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Sagarana La Lavagna Del Sabato 01 Febbraio 2014

IL VOI DEI TEMPI PRECEDENTI



Brano tratto dal romanzo La testa sul piatto


Chiarella Ghini


IL VOI DEI TEMPI PRECEDENTI



(…) I palazzi del Rinascimento toscano, tranne poche eccezioni, non erano stati fatti per dare piacere all'occhio dei passanti. L'architettura del Quattrocento non maturò nei fasti del Settecento, quando si arricchirono di svolazzi altre città, ma restò avvinta al concetto rigoroso di vita medievale. Gli edifici stavano attaccati l'uno all'altro lungo le sponde del fiume, che spartiva la città in due mondi, tuttora storici e logistici. Di qua o di là del fiume, era una precisazione significativa nella tradizione del cittadino. L'attraversamento dei ponti aveva mantenuto il senso di un passaggio di frontiera.

Il palazzo di Filippo era del tardo Settecento, la facciata disadorna e intervallata da riquadri nudi di finestre, un modo per sviare l'attenzione o davvero per rigore etico. Il giardino, più ricco ed elaborato grazie ai meandri di bosso e alle fontane, lasciava uno scorcio aperto agli sguardi della strada, forse ideato per affermare di avere poco da nascondere.

Quando Anna andava in visita dal cognato, il lungo androne male illuminato le incuteva un'apprensione simile ai palpiti di paure notturne. Anche l'anticamera senza finestre che immetteva nell'appartamento la frenava dall'ingresso con l'esitazione se attraversarla di corsa frammezzo agli antenati che la seguivano con sguardo triste dai ritratti appesi tutt'intorno. Varcata la soglia del salotto, però, il mondo di sua sorella veniva incontro con gradevolezza. «Eccoti» diceva Angelica ogni volta alzando il viso dal giornale, ma la ripetizione banale illuminava il cuore nella conferma di essere gradita.

Angelica, piena di imbarazzo, era andata ad abitarvi la sera delle nozze.

La parte di sua spettanza era già pronta, dato che era la stessa dove Filippo nacque. Gli armadi pieni di antichi oggetti, i mobili di pregio collocati come pezzi di un intarsio, le stoffe preziose appena rinfrescate. Vi trascorse da ospite i primi anni, in silenziosa attesa per lo spostamento dei suoceri al piano superiore.

I suoi suoceri, Angelica sentiva una fitta nel pensare a loro.

Era stata sicura di conquistarli, quindi di scordarsi la diffidenza dei loro occhi quando venne introdotta nella penombra inospitale di uno dei salotti. Volle amarli da subito in quanto genitori di Filippo, con gratitudine e tante aspettative di familiarità condivisa. Li accudiva con trasporto e un'esagerata sollecitudine, niente le costava sforzo nella gratifica di mutua appartenenza. Si rendeva conto delle preoccupazioni per il suo scarso apporto finanziario, per il monopolio repentino sull'unico figlio e la preferenza, bisbigliata dalla servitù, verso altre fidanzate in ruolo di aspiranti, le quali erano apparse in precedenza più degne e meritevoli.

Lei capiva e le sembrava giusto, quindi si adeguò alle loro abitudini, con tenerezza e l'orgoglio di saperlo fare nel modo più corretto.

In un certo qual senso li conquistò, eccome. Infatti li aveva sempre appresso. Scendevano dalla scaletta interna di comunicazione fra i due piani e Angelica li trovava presenti dappertutto, tranne nella zona dei servizi.

La madre di Filippo era una signora di stile classico, un esemplare perfetto della sua categoria, con in più un tocco di arguzia personale che non di rado suscitava l'ilarità di Angelica, unendole in scoppi di risate. Diversa dal modello di sua madre che della dignità aveva fatto una funzione discordante a seconda delle circostanze, sua suocera era conforme al ruolo e sempre in ordine, le spille preziose in vista sugli abiti in lana dell'inverno e sui lini dell'estate. Angelica era tentata di imitarla come una fotocopia, per meglio calarsi a fondo nel ruolo e compiacerla.

Finalmente non percepiva ambiguità di sorta, bensì chiarezza di intenti con finalità concrete, prive di filosofie incoerenti a disturbare.

Anche qui, penuria di parenti.

Filippo era l'ultimo di una progenie di figli unici. «Una tradizione genetica che spero di interrompere» diceva, guardando la moglie in modo allusivo che la metteva in imbarazzo. Dopo la nascita di Diego, il primogenito, sua suocera le concesse di chiamarla mamma, persino con le lacrime agli occhi.

Lei si sentì promossa al livello superiore.

Il suocero era tutto d'un pezzo, come si suol dire, non si piegava davanti a niente e nessuno se non per baciare la mano alle signore, Angelica compresa. Si vantava di non avere mutato parere dalla giovinezza e aveva così poche opinioni, ma solide e prive di affanni. In apparenza alieno da dubbi, quindi spietato nell'esprimersi senza precauzioni, non le concesse di chiamarlo per nome o come papà, ragion per cui negli anni antecedenti alla sua morte lei evitò di appellarlo se non in qualità di nonno, sempre con il rispettoso lei di cortesia, quantunque egli avrebbe preferito il voi dei tempi precedenti, come faceva il figlio con naturalezza. (…)







Brano tratto dal romanzo La testa sul piatto, Amazon Books, USA, 2013.





Chiarella Ghini nata a Firenze. Ha vissuto molti anni a Parigi e Londra, lavorando, tra gli altri, per Emilio Pucci e Sotheby,s. Ora vive in campagna. La testa sul piatto il suo primo romanzo.





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