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Sagarana COLPI DI CINGHIA


Brano tratto dal romanzo autobiografico Mai troppo brava


Celine RaphaŽl


COLPI DI CINGHIA



(…) Se in Francia facevo già tre o quattro ore di piano al gior­no, il nostro arrivo in Germania – avevo 4 anni e mezzo – coincise con un inasprimento della durezza di mio padre nei miei confronti. Fu lì che si rivelò la sua ossessione per la per­fezione, nel senso pianistico del termine. Mise in piedi a quell'epoca un sistema di punizioni sempre più perverso.

Una domenica mattina, poco prima del mio quinto com­pleanno, ripetevo uno studio del Pozzoli da quasi tre ore. Mio padre, seduto su uno sgabello alla mia destra, si stava spa­zientendo. Iniziavo a stancarmi e facevo sempre più fatica a concentrarmi.

“Ti avverto, prendo nota su un foglio. Se fai più di tre errori senza fermarti per correggerti, riceverai tre colpi di cinghia”.

Non dissi nulla ma ero scioccata: fui pervasa dalla paura. Avevo le mani umide e le dita cominciarono a tremare.

Cercavo di concentrarmi al massimo e di riprendere il pezzo, ma la mia mente era assorbita dal foglio che teneva tra le mani.

Ricordo ogni secondo di quel momento come se lo rivivessi ancora.

Suono meglio che posso ma, nel bel mezzo di una battuta, sento il rumore della matita sulla carta. La tensione aumenta. Non mi sono accorta di niente, eppure mio padre deve avere

appena segnato il primo errore. Di conseguenza perdo la concentrazione. Secondo errore e secondo tratto di matita.

Non ci riesco più. Non faccio che pensare al rumore della matita e temo le conseguenze. Non so più cosa sto suonando. Non guardo lo spartito, ma, con la coda dell'occhio, il riflesso di mio padre nel piano, cercando di prepararmi al minimo mo­vimento brusco da parte sua. Al terzo segno tracciato sul foglio, si alza con calma assoluta. Senza pronunciare parola, si slaccia la cintura e mi indica la scrivania alla sinistra del pianoforte.

“Abbassati i pantaloni e chinati in avanti, con le mani po­sate sulla scrivania”.

Paralizzata, non oso aprire bocca. Eseguo gli ordini cer­cando di prendere tempo, a tal punto quel momento mi inti­morisce. È la prima volta che ho così tanta paura. Non riesco a distogliere lo sguardo dalla sua cintura e, una volta piegata in avanti, la seguo con gli occhi.

Il primo colpo è come uno strappo. Sento una bruciatura profonda, intensa e brutale all'altezza delle cosce. Non cono­scevo quel tipo di dolore e trattengo a stento le lacrime.

Il secondo è ancora più doloroso perché colpisce la carne viva.

Penso così tanto a quel dolore che non sento l'ultimo colpo.

Senza dire una parola, tiro su i pantaloni mentre lui si ri­mette la cintura e torna a sedersi tranquillamente sullo sga­bello. Riprendo posto davanti al pianoforte.

“Ricominciamo dalla seconda pagina”.

Appena pronunciate quelle parole, mia madre bussa alla porta.

“È ora di mangiare, venite?”
 
“Céline non mangia”.
 
A quelle parole, si alza e mi guarda con aria cattiva.

“Tu ti eserciti mentre io pranzo, poi ci rimettiamo al lavoro insieme. E non voglio sentirti smettere altrimenti sono guai”.

Mi sento smarrita. Mi si offusca la mente. Cerco di calmarmi ma non ci riesco. Tutto mi si confonde nella testa. Com'è possibile? Che mi sta succedendo? Come ha potuto farmi così male proprio mio padre, che in Francia mi portava al parco con la mia bambola Sidonie e mi faceva andare sull'altalena? Perché non vuole farmi mangiare? Cosa accadrà nel pomeriggio? Non mi vuole più bene? Ricomincerà?

Non riesco più a riflettere, sono terrorizzata. Come se percepissi che è soltanto l'inizio e che la mia vita è appena cam­biata per sempre. Sono impanicata, non mi controllo. Devo ritrovare l'amore di mio padre. Occorre che mio padre torni a sorridermi, che mi perdoni. Non ho altra scelta.

Allora mi alzo dallo sgabello e apro la porta della stanza dei giochi. Li sento in cucina, lui, mia madre e Marie. Sento il ru­more delle forchette e dei coltelli sbattere contro i piatti, sento

che discutono tra loro come se io non esistessi. Ho paura. Allora mi metto a quattro zampe, attraverso il corridoio e arrivo davanti alla porta della cucina.

“Per favore, papà, perdonami. Scusami se ho suonato male. Ti prego, torna con me, suonerò senza fare errori, te lo giuro”.

In quel momento non m'interessa mangiare. Quello che conta è che mio padre mi perdoni e non sia più arrabbiato.

Voglio che continui a volermi bene.
 
Sempre a quattro zampe, mi metto a piangere.
 
Mia madre e mia sorella non dicono niente.

“Ritorna immediatamente nella stanza dei giochi. Conto fino a tre. Uno, due, tre”.

Si alza di scatto. Mia madre lo trattiene per un braccio. “Va bene, va bene, vado. Non mi picchiare”, gli dico, proteggendomi la testa con le mani.

Poi mi sbrigo a tornare nella stanza dei giochi e richiudo la porta.

Avevo appena perso mio padre e l'amore di mio padre. Scoprivo a poco a poco la paura del dopo e prendevo coscienza, in quel preciso istante, che sarei potuta morire in qualunque momento.

Morire di angoscia, morire di dolore, morire di botte. Erano soltanto tre colpi di cinghia, eppure quei tre colpi mi avevano appena sconvolto la vita.







Brano tratto dal romanzo autobiografico Mai troppo brava, Cavallo di ferro edizioni, Roma, 2013. Traduzione di Carlo Mazza Galanti.




Celine RaphaŽl

Dottoressa in Scienza e medico, Celine RaphaŽl ha 29 anni e combatte la sua battaglia politica per la protezione dellíinfanzia. » impegnata anche nella formazione dei professionisti della Sanitŗ e dellíIstruzione per il recupero dei bambini che subiscono abusi.





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