forti tensioni sociali per la crisi economica. In Provenza, come altrove, vengono sottopagati, lavorano a cottimo.
Già nel 1881 si è scatenata una caccia all’italiano nel porto di Marsiglia, dopo il ritorno delle prime truppe del corpo di spedizione francese che aveva imposto il protettorato in Tunisia. L’Italia è scontenta per l’intervento, avanzava identiche pretese coloniali. La Francia intuisce l’avvicinamento della “sorella latina” al suo principale nemico, la Germania di Bismarck, che verrà poi sancito nel 1882 con la firma della Triplice Alleanza.
A Marsiglia, dove gli italiani sono oltre sessantamila, qualcuno giura di aver sentito fischi provenienti dal Club Nazionale Italiano durante il passaggio dei militari francesi. Altri sostengono che gli immigrati, chiamati anche “babis” e “kroumirs”, non abbiano voluto sventolare il tricolore francese. Cominciano così i Vespri marsigliesi. Per diversi giorni gli italiani vengono malmenati, uccisi. Solo grazie all’intervento dell’Armée il bilancio delle vittime è limitato a tre morti e ventuno feriti.
Ad Aigues-Mortes invece le autorità non intervengono subito. Nel processo che si tiene a Nîmes, tutti gli imputati dell’eccidio vengono assolti. I due stati si accordano per insabbiare lo scandalo, nonostante le polemiche da una parte e dall’altra. Sul Mattino di Napoli, Edoardo Scarfoglio scrive: “Non abbiamo vinto l’Austria, cacciato i Borboni, liberato la Sicilia per tendere graziosamente il collo al coltello degli assassini”. Tra i lavoratori stagionali di Aigues-Mortes, Giovanni Giordano è definito “l’italiano con il coltello”, uno stereotipo che accompagna tutti i suoi connazionali in Francia, fino al 1940 quando Mussolini annuncia all’ambasciatore francese l’entrata in guerra e quello gli risponde che si tratta di una “pugnalata alle spalle”. Giordano è accusato di omicidio per gli scontri in Provenza del 1893 e rimandato nel suo paese. Lo storico Noiriel sostiene che questo piemontese di Vernante sia il primo clandestino della storia di Francia.
L’anno successivo al massacro di Aigues-Mortes, il 24 giugno 1894, l’anarchico Sante Caserio uccide a Lione il presidente francese Sadi Carnot. In diverse città si scatena una nuova caccia all’italiano. “Questo assassinio è stato commesso da un italiano, e noi francesi sopportiamo senza dir nulla la loro presenza infetta nelle nostre fabbriche”, è scritto su un manifesto affisso sui muri di Parigi, dopo la morte di Carnot. “È ora di sbarazzarci di questi vermicai.” Qualche tempo dopo, durante un processo a Nizza, il pubblico ministero cita come esempio il delitto di Casero, nel frattempo ghigliottinato. “Forse l’imputato ha colpito vilmente alle spalle, come fanno di solito gli italiani.”
Le vittime del 17 agosto 1893 sono state dimenticate. Quella strage non è mai entrata nella memoria dei migranti italiani che nell’arco di qualche generazione sono diventati francesi. Aigues-Mortes sembra lontana nel tempo, ma il cammino della speranza tra l’Italia e la Francia, attraverso le Alpi o il confine ligure, dura fino al dopoguerra, quando finalmente gli italiani non sono più accolti come barbari, bensì come turisti. Non sono
più considerati dei “lazzaroni” che deturpano i faubourg. Gli ultimi fra gli ultimi. Finisce L’Invasione, titolo di un romanzo dello scrittore Louis Bertrand pubblicato
nel 1907, quando gli italiani costituiscono già la comunità straniera più numerosa del paese.
Almeno un francese su dieci ha un antenato emigrato dall’altra parte delle Alpi. Cosa sarebbe la Francia senza gli italiani, diceva Mitterrand, citando lo scrittore Emile Zola e il politico Léon Gambetta, entrambi di origini genovesi. Anche il più famoso calciatore francese, Michel Platini, oppure il comico Coluche, candidato provocatoriamente alla presidenza della Repubblica, hanno ascendenze italiane. Oggi s’immagina che l’integrazione tra queste due società simili, con le stesse radici culturali e religiose, sia stata facile, senza incidenti. Come se fosse sempre esistito un francitaliano, e non un franco-italiano, eliminando il trattino tra diverse identità. Gli italiani sono stati invece a lungo lo stereotipo del Diverso, dell’Altro. “Babis”, “Kroumirs”, “Christos”, “Ritals”. Si usano contro di loro argomenti immutabili. Operai che non rispettano le regole e rubano il posto degli altri, portatori di epidemie e di disordini per l’ordine pubblico. A lungo sono stati rappresentati come elemento di corruzione dell’identità francese, affatto assimilabili.
All’epoca dei fatti di Aigues-Mortes la Francia è già un grande paese di accoglienza, nel quale si ricordano ondate di emigrazione dovute soprattutto a ragioni politiche, dopo la Rivoluzione francese e, nel Cinquecento, alla revoca dell’Editto di Nantes, quando fu
coniato per gli Ugonotti perseguitati il termine di “emigré”. Per l’Italia l’immigrazione è stata una necessità economica, nonostante Benito Mussolini abbia parlato di un popolo di trasmigratori, nel tentativo di unire gli antichi navigatori partiti alla scoperta di nuovi continenti con le donne e gli uomini in cerca di lavoro e dignità.
Ogni evento legato all’immigrazione deve essere letto in modo diverso, da una parte e dall’altra delle Alpi. La xenofobia del Front National è differente da quella della Lega Nord, non solo perché uno soffia sul nazionalismo e l’altro sulla secessione. È qualcosa di profondo e inconsapevole. Negli italiani il rigetto dello straniero è il segnale di una rimozione della propria storia e dell’incapacità di saper gestire una trasformazione sociale in atto. Paradossalmente, alcuni dei libri più importanti sull’immigrazione dei ritals sono stati pubblicati da studiosi francesi, magari per onorare le proprie origini com’è accaduto a Pierre Milza, con un padre originario di Bardi, sull’Appennino parmense.
La società francese ha scoperto di non essere immune dalla xenofobia e dal razzismo. È stata avviata una riflessione critica, come dimostra la ricerca storiografica sul massacro degli italiani ad Aigues-Mortes. A Parigi esiste la Cité Nationale de l’Histoire de l’Immigration
nella quale si espone il contributo dei vari popoli e culture alla grandeur. I nuovi episodi di xenofobia non sono legati alla rimozione di un passato, ma alla crisi di una lunga e positiva tradizione. “Il modello repubblicano ha fallito”, ha detto Nicolas Sarkozy a proposito dell’integrazione dei nuovi immigrati. In Italia, il sistema che ha permesso di integrare velocemente imponenti flussi migratori è stato involontario, mai codificato. Da una parte si discute su come comportarsi con i figli delle prime generazioni di immigrati, dall’altra la legge per lo “ius soli”, la cittadinanza per nascita sul territorio francese, esiste dalla fine dell’Ottocento e ci sono già terze e quarte generazioni. Tra gli elettori del Front National s’incontrano i discendenti dei “Ritals” e dei “Maccaroni”. Città come Nizza e Marsiglia, dove migliaia di italiani si sono stabiliti a partire dalla fine dell’Ottocento, sono ora roccaforti del partito xenofobo e nazionalista.






Brano tratto dal saggio Falsi amici: Italia-Francia. Relazioni pericolose, Fandango libri, Roma, 2012.




Ana´s Ginori
Ana´s Ginori Ŕ nata a Roma nel 1975, di madre francese, Ŕ giornalista a La Repubblica. Dopo gli studi di Scienze Politiche all'universitÓ La Sapienza, ha fatto tirocini a Parigi all'Agence France Presse, a Le Monde e a Radio France Internationale. Nel 1996 ha cominciato a lavorare nel quotidiano La Repubblica, passando due anni nella cronaca locale di Firenze. Dal 2000 Ŕ alla redazione Esteri. Scrive di politica internazionale, cultura e costume. Ha pubblicato Le Parole di Genova (Fandango) sul movimento che ha manifestato contro il G8 nel luglio 2001, e Non calpestate le farfalle (Sperling&Kupfer) sul regime dei khmer rossi e i ricordi di un ex bambino-soldato al servizio di Pol Pot. Pensare l'impossibile - Donne che non si arrendono (Fandango), il suo ultimo libro, Ŕ un viaggio intorno alla condizione femminile in Italia attraverso storie e testimonianze. Vive tra Roma e Parigi. E' madre di due bambini, Teo e Ruben.




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