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Sagarana IO LI SEGUII E ANDAI IN GUERRA CON I ČIRIKLé


Marco Cimarosti


IO LI SEGUII E ANDAI IN GUERRA CON I ČIRIKLé



A partire da un invito dalla rivista Sagarana ad ogni nuova edizione uscirà un articolo inedito, su un tema di grande rilevanza in questo momento, suggerito dalla Redazione diSegnali di fumo: www.sdfamnesty.org magazine on line sui diritti umani di Amnesty International. Questo è il terzo articolo di un totale di otto.

 
 

«Na sas-ma pándra deś-u-oxtó berś. Vjen-le koj trin raj: “Ne divés o vavér véla koj e maréna tu! Jau mánča, véssa pren le bérge”. Me gjom lénča e gjal kerdóm o koribén maskarál le čiriklé. Dáva ma pándra ne divés ke i kasténgeri kaménas pándra te len Alba. Jamén mukjám panč o śou mulé koj, ma na naśjám. Da maré rik na nakjén-le»

 

I linguisti non hanno dubbi sulla classificazione di questa strana lingua. Appartiene all’ampia famiglia indo-ariana, come tutte le lingue parlate nel Nord del subcontinente indiano: India, Pakistan, Bangladesh, Nepal, Kashmir. Come le altre lingue della famiglia, deriva dal sanscrito, la lingua classica dell’India nella quale furono redatti i testi sacri dell’induismo e del buddhismo. Il brano racconta di un giovanissimo combattente che insieme ai suoi compagni d’armi, i čiriklé, tenta di difendere una città chiamata Alba dall’assedio dei temibili kasténgeri: «Non avevo ancora diciott’anni. Arrivarono tre uomini: “Un giorno o l’altro verranno qui e ti uccideranno! Vieni con noi, seguici sulle montagne”. Io li seguii e andai in guerra con i čiriklé. Ricordo ancora il giorno in cui i kasténgeri tentarono di riconquistare Alba. Perdemmo cinque o sei uomini, ma non indietreggiammo. Da dov’eravamo noi non passarono».

 

Non si tratta di un estratto del Mahabharata o del Ramayana, non stiamo parlando di antichi eroi di epopee lontane nel tempo e nello spazio: i čiriklé e i kasténgeri (letteralmente, “gli uccellini” e “i bastonatori”) sono, rispettivamente, i partigiani e i fascisti. La città di Alba di cui si parla è la capitale del tartufo e del Nebbiolo, nelle Langhe cuneesi. Il giovanissimo combattente è Amilcare Debar, detto “Taro”, partigiano sinto della 48ª Brigata Garibaldi, comandata da Pompeo Colajanni. Il brano è un estratto del racconto sulla Resistenza che Taro Debar amava narrare ai giovani nel dopoguerra, nella trascrizione fattane negli anni ’80 dal linguista Sergio Franzese. La lingua si chiama romanés o romaní ed è l’idioma degli zingari. Questa, in particolare, è la variante dialettale parlata dai sinti piemontesi, gli zingari delle regioni del Nord-Ovest dell’Italia. L’altra variante di romanés parlata nel nostro Paese è il rom abruzzese, la lingua madre di Santino Spinelli, il primo e sinora unico professore universitario di lingua e cultura romaní in Italia. Entrambe le lingue si parlano nel nostro Paese da non meno di cinque secoli, eppure sono state escluse dalla legge 482 del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche storiche.

 

Il popolo che chiamiamo zingari o rom emigrò dall’India del Nord oltre mille anni or sono. La loro lingua costituisce la principale documentazione di cui disponiamo sulla loro millenaria migrazione attraverso l’Eurasia: nel corso del viaggio, il romanés si arricchì di voci prese dal persiano, dal curdo, dall’armeno, dal greco e, infine, da tutte le lingue del continente europeo. Questi prestiti lessicali si sono stratificati nel vocabolario romanés proprio come le fondamenta di edifici di epoche diverse si stratificano nel sottosuolo di una città, permettendoci di tracciare sommariamente sulla cartina il loro itinerario. Non si conoscono le ragioni del loro esodo dall’India. Gli antenati dei rom erano un gruppo di musicisti e danzatori inviati ad allietare la corte di un re persiano? Oppure un reparto militare rimasto isolato dietro le linee nemiche? O una tribù di fabbri esperti nella rinomata arte metallurgica indiana? O un gruppo di contadini sfuggiti da una terribile carestia? O una setta indù eretica in fuga dalle persecuzioni religiose? Non sapremo mai quale di queste ipotesi è quella giusta, e non possiamo nemmeno escludere che lo siano tutte, nel senso che il popolo zingaro potrebbe essersi formato in terra persiana dalla fusione di ondate migratorie diverse, unite dalla comune origine indiana.

 

La loro prima apparizione storica certa è nella regione di Bassora, nel Sud dell’attuale Iraq, dove fra il IX e il X secolo d.C. il popolo degli zott (uno dei nomi ancor oggi usati in Medio Oriente per indicare i rom) costituì un proprio regno indipendente occupando uno snodo strategico della Via della Seta, l’antica carovaniera che unisce l’Europa alla Cina. Gli zott furono presto sconfitti militarmente dal potente califfato di Baghdad e deportati in massa al Nord, nelle regioni più impervie del Kurdistan, al confine con l’impero bizantino. Da qui gli antenati dei rom penetrarono nell’Asia Minore, che attraversarono lentamente fino a raggiungere l’odierna Romania nel XIV secolo. E lì furono ridotti in schiavitù. Inizialmente di diretta proprietà della corona, nel corso dei secoli gli schiavi zigani furono ceduti alla piccola nobiltà feudale rumena e ai monasteri cristiani, che li adibirono ai più umili lavori agricoli in condizioni di sfruttamento bestiali.

 

La schiavitù dei rom rumeni, che durò fino alla seconda metà del XIX secolo, è da sempre una delle pagine meno conosciute della storia europea, tanto che nel 1837 lo storico rumeno Mihail Kogălniceanu scriveva: «Gli europei fondano società filantropiche per chiedere l’emancipazione degli schiavi delle Americhe, ignorando che nel loro stesso continente oltre cinquecentomila zigani vivono in stato di schiavitù e altri duecentomila sono mantenuti in condizioni barbare». Al loro arrivo in Europa ai rom fu dato il nome di un’antica setta eretica dell’Asia Minore, gli Atsinganoi, il cui nome probabilmente a quel tempo veniva affibbiato indistintamente a chiunque provenisse dalle sponde asiatiche del Mar Nero. Dal nome di questa setta derivano i nostri zingaro e zigano, e relative varianti nelle diverse lingue europee.

 

Un altro gruppo di rom, forse schiavi fuggiti dai principati rumeni, forse una diversa ondata migratoria proveniente dall’Asia Minore, si attestò nel Sud della penisola balcanica, in Grecia, concentrandosi in una zona del Peloponneso anticamente nota come Piccolo Egitto. Dal nome di questa regione derivano i nomi inglese e spagnolo degli zingari, rispettivamente Gypsy e gitano, entrambe alterazioni di Ægyptius. Agli inizi del XV secolo, gli zingari del Piccolo Egitto lasciarono la loro terra e percorsero tutta la penisola balcanica fino a giungere nella Svizzera e nell’Italia settentrionale. A coloro che incontravano raccontavano che un principe (o un vescovo) li aveva costretti a un pellegrinaggio di espiazione della durata di sette anni, grazie al quale sarebbe stata loro perdonata l’abiura della religione cristiana e sarebbero stati riaccolti in seno alla Chiesa.

 

Tale racconto, che era attestato da salvacondotti civili ed ecclesiastici che i loro capi portavano con sé, contiene probabilmente almeno un fondo di verità: le repentine conversioni di intere popolazioni dal cristianesimo all’islam, e viceversa, erano un fenomeno frequente nel periodo delle lotte fra i turchi e i bizantini per il predominio sui Balcani. In ogni caso, nell’Europa del tempo quello di pellegrini era uno status privilegiato, che esentava i viaggiatori dal pagamento di dazi e pedaggi e obbligava le città e i villaggi a fornir loro assistenza e ospitalità. Il presunto pellegrinaggio durò perciò ben più dei sette anni previsti: gli antenati degli odierni zingari occidentali girarono per l’Europa per oltre un secolo, riscuotendo a ogni tappa elemosine e prebende, e raggiungendo ogni angolo del continente, dalla penisola iberica a quella scandinava, dalla Scozia alla Toscana.

 

Ma l’inganno non poteva durare per sempre e, a partire dagli ultimi decenni del XV secolo, prima i cantoni svizzeri e poi tutti gli altri Stati dell’Occidente emanarono leggi che vietavano agli zingari di entrare nelle città o di accamparsi fuori le mura; era nato quello che, non del tutto a ragione, è considerato il tratto più caratteristico degli zingari: il nomadismo. E con esso, la tradizionale ostilità dei popoli stanziali. Venuto meno lo status di pellegrini, gli zingari presero a guadagnarsi da vivere dapprima come soldati di ventura, poi girando per le fiere praticando quei mestieri girovaghi che ben conosciamo: il commercio dei cavalli, gli spettacoli viaggianti, la divinazione, la piccola metallurgia.

 

Questo popolo è dunque noto in Europa con due nomi di origine greca, zingaro e gitano, che rimandano rispettivamente all’Asia Minore e al Peloponneso, cioè alle zone da cui i popoli europei li videro arrivare. Nel corso dei secoli furono chiamati con molti altri nomi che riflettevano la loro provenienza immediata: tartari, ungheresi, bulgari, austriaci, tedeschi, turchi, algerini, serbi, polacchi... In Francia furono a lungo chiamati boemi, e ancor oggi chiamiamo bohémiens quei giovani artisti che conducono una vita instabile e raminga. In Spagna furono invece considerati greci; nello spagnolo d’America, il termine griegos si alterò in gringos e finì per denotare genericamente tutti gli stranieri, e in particolare i nordamericani di lingua inglese.

 

Ma come chiamano se stessi gli zingari, in lingua romanés? Il termine più noto è ovviamente rom (femminile romní, plurale romá e romnjá), che oggi tende a imporsi come sostituto politicamente corretto della parola “zingaro”. Politicamente corretto, forse, ma non altrettanto corretto da un punto di vista storico e antropologico poiché, a rigori, il termine rom indica solo gli zingari dell’area balcanica. Nel romanés parlato nel resto d’Europa, le parole rom e romní mantengono il loro significato letterale di “uomo” e “donna”. Tutti gli zingari d’Europa concordano però nel chiamare la loro lingua con l’avverbio romanés (letteralmente “umanamente”, sottinteso il verbo “parlare”) oppure con l’aggettivo romaní (letteralmente “umana”, sottinteso il sostantivo “lingua”).

 

Quest’ultimo termine è quello oggi preferito anche per riferirsi all’etnia, in luogo di “zingaro” e degli altri nomi tradizionali, sentiti da alcuni come impropri o dispregiativi. I romaní dell’Europa occidentale usano per se stessi denominazioni varie: quelli francesi si chiamano manuś o manouches, un altro termine che preso alla lettera significa “uomini, persone”; quelli scandinavi si autodefiniscono kalé, cioè “i neri”, lo stesso termine che, adattato in caló o calão, è usato anche dai gitanos spagnoli e portoghesi. I gypsies delle isole britanniche chiamano se stessi romanićal o romanichels, unico casofra i romaní occidentali di autodenominazione derivata dalla radice rom. Infine, i romaní dei Paesi di lingua tedesca e delle zone vicine (inclusa buona parte dell’Italia centro-settentrionale) chiamano se stessi sinti: una voce di etimologia oscura che alcuni accostano alla regione indiana del Sindh, che per tale ragione è considerata una delle più probabili zone d’origine del popolo romaní.

 

Una babele di nomi, dunque, nessuno dei quali, per una ragione o per l’altra, è del tutto appropriato per indicare questo popolo nel suo complesso. In Italia molti credono di tagliare la testa al toro dicendo “nomade”: un termine non privo di connotazioni romantiche e che, soprattutto nei mondi della politica e del giornalismo, è considerato il non plus ultra del politically correct, oltre che un comodo sinonimo da alternare a “rom”. Ma, come abbiamo visto, tale sinonimia è quanto meno dubbia, poiché i rom propriamente detti, cioè i romaní dell’area balcanica, fino a poco più di un secolo fa versavano in stato di schiavitù o erano umili braccianti agricoli e, di conseguenza, di norma non hanno mai conosciuto il nomadismo né alcunché che gli somigli. La tradizione del nomadismo si è sviluppata fra i discendenti di quei “pellegrini” del Piccolo Egitto che, nel corso del Quattrocento, percorrevano tutta l’Europa occidentale. Ma nemmeno fra i romaní occidentali il nomadismo è un tratto universale: i calós iberici, per esempio, hanno dovuto abbandonare il nomadismo (e molte altre tradizioni, inclusa la stessa lingua romanés) in seguito a una dura politica di assimilazione forzata portata avanti dalla corona spagnola nel XVII secolo.

 

D’altra parte, il nomadismo nell’Europa occidentale non è prerogativa dei romaní, né è stato inventato da loro: esistono altri popoli che tradizionalmente vivono in carrozzoni esercitando mestieri girovaghi, quali i caminanti della Sicilia, i travellers dell’Irlanda, gli Jenische e i Reisende della Svizzera e della Germania. Tali gruppi sono spesso chiamati anch’essi zingari dai popoli stanziali, ma sono definiti gagé (“non zingari”) dai romaní stessi. Il nomadismo era una prassi comune nell’Europa feudale, dove aveva una sua precisa funzione sociale: quella di distribuire beni e servizi in zone rurali non altrimenti raggiunte dalla rudimentale rete commerciale del tempo. I romaní del Piccolo Egitto non fecero altro che inserirsi in questa nicchia economica preesistente. Anche fra i romaní occidentali, comunque, il nomadismo è ormai per lo più un ricordo del passato, una foto in bianco e nero che ritrae la bisnonna su un carrozzone trainato da cavalli. In Italia gli unici zingari mantenutisi parzialmente nomadi sono le poche famiglie sinte che portano in giro i circhi e i luna park; i nomi di alcune di queste famiglie non richiedono presentazioni: Orfei, Togni, Medini... Molti manouches francesi hanno da tempo riconvertito i tradizionali mestieri itineranti di mercanti di cavalli e maniscalchi in quello di concessionari d’auto: un commercio più moderno e redditizio ma per sua natura ben poco nomade.

 

In definitiva, il nomadismo è oggi una modalità di vita del tutto eccezionale per il popolo romaní. Una recente indagine condotta dal Senato della Repubblica (Rapporto conclusivo dell’indagine sulla condizione di rom, sinti e caminanti in Italia, febbraio 2011) rivela che solo l’1 o il 2 per cento dei circa 140.000 romaní residenti in Italia mantengono modi di vita nomadi: si tratta di un paio di migliaia di persone, quasi tutti giostrai di etnia sinta e nazionalità italiana. Ciononostante, i romaní di qualsiasi provenienza vengono confinati in “campi nomadi” ai margini delle metropoli: accampamenti pensati sul modello delle aree temporanee di sosta necessarie agli operatori dei circhi e dei luna park ma che, se abitati da persone che nomadi non lo sono mai state, o non lo sono più da lunga pezza, si trasformano in baraccopoli, in ghetti degradati che inevitabilmente producono emarginazione sociale e microcriminalità. Emarginazione e microcriminalità che suscitano allarme sociale, spesso ingigantito demagogicamente a fini elettorali, al quale si risponde attuando sgomberi forzati che ottengono l’unico risultato di spostare e cronicizzare il problema, spazzando via quel poco di integrazione che faticosamente si era creata.

 

Il pregiudizio del nomadismo si inserisce in un quadro secolare di politiche di emarginazione e discriminazione del popolo romaní. Tali politiche sono state assimilate così profondamente dalla popolazione occidentale che ancor oggi, nel senso comune, i rom e i sinti sono considerati “stranieri” sebbene siano nostri concittadini da oltre mezzo millennio e abbiano pertanto preso parte a tutte le fasi storiche dell’Europa moderna: guerre di conquista, guerre d’indipendenza, rivoluzioni, controrivoluzioni. Nel secondo decennio del Duemila, moltissimi fra noi sono ancora disposti a dar credito ad assurde superstizioni medievali sugli zingari: di loro si racconta che rubino i bambini, che parlino fra loro gerghi segreti, che ritengano il lavoro un disonore, che usino arcani ideogrammi per marcare le case da derubare, che nascondano favolosi tesori in fantomatiche regge, che viaggino sempre e solo su auto di grossa cilindrata dell’ultimo modello.

 

Portare controesempi, magari ben noti, di zingari che fanno una vita normale, lavorando come operai, ragionieri, attori, imprenditori, professori, si scontra regolarmente con una barriera di incredulità, che spesso sfocia nell’insensata accusa di “buonismo”. Tale bagaglio di pregiudizi razzisti ha radici antiche, e somiglia molto ad analoghe credenze che nel corso dei secoli hanno riguardato altre minoranze etniche, in particolare gli ebrei. Ma mentre l’antisemitismo ha subito una battuta d’arresto dopo che si è conosciuta l’agghiacciante realtà dei campi di sterminio nazisti, per i romaní nemmeno questo è bastato. Mentre la Shoah, l’olocausto ebraico, viene giustamente insegnata nelle scuole e ricordata pubblicamente ogni anno, il Porrajmós, l’olocausto zingaro, è sconosciuto ai più. Eppure, ad Auschwitz fu assassinato oltre mezzo milione di rom e sinti, considerati, al pari degli ebrei, una razza inferiore da estirpare.

 

In una forma o nell’altra, le persecuzioni contro i romaní sono proseguite in tutta Europa anche nel dopoguerra. In diversi Paesi, fra cui le civilissime Svezia e Svizzera, si è protratta per decenni la pratica, di matrice nazista, della sterilizzazione forzata delle donne romaní, spesso attuata a loro insaputa in occasione di parti cesarei; in Slovacchia e nella Repubblica Ceca, tale pratica è continuata fino agli anni ’90, e un caso è stato documentato addirittura nel 2007. Nella Repubblica Ceca, in Slovacchia e in Grecia i bambini rom sono spesso segregati in scuole speciali per alunni con disabilità mentale, nelle quali si impartiscono programmi scolastici ridotti. Negli ultimi cinque anni in molti Paesi europei (Italia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) si sono registrati centinaia di attacchi violenti contro le comunità rom, con sparatorie, accoltellamenti e lancio di bombe molotov. Tali attacchi, perpetrati da gruppi dell’estrema destra ma anche, soprattutto in Italia, da frange della criminalità organizzata, hanno causato morti, feriti e ingenti danni alle proprietà delle comunità rom. Proprio mentre scrivo questo articolo, il tribunale di Budapest ha condannato quattro estremisti di destra a pene detentive che vanno dai 13 anni all’ergastolo per gli omicidi a sfondo razziale di sei rom, fra cui un bambino, avvenuti fra il 2008 e il 2009.

 

Purtroppo, non sempre gli attacchi razzisti contro i rom vengono sanzionati con altrettanta fermezza; di certo ciò non è accaduto nel caso dei pogrom verificatisi pochi anni fa a Napoli e a Torino. Ma la forma di discriminazione più grave nei confronti dei cittadini romaní resta quella della violazione dei loro diritti abitativi, dalla quale spesso deriva l’impossibilità di godere di altri diritti fondamentali quali l’istruzione, il lavoro, la proprietà, la cittadinanza. All’assenza di politiche di housing sociale, i rom rispondono nell’unico modo possibile: improvvisando insediamenti abitativi informali e abusivi. In molti Paesi, quali Romania, Bulgaria, Grecia, Albania, Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, tali insediamenti sono oggetto di sgomberi forzati da parte delle autorità, cioè di sgomberi attuati in violazione delle normative nazionali e internazionali sugli sfratti, spesso senza che alle popolazioni sgomberate venga offerta alcuna alternativa abitativa.

 

La situazione abitativa dei romaní è particolarmente grave in Italia, il Paese che nel dopoguerra inventò il concetto di “campo nomadi”, sulla base di un equivoco storico che estende arbitrariamente a tutto il popolo romaní le abitudini della piccola minoranza sinta tradizionalmente presente nell’Italia settentrionale. Nel maggio del 2008, basandosi sulla legge 225 del 1992, che regola gli interventi di protezione civile nei casi di calamità naturali quali terremoti o alluvioni, il governo di Silvio Berlusconi (con Roberto Maroni ministro dell’Interno) varò un provvedimento chiamato Emergenza nomadi. In base a tale provvedimento fu decretato lo stato d’emergenza in cinque regioni italiane (Lombardia, Campania, Lazio, Piemonte e Veneto), in ognuna delle quali il governo nominò un “commissario delegato” dotato di poteri speciali, anche in deroga alle leggi ordinarie, incaricato di affrontare una «situazione di grave allarme sociale, con possibili gravi ripercussioni in termini di ordine pubblico e sicurezza per le popolazioni locali», secondo le parole dello stesso Consiglio dei ministri. La “calamità” da affrontare erano le poche decine di migliaia di persone di etnia romaní che vivono nei campi nomadi sparsi nelle periferie delle città italiane, e la soluzione prospettata al problema era cacciar via queste persone senza offrire loro alcuna alternativa abitativa. Oppure, come nel caso di Roma, trasferendoli in nuovi campi del tutto invivibili e decisamente sottodimensionati, come quello di La Barbuta, stretto fra il Grande Raccordo Anulare e la pista dell’aeroporto di Ciampino, recintato, videosorvegliato, lontanissimo dalla città e dai servizi più basilari quali scuole, trasporti, negozi, servizi medici.

 

Amnesty International ha criticato duramente questa normativa in diversi documenti, fra cui un dettagliato rapporto sulla situazione di Roma (La risposta sbagliata - Il “Piano nomadi” viola il diritto all’alloggio dei rom a Roma, gennaio 2010), a cui ne è seguito un altro sulla situazione di Milano (“Tolleranza zero verso i rom” Sgomberi forzati e discriminazione contro i rom a Milano, novembre 2011). A pochi giorni di distanza dall’uscita di questo secondo rapporto, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso di una famiglia di rom bosniaci, decretò che lo stato d’emergenza era immotivato e che tutti gli atti emessi nell’ambito dell’Emergenza nomadi erano illegittimi e dunque decaduti, ivi incluso quello forse più discusso: la schedatura su base etnica dei rom. Nel febbraio 2012, il governo tecnico di Mario Monti presentò alla Commissione europea la sua nuova Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei caminanti, che, almeno sulla carta, segna un deciso cambio di direzione, puntando all’inclusione sociale ed economica dei cittadini romaní; lo stesso governo ha però operato pesanti tagli al personale e al budget degli enti preposti a coordinare tale strategia.

 

Nel suo terzo rapporto sulla situazione dei diritti dei rom in Italia (Ai margini - Sgomberi forzati e segregazione dei rom in Italia, settembre 2012), Amnesty International denuncia che, in spregio alla sentenza del Consiglio di Stato, molti dei provvedimenti e delle norme decisi nell’ambito dell’Emergenza nomadi continuavano a essere applicati. Fra tali atti rientra anche il Piano nomadi: l’ordinanza attuativa dell’Emergenza nomadi predisposta dal Comune di Roma. L’Associazione 21 Luglio ha riferito in un suo documento (Rapporto divulgativo sul piano degli sgomberi del comune di Roma, agosto 2012) che dal varo del Piano nomadi, nel novembre 2009, all’agosto del 2012 nella sola Capitale erano stati eseguiti ben 450 sgomberi (di cui 70 dopo la sentenza del Consiglio di Stato), per una spesa totale di 6,75 milioni di euro: oltre 14.000 euro per ognuna delle 480 famiglie coinvolte, dieci volte di più di quanto il Comune abbia speso nello stesso periodo per i programmi di inclusione lavorativa dei rom. Secondo le dichiarazioni dello stesso sindaco Gianni Alemanno, il numero dei campi interessati dal Piano nomadi era inferiore a 200, il che fa dedurre che diverse comunità siano state sgomberate più volte: un paradossale e costosissimo giro turistico dell’Urbe.

 

(La responsabilità per le opinioni e le informazioni presenti in questo articolo è da attribuirsi esclusivamente all'autore)

 
 





Marco Cimarosti

Marco Cimarosti è nato a Sesto San Giovanni nel 1963. Analista-programmatore, dal 2006 è attivista di Amnesty International, in cui ha ricoperto la carica di responsabile del gruppo di Vimercate e poi di vice responsabile del gruppo Monza-Brianza. Da alcuni anni si interessa alla violazione dei diritti dei rom in Italia, nell’ambito della campagna globale di Amnesty “Io pretendo dignità”.





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