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Sagarana SULLE FIUMANE DELLA GRAND CENTRAL STATION MI SONO SEDUTA E HO PIANTO


L'unico libro di Elizabeth Smart


Natalia Ginzburg


SULLE FIUMANE DELLA GRAND CENTRAL STATION MI SONO SEDUTA E HO PIANTO



Forse nessuno legge Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto, romanzo di Eli­zabeth Smart, uscito in Italia il mese scorso (novembre 1971) presso «Il Saggiatore», tradotto da quel traduttore ineguagliabi­le che è Rodolfo Wilcock. Forse nessuno lo legge. I giornali, che io sappia, non ne hanno parlato; se ne hanno parlato, ne hanno certo parlato poco. D'altron­de penso che in Italia pochi abbiano mai sentito nominare Elizabeth Smart.

Io ignoravo la sua esistenza fino a qualche giorno fa, quando un mio amico mi ha detto di leggere Sulle fiu­mane perché era bellissimo. Difatti è bellissimo. Ora su Elizabeth Smart so quanto sta scritto nella prefa­zione. È nata in Canada. È oggi sulla quarantina. Ha sposato un poeta inglese e vive nell'Essex. Sulle fiu­mane l'ha scritto e pubblicato nel '45, in Inghilterra. È stato ristampato nel '66. Dopo Sulle fiumane non ha scritto altro.

Sulle fiumane è un romanzo complesso e difficile. Questo all'inizio mi ha respinto. Io non amo i roman­zi difficili: è forse una mia limitazione. Ho sempre una gran paura che siano fintamente difficili, che l'oscurità sia creata di proposito per nascondere la povertà dell'ispirazione. Non mi piace quando chi scrive arruf­fa e aggroviglia di proposito il tempo e i fatti. Desi­dero che in un romanzo tutto sia disteso, aperto e lim­pido. Desidero sapere dove mi trovo, come sono e chi sono le persone, desidero sapere subito cosa sta suc­cedendo.

Per un poco, leggendo Sulle fiumane, non mi orien­tavo, e ho creduto di trovarmi in mezzo a una vicenda fintamente oscura. Ho però provato a un certo punto una sensazione di estrema chiarezza. L'oscurità era qui originata non da un proposito ma da un'esigenza assoluta e vitale.

Nel '45, Smart era una ragazza di diciotto o vent'anni. Doveva essere una ragazza identica a quella del suo ro­manzo e doveva essere appena emersa da una storia iden­tica, Questo può sembrare un particolare secondario. Però non è tanto secondario. Leggendo questo romanzo abbiamo la sensazione assai strana di trovarci nel cuore di una confessione veritiera, bruciante e ossessiva, ma di respirare un'aria cristallina e gelida, come se chi racconta giacesse ancora in fondo a una palude e nello stesso tem­po contemplasse il mondo e se stesso da cime altissi­me e coperte di ghiacci.

Questo romanzo, lo poteva scrivere solo una donna. Lo poteva scrivere solo una donna e solo la ragazza che ci appare davanti in queste pagine. Impossibile pensare che questa ragazza abbia inventato una sola sillaba. Raramente in un romanzo è così essenziale il fatto di essere scritto in prima persona. Pure l'identità femmini­le, onnipresente in ogni riga, e l'accento inconfondibi­le di autobiografia reale, non sono qui una limitazione.

Pensiamo di solito che, quando uno scrive, non do­vrebbe essere né uomo, né donna, e pensiamo che l'au­tobiografia dovrebbe essere un fatto incidentale e lasciato alle spalle. Ma in Smart la natura femminile e l'accento autobiografico sono inseparabili dalla sua fi­sionomia intima, così come in alcuni scrittori il dialetto e la patria d'origine sono inseparabili dalla loro fisio­nomia e invece di immiserirli e circoscriverli si alzano con essi e li accompagnano nella loro essenza universale. Il fatto che Smart sia una donna e parli di sé è inseparabile dal suo scrivere così come è inseparabile da Italo Svevo la città di Trieste e nel suo linguaggio un fondo di dialetto triestino.

Sulle fiumane ha una vicenda tenue, niente affatto insolita. La vicenda appare e scompare in un intrico di immagini. Smart, più che raccontarla, sembra inse­guirla. I personaggi non sono enunciati, commentati o descritti, ma li illuminano rapidi lampi. Una ragazza ama un uomo sposato con un'altra donna e omosessua­le, Per un'estate, i tre se ne stanno uniti sulle coste della California, avviluppati nella loro vicenda privata, mentre in una Europa remota ma incombente infuria la guerra. Nelle sventure che colpiscono le collettivi­tà umane, le sventure dei singoli non diventano più inconsistenti ma più crudeli, le dilaniano dolori lonta­ni, un caso brutale e distratto le calpesta e le spinge alla cieca nella fossa comune.

L'uomo e la ragazza se ne vanno insieme. Nella ragazza, la suprema felicità dell'amore e i presagi di un distacco irrimediabile e definitivo sono confusi e congiunti, così come sono confusi e congiunti nel suo spirito i paesaggi ricordati o percorsi, i sordidi alber­ghi, le spiagge solari, le squallide trattorie e i profili spettrali delle grandi città. Passato e presente si incro­ciano e si confondono, il futuro è una forma incredula non fioriscono decisioni o speranze ma il pensiero incontra soltanto presagi sibillini di devastazione per i destini dei singoli come per l'intiero universo. Ai confini dell'Arizona, l'uomo e la ragazza vengono arrestati. La ragazza è incinta. L'uomo tenta di uccidersi. Li­berati, l'uomo torna dalla moglie, la ragazza dai genitori. La ragazza riparte in cerca dell'uomo, nel corso del viaggio rinuncia a rivederlo mai, non c'è spiegazione, i nostri atti non hanno sempre una spiegazione o ne hanno infinite e incoerenti ma strazianti e irrevocabili, alla Stazione Centrale di New York si mette seduta e piange.

 

È noto che ci sono due modi di scrivere i romanzi. Un modo è costruire, architettare, fare calcoli nella propria testa come in un pallottoliere, spostare luoghi e persone pesanti come macigni. Chi scrive si sente forte, stanco, prepotente, paziente, autoritario, aggres­sivo, virile. Si sente a pezzi come se avesse fatto un trasloco. Nella sua testa, le sue faticose costruzioni hanno una consistenza ferrea e pungente. Si sente la testa piena di chiodi e di spilli.

L'altro modo è non costruire nulla, non architettare nulla e restare se stesso. Chi scrive non si sente forte ma debole, languido e molle. Spera che la poesia e la vita fluiscano dal suo languore. La sera non si sente stanco, ma nervoso. Non si sente né paziente né prepotente ma attonito e stupefatto. Non si sente la forza nemmeno di strappare un filo d'erba. Ha solo voglia di starsene buttato per terra a piangere.

Chi scrive sa che dovrà scegliere fra l'ordine e il disordine. Oggi noi di solito scegliamo il disordine. L'im­pulso a costruire e architettare in ordine e in armonia con noi stessi e con gli altri sembra scomparso dal mon­do. Abbiamo perduto le forze e ci sentiamo sopraf­fatti e infelici. Ci sentiamo vittime e le vittime non costruiscono. I romanzi che oggi scriviamo, sempre o quasi sempre, sono scritti nel disordine e in un lungo sfogo di lagrime. A volte qualcuno, fra le lagrime, afferra del mondo circostante qualche lembo reale. Non ha compagni o non li vede intorno a sé e non indirizza la sua angoscia ad anima vivente. Tutt'al più chiede un poco di attenzione ai rari passanti che si sof­fermano per un attimo e vanno oltre.

Smart ha scritto il suo romanzo nel secondo modo. L'idea di costruire era quanto mai remota dal suo spi­rito. La ragazza che dice «io» rovescia la sua confes­sione in un lungo, doloroso soliloquio. Non sembra destinare la sua storia a nessuno. Scrive il suo roman­zo come uno che getta un messaggio in mare in una bottiglia.

Sulle fiumane è la storia d'un'ossessione amorosa. Nessuno quanto una persona in preda a un'ossessio­ne amorosa è in genere meno in grado di dare parole e immagini alle vicende nelle quali si dibatte il suo pensiero. Le ossessioni amorose non hanno parole ma solo gemiti inarticolati. Gli occhi troppo annebbiati dalle lagrime non vedono il mondo. Vi gettano solo uno sguardo allucinato e distratto. La poesia invece non è mai né distratta, né allucinata, né annebbiata, si separa dalle ossessioni e si libera dalle catene che la imprigionano a terra.

La cosa strana in questo romanzo è che vi sentia­mo ancora i pesi delle catene, la nebbia delle lagri­me, il disordine del dolore e il fluire liquido e transitorio delle giornate vissute e patite e non lasciate alle spalle. Ma su tutto si è stesa la struttura lineare, lim­pida, solida come le rocce e misteriosamente pura, ar­moniosa e impersonale dell'arte.







Articolo tratto dalla raccolta Vita immaginaria, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1974.




Natalia Ginzburg

Natalía Ginzburg, nata Levi (Palermo, 14 luglio 1916 – Roma, 7 ottobre 1991), è stata una scrittrice italiana, figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento.





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