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Sagarana La Lavagna Del Sabato 27 Febbraio 2010

LA DITATTURA ELETTA



Nadia Urbinati


LA DITATTURA ELETTA



 

La lunga marcia della sinistra italiana verso il nichilismo è cominciata alla Bolognina, poche settimane dopo la caduta del Muro di Berlino - è utile rammentarla per capire in quale grave situazione ci si trova ora. Non ho consultato gli archivi del Pci-Pds per verificare se la decisione di abolire un partito (allora si disse "cambiare nome") fosse stata presa collegialmente dalla Segreteria o dal Comitato Centrale. Ma per noi spettatori lontani, quella fu la decisione di un capo. Il quale dall’alto della sua personale opinione decretò che era tempo di cambiare: era la storia a chiederlo, disse.
Molto probabilmente il mutamento era indispensabile; anzi lo era certamente. Ma venne effettuato nel peggiore dei modi possibili. Con un atto discrezionale, senza una deliberazione collettiva e ponderata; senza andare all’origine ideologica e ideale di quel cambiamento, che restò di facciata e vuoto di contenuti. Come un cambiar d’abito si passò dal comunismo di facciata al liberalismo di facciata (spesso al liberismo, naturale vicino di casa dell’economicismo marxista).
E da allora questo fu il metodo accreditato presso i dirigenti del maggiore partito della sinistra. Un metodo decisionista e personalista, che anticipava quello che ora tanto deprechiamo del Presidente del Consiglio. Un metodo anti-deliberativo, tipico di monarchie assolute o reggenti dispotici; un metodo che consiste nel decidere d’arbitrio prima, per poi convocare organismi collettivi o congressi straordinari per legittimare post-factum quella decisione e soprattutto farla digerire al popolo subalterno.
In questo stesso modo da allora il partito ha deciso-e-digerito altre risoluzioni, quasi tutte improvvide e sbagliate. Tra le peggiori delle quali c’è senza dubbio la famigerata bicamerale, quell’improvvida politica che ha fatto della nostra Costituzione una merce di scambio politico per creare alleanze e che, soprattutto, ha legittimato il patrimonialismo di Forza Italia.
Il paese stava assistendo attonito e impotente alla formazione veloce e pericolosa di un potere assoluto -quello mediatico-patrimoniale - e i leader dell’opposizione hanno con grande intelligenza pensato bene di giustificarlo e legittimarlo, invece di imbrigliarlo e contenerlo. Hanno pensato di farvici accordi e usare l’arma del compromesso senza far troppo caso al fatto che solo tra eguali ci si può accordare; perché chi ha un potere sovrastante fa quello che vuole, e non onora gli accordi. Per fare accordi occorreva prima limitarne il potere. Il contrario sarebbe stato, come fu, un assurdo. Avevano mai avuto modo di leggere Locke o Montesquieu nei ritagli di tempo i dirigenti della sinistra?
Come in una giostra medievale, a forza di fendenti e picconate, la sinistra é stata ridotta a un’ombra di se stessa. Ed é ammirevole che i suoi elettori abbiano resistito per tanto tempo, impotenti di fronte alle violenze e improvvide offese dei capi. Da invenzione a invenzione: perfino imitando slogan di altri partiti in altri paesi (come faceva notare il corrispondente dall’Italia per il New Yotk Times dando l’annuncio delle dimissioni di Walter Veltroni) e mettendo insieme cose che non possono stare insieme, come il governo ombra britannico e il partito elettorale americano, un guazzabuglio che è stato degno di un apprendista stregone.
Infine, a completare il capolavoro, le primarie: un metodo di selezione dei candidati che prevede un partito consolidato e infine una struttura federale del partito stesso: senza di che diventa guerra fratricida fra le mura delle città e delle contrade; il nemico sta dentro, con grande godimento dell’avversario vero che sta fuori. E poi, si può adottare un metodo che vive di conflitto a fondamento di un partito che ha bisogno di grande unità, almeno per stabilizzarsi? Metodi anti-democratici e rozzi, strutture e procedure sbagliate. E che cosa dire dei contenuti?
Sarebbe interessante sapere in che cosa credono questi dirigenti: sulla rappresentatività del sistema elettorale, sulla scuola pubblica, sulla giustizia sociale, sul conflitto di interesse, sulle politiche per affrontare la crisi economica, sul pluralismo religioso, sulla divisione tra stato e chiesa, sui diritti umani fondamentali, ecc. Non ci è mai stato detto con chiarezza: perché non era possibile fare chiarezza, visto che non c’era davvero un’unità di ideali e prospettive politiche, di alcuni ideali in particolare come quelli relativi all’interpretazione dei diritti individuali o dello stato laico.
E infine, una nota dolentissima ma purtroppo realistica: molti dirigenti del Pd "vivono di" politica parlamentare essendo la politica il loro lavoro principale; questo dà loro una naturale disposizione all’inerzia e al rattoppo. Non dal centro potrà venire il rinnovamento. E di un rinnovamento di uomini e di donne c’è urgente bisogno. Senza del quale l’opposizione si consegna all’avversario e ne sancisce un potere già pericolosamente ingombrante e ai margini della costituzionalità. L’opposizione ha una responsabilità enorme, non solo o tanto verso i propri elettori, ma prima ancora e soprattutto verso i cittadini italiani: la responsabilità di contribuire a fare del paese una dittatura eletta.




(Tratto dalla rivista on-line La voce di Fiori, pubblicato inizialmente su La Repubblica del marzo 2009.)




Nadia Urbinati
Nadia Urbinati docente di Teoria Politica alla Columbia University di New York.




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