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Sagarana PRESAGI E PRODIGI


Brano tratto dal saggio La religione a Roma


Gianluca De Sanctis


PRESAGI E PRODIGI



(…) La disciplina augurale distingueva infatti le aves in due grandi categorie: gli alites, gli uccelli di cui si doveva interpretare il volo (provenienza, al­tezza, rotta) e gli oscines di cui si doveva invece esaminare il canto (tono, direzione della voce). Alla prima classe appartengono l'aquila e l'avvol­toio. Alla seconda il corvo, la cornacchia, il picchio, il gufo, la civetta e il gallo. Per farsi un'idea della complessità della scienza augurale romana è sufficiente considerare il fatto che, secondo Nigidio Figulo, nel canto della civetta si possono riconoscere ben nove gradazioni sonore (novem voces) diverse, ciascuna in possesso di un suo significato specifico (Plinio, Naturalis historia X, 39). Persino il luogo di provenienza della voce è oggetto di una casistica: se un corvo gracida da destra è di buon augurio, mentre nel caso della cornacchia e del picchio la voce deve provenire da sinistra perché l'auspicio sia benaugurante.

In ambito militare prevalevano invece gli auspicia ex tripudiis: al momento opportuno il comandante romano, che avesse avuto intenzio­ne di attaccare battaglia, chiamava a sé il pullarius (l'esperto in questo settore della disciplina augurale) e diceva: Dicito, si pascentur «Di', se mangeranno». Si tratta di una formula rituale con la quale egli chiedeva all'esperto di polli di dar da mangiare alle sue bestie e di riferirgli l'esito del pasto. Se i polli beccavano con tanta avidità da lasciar cadere interi granelli del mangime a terra, allora si era in presenza di un tripudium (termine che Cicerone, De divinatione II, 72, fa derivare da un non attestato terripavium, che indicherebbe il momento in cui il becchime terram pavit «colpisce la terra») solistimum, vale a dire dell'auspicium perfetto, il migliore possibile, che dunque dava il via libera all'azione. Nel caso in cui invece i polli si mostravano inappetenti, era consigliabile rinunciare allo scontro e attendere tempi migliori (Foti, 2011). Alcuni consoli della repubblica divennero tristemente famosi per aver disatteso questo tipo di procedure, causando veri e propri disastri militari. Alla vigilia della battaglia di Drepanon, durante la prima guerra punica (249 a.C.), quando il console Publio Claudio Pulcro si accorse che i polli, liberati dalla gabbia, non avevano appetito, ordinò che fossero gettati in mare, perché, diceva, se non volevano mangiare, almeno bevessero (Cicerone, De natura deorum II, 7: Ut biberent, quoniam esse nollent). Ovviamente la battaglia andò malissimo per la flotta romana, altrimenti non avremmo avuto modo di conoscere la famosa, quanto sfortunata, battuta di Pulcro. Ma la lezione non doveva aver convinto tutti. Qualche anno dopo (217 a.C.) Gaio Flaminio, ansioso di scontrarsi con Annibale, al suo pullarius che lo invitava a rinviare lo scontro fino a quando ai polli non fosse tornato l'appetito, rispose in questo modo: Praeclara vero au­spicia, si esurientibus pullis res geri poterit, saturis nihil geretur! «Davvero fantastici gli auspici, se è lecito agire quando i polli hanno fame, e non si può far nulla quando sono sazi!» (Cicerone, De divinatione II, 75). Il disastro del Trasimeno consacrò Gaio Flaminio quale modello del ge­nerale temerario, cinico e irreligioso, e la sua storia divenne, per la classe senatoria impegnata nella difesa delle buone tradizioni avite, una sorta di spot contro la miscredenza dei filosofi e degli uomini nuovi.

Lo stesso discorso vale per gli omina. Cogliere questo tipo di voci richiede però un'attenzione davvero particolare, una prudenza e un'abi­lità fuori dal comune. Se Gaio Ostilio Mancino, sul punto di imbarcarsi a Porto Ercole per una spedizione militare contro gli Ispanici, si lascia atterrire dalla misteriosa voce (sine ullo auctore) che gli intimava di non proseguire oltre: Mancine mane! «Mancino fermati» (Valerio Massi­mo, Facta et dicta memorabilia I, 6, 7), Crasso, in partenza da Brindisi per andare a combattere contro i Parti, non si accorge che il grido Cau­neas!, lanciato al suo passaggio da un venditore di fichi secchi, non va preso per quello che sembra: «(fichi) di Cauno!», ma inteso come cave ne eas, cioè «stai attento, non andare!». Cicerone, che riferisce l'episo­dio nella sua requisitoria contro la divinazione, osserva con sarcasmo:

Diciamo pure, se vi pare, che Crasso era stato avvertito da quel tale di non partire; e che non sarebbe morto, se avesse obbedito al presagio (si omini paruisset). Se però diamo credito a cose del genere, dovremmo preoccuparci ogni volta che inciampiamo, che ci si rompe il laccio di una scarpa, che starnutiamo (Cicerone, De divinatione II 84). (…)







Brano tratto da La religione a Roma, Carocci editori, Roma, 2014.





Gianluca De Santis, dottore di ricerca in Antropologia del mondo antico all’Università degli Studi di Siena, ha studiato a Parigi presso il Centre de recherches comparées sue le sociétés anciennes e il Laboratoire d’anthropologie sociale. Insegna nel Pontificium Institutum Altioris Latinitatis.





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