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Sagarana La Lavagna Del Sabato 19 Gennaio 2013

IL CINEMA POLITICA



L'Editoriale della rivista Eidos


IL CINEMA  POLITICA



 

Una delle scene più significative del film di Sorrentino “Il divo” è la scena in cui un monopattino vuoto attraversa, a folle velocità, tutto il Transatlantico di Montecitorio, tra gli sguardi stupiti dei deputati e alla fine della sua corsa si trasforma nella bomba di Capaci. Trovo che questa immagine sia un modo immediato ed efficace di fare cinema politico, attraverso il medium cinematografico per eccellenza, e al contempo trasmetta un chiaro messaggio su quella che Sorrentino ritiene essere la vera responsabile della strage, cioè l’intera classe politica italiana dell’epoca.
Non necessariamente è la narrazione o il dialogo esplicito che “fa” politica, ma si fa cinema politico, a mio avviso, quando si induce lo spettatore, attraverso le immagini e la tecnica narrativa, a spostarsi dalla stereotipia e dalla ovvietà, per aprirsi a diverse modalità interpretative del reale, non scontate e omologate, mettendo insieme cose impossibili, come diceva Aristotele della metafora. Ogni buon film contiene una metafora, ci dice, cioè, altro e di più rispetto alla storia che racconta ed è in questo scarto, in questo non esplicitato che risiede il suo valore politico. Non è perciò sufficiente il “che”, l’argomento scelto, ma quello che fa politica è il “come”. Come dice Piera Detassis a proposito de “I pugni in tasca” il fatto di destrutturare il linguaggio narrativo significava per Bellocchio rompere gli schemi ritenuti immutabili delle nostre vite e questo era il suo messaggio rivoluzionario. Tra il gesto del regista, l’uso della macchina da presa, il modo di organizzare le sequenze e le inquadrature e la sua visione del mondo, la sua etica, la sua visione politica, deve esserci una risonanza profonda che lo spettatore coglie come la “metafora” sottesa a quel film e che non consiste solo nella storia narrata o nei dialoghi. Potremmo dire che il metaforico e il simbolico siano la cifra distintiva dell’immaginario filmico, che è tanto più “politico” quanto più riesce a contrapporsi e a trasformare in pensiero libero e creativo un immaginario collettivo, colonizzato e omologato dai mass media, TV compresa. La TV di oggi, in particolare, è sempre più al servizio di una cattiva politica, della disinformazione e utilizza pensiero e emozione delle spettatore per guidarlo, con un attento uso di immagini spazzatura, verso un progressivo imbambolamento politicamente corretto.
 
L’uomo è un animale politico, diceva Aristotele, ma per lui la parola politica non faceva riferimento ad una ideologia o ad una istituzione, ma si riferiva al bisogno, tutto umano, di appartenere e di partecipare alla polis, al gruppo, sia esso la famiglia, la città, la nazione o il mondo.
Più siamo “politici” più desideriamo condividere una appartenenza ad una polis allargata che ci permetta di accedere ad un pensiero plurale, che abbia come riferimento non solo una morale condivisa, ma un’etica universale perché, come diceva Kant, non siamo soli al mondo e non c’è altro posto dove andare, almeno per ora …
Possiamo chiedere al cinema, proprio perché utilizza un mezzo tra i più universali ed immediati quale le immagini, di educarci ad avere uno sguardo pensante, uno sguardo-pensiero, che si trasformi in emozione e che ci aiuti a leggere la realtà non in modo piatto e uniforme, magari fornendoci anche una informazione critica e non imbavagliata sulla realtà che viviamo, “Draquila” insegna.
Qualche decennio fa si parlava di cinema “impegnato” come espressione di una precisa ideologia politica, per lo più di sinistra. Oggi mi sembra che l’impegno sia tutto nell’esercizio di una onestà intellettuale, in una etica nel lavoro di cineasta, nella capacità e nella volontà di cogliere lo spirito del tempo, di indicarlo senza compromessi, di illuminarlo con le immagini, con lo stile narrativo, e anche di precorrere i tempi con onestà e coraggio. Penso come esempio attualissimo al film di Moretti “Il Caimano”.
La vita di un film è fatta di un doppio movimento, una andata e un ritorno: si parte da una idea, da una interpretazione del mondo del regista, dello sceneggiatore, a volte di uno scrittore, per trasformarla in immagini, in narrazione, in stile narrativo. Poi dalla visione di quelle immagini da parte dello spettatore si ritorna all’idea di partenza, quella che ha fatto nascere il film. Ma il ritorno è gravido, contiene quel “di più” da pensare, quel “di più” che il pensiero collettivo sveglio e non imbambolato su quel racconto-immagini avrà attivato. Questo pensiero è “politica”.
Vorrei concludere, così come ho iniziato, con la scena di un film del periodo del così detto neo-realismo, periodo che sicuramente ha rappresentato una rivoluzione nel modo di fare cinema in Italia negli anni del dopoguerra. Il film è “Germania anno zero”, la regia era di Rossellini, ma questa scena fu filmata da Carlo Lizzani, perché Rossellini si era dovuto assentare dal set.
È una scena molto cruda in cui un gruppo di affamati si accanisce sul corpo di un cavallo morto in strada per tagliare qualche brandello di carne. Credo che questa scena, breve, crudele, “realistica”, sia un messaggio fortemente politico perché produce non solo conoscenza o ricordo della fame e della disperazione che la guerra produce, ma genera anche “pietas” per tutti gli esseri umani di ieri, di oggi e di domani, di tutti i paesi del mondo, costretti dalla volontà criminale di chi potrebbe cambiare le cose, a comportarsi come bestie e solo bestie affamate, abdicando alla propria sensibilità di uomini e donne. Queste immagini con il loro profondo significato sono in grado di provocare, in chi sa e vuole davvero “vedere”, un profondo sentimento di scandalo e di sdegno, prodromi di un desiderio autentico di cambiamento. Credo che questo sia un esempio eticamente condivisibile di ciò che a mio avviso significa “fare” cinema politico.






Editoriale della rivista EIDOS cinema, psiche e arti visive. N 20 marzo giugno 2011.





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