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Sagarana IL BOSCO


Brano tratto dal romanzo La lucina


Antonio Moresco


IL BOSCO



(…) Nello strapiombo ricoperto di boschi, si eleva un castagno mezzo vivo e mezzo morto. La sua alta cima svetta nuda e bianca sul verde degli alberi, pietrificata, mentre il resto della pianta è uno scatenato rigoglio di foglie. Ce ne sono molti altri così, soprattutto castagni, mi pare. Alcuni sono quasi completamente morti, e si stagliano sul bosco con la loro evidenza spettrale. Ma, da qualche punto di questi tronchi fossili, quando è la stagione, partono due o tre rami carichi di ricci fino a spezzarsi.

Certe volte mi fermo di fronte a uno di questi alberi e lo guardo.

«Ma come si fa a vivere così?» gli domando. «Agli uomini non è possibile: o sono vivi o sono morti. Così almeno pare...»

Non mi risponde.

Sfioro con la mano la sua superficie liscia, scortecciata e pietrificata. Poi quella viva, ricoperta di foglie. Immagino il fiume della linfa che corre turbinoso sotto la corteccia, rasentando la parte morta e poi gettandosi in quel nuovo ramo che si protende verso lo spazio, inventato dalla sua stessa pressione.

E ci sono anche, in alcuni punti scoscesi dove il terreno è franato, radici di alberi vivi poste sopra strati di nuda roccia oppure completamente fuori dalla terra, protese nel vuoto. Grosse piante schiacciate alla base da un masso che corrono a filo con il terreno e poi torcono le loro cuspidi verso l’alto. Piccoli tronchi cresciuti l’uno vicino all’altro e poi inglobati da un altro tronco. Tronchi che salgono come serpi lungo piante più grandi e che si attorcigliano ai loro rami. E, lì vicino, alberi morenti soffocati dai polloni o dalla nuvola dell’edera e degli altri rampicanti che salgono verso il cielo per avvilupparli nel loro abbraccio mortale. Muschi e licheni che fasciano con i loro sudari di velluto e di vetro colonne inclinate di legno e grandi pietre affiorate. Altri filamenti vegetali come liane secche che scendono dall’intrico dei rami più alti degli alberi. Oppure salgono dal basso, chi può dire, perché non si capisce da dove hanno origine, se dal terreno oppure dalle cime degli alberi, o forse da nessuno dei due, perché non c’è solo l’alto e il basso. Forse nascono in mezzo, nell’aria, per poi esplodere come piccole strutture vegetali che chiedono vita e che chiedono morte. E poi c’è tutto questo sottobosco feroce e queste mille e mille forme vegetali che si avvinghiano e si combattono, fin da sotto la linea della terra, già nelle mille e mille radichette e nelle mille altre forme spinte dal loro turgore chimico e ancora senza una forma, che poi erompono come eserciti dalla terra con i loro corpi nudi ancora privi di corteccia, si inventano le loro prime macchine di respirazione e ricambio con l’atmosfera e cominciano a salire verso l’alto in un furioso e muto intrico di forme nate da semi portati dal vento o da altre bombe che pullulano nella pancia marcia del mondo e danno inizio alla loro lotta per salire verso l’alto, verso la luce.

“Perché c’è tutto questo sottobosco cattivo?” mi domando. “Che cerca di avviluppare e di cancellare e di soffocare gli alberi più grandi? Perché tutta questa misera e disperata ferocia che sfigura ogni cosa? Perché tutto questo brulicare di corpi che cercano di prosciugare gli altri corpi suggendoli con le loro mille e mille scatenate radici e le loro piccole, forsennate ventose, per dirottarne su di sé la potenza chimica, per creare nuovi fronti vegetali in grado di annientare tutto, di massacrare tutto? Dove posso andare per non vedere più questo scempio, questa irreparabile e cieca torsione che hanno chiamato vita?” (…)







Brano tratto dal romanzo La lucina, Mondadori editori, Milano, 2013.




Antonio Moresco

Antonio Moresco nato a Mantova nel 1947 e vive a Milano. Tra i maggiori scrittori italiani, ha pubblicato numerose opere, ultime delle quali: Lettere a nessuno (Einaudi 2008), Canti del caos (Mondadori 2009), Gli incendiati (Mondadori 2010), Gli esordi (Mondadori 2011), La parete di luce (Effigie 2011), Il combattimento (Mondadori 2012).





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