La Lavagna Del Sabato 15 Dicembre 2007


MORTE DI MEZZA ESTATE

Yukio Mishima






La mort... nous affecte plus profondément
sous le règne poni peux de l'été
Baudelaire : Les Paradis Artificiels


La spiaggia di A., vicino alla estremità meridionale della penisola di Izu, per i bagni non è ancora perduta. I fondali sono irregolari, è vero, e anche alla superficie il mare è spesso agitato; ma l'acqua è limpida, la spiaggia emerge dolcemente dal mare, condizioni ideali per nuotare. Non ci sono il rumore e la sporcizia tipici delle località di villeggiatura vicine a Tokyo, e questo è in gran parte dovuto alla sua lontananza dalle principali linee di comunicazione. È a due ore di autobus da Itõ.
In pratica, l'unico ristorante è l'Eirakusõ, dove si affittano anche dei cottage. Vi si vedono solo un paio di quei miseri chioschi per le bibite che d'estate ingombrano la maggior parte delle altre spiagge. La sabbia è bianca e abbondante e, proprio nel mezzo della spiaggia, una roccia ricoperta di pini sporge sul mare quasi fosse opera di un giardiniere paesaggista. Quando c'è l'alta marea l'acqua la sommerge a metà.
Anche la vista è stupenda. Quando i venti occidentali spazzano via la foschia dal mare, si vedono le isole, al largo. Oshima sembra a portata di mano; Toshima è piú lontana e, fra le due, si vede un'isoletta triangolare, Utoneshima. Al di là del promontorio di Nanago sporge il Capo di Sakai che fa parte dello stesso monte e che affonda profondamente le sue radici nel mare; oltre ancora, il capo conosciuto con il nome di Palazzo del Dragone di Yatsu e il Capo Tsumeki, sulla cui punta meridionale ogni notte si vede ruotare il fascio di luce del faro.
Dalla sua stanza all'Eirakusõ, Tomoko stava facendo un sonnellino. A guardarla mentre dormiva, nessuno avrebbe sospettato che fosse madre di tre bambini. Dal vestito leggermente corto di lino rosa chiaro spuntavano le ginocchia. Le braccia piene, il volto liscio e le labbra leggermente arcuate le davano un'aria fresca da ragazzina. Sulla fronte e alla radice del naso erano apparse goccioline di sudore. Le mosche ronzavano pigramente, e nella stanza l'aria era bollente come sotto una cupola metallica. Il tessuto color salmone si alzava e abbassava tanto lievemente che sembrava personificare il pomeriggio pesante e afoso.
La maggior parte degli altri ospiti dell'albergo era scesa alla spiaggia. La stanza di Tomoko era al secondo piano. Proprio sotto la sua finestra c'era un'altalena bianca per i bambini. Sul prato di poco piú di mille metri quadrati erano disposti sedie, tavoli e anche dei pioli per il gioco degli anelli. Gli anelli erano sparsi sul prato. In giro non c'era nessuno. Ogni tanto il ronzio di un'ape solitaria veniva coperto dal rombo delle onde che proveniva da dietro la siepe. Immediatamente dopo la siepe sorgevano i pini che cedevano poi posto alla sabbia e alla spiaggia battuta dalle onde. Sotto l'albergo scorreva un ruscello. Prima di sboccare nell'oceano formava una polla dove si bagnavano una dozzina di oche che starnazzavano ineducatamente quando al pomeriggio si portava loro da mangiare.
Tomoko aveva due figli, Kiyoo e Katsuo, di sei e tre anni, e una bambina, Keiko, di due. Erano tutti e tre alla spiaggia, con Yasue, cognata di Tomoko. Tomoko non si faceva scrupolo di affidare i bambini a Yasue quando voleva fare un pisolino.
Yasue era zitella. Quando, dopo la nascita di Kiyoo, Tomoko aveva avuto bisogno di aiuto, si era consultata con il marito e aveva deciso di far venire Yasue dalla provincia. Non c'era mai stato nessun vero motivo perché Yasue non dovesse essersi sposata. Non era particolarmente affascinante, infatti, ma non era nemmeno scialba. Aveva rifiutato una proposta dopo l'altra, finché non aveva superato l'età del matrimonio. Allettata dall'idea di raggiungere il fratello a Tokyo, aveva colto al volo l'invito di Tomoko. La famiglia di lei infatti avrebbe voluto farle sposare un notabile di provincia.
Yasue non era troppo sveglia, ma aveva un ottimo carattere. A Tomoko, che era piú giovane di lei, si rivolgeva come a una sorella piú anziana e si rimetteva sempre alle sue opinioni. L'accento della provincia di Kanazawa era pressoché scomparso. Oltre ad aiutare Tomoko nelle faccende di casa e nella cura dei bambini, Yasue andava a scuola di cucito e faceva dei vestiti non solo per sé ma anche per Tomoko e i bambini. Prendeva con sé un notes e disegnava i nuovi modelli esposti nelle vetrine dei negozi del centro. Talvolta si accorgeva che qualche commessa la stava osservando e a volte qualcuna persino la rimproverava.
Yasue era alla spiaggia. Indossava un elegante costume da bagno verde. Era l'unica cosa che non si era fatta da sé ma che aveva comperato in un grande magazzino. Molto orgogliosa della sua pelle chiara tipica della gente del nord, non aveva quasi nessuna traccia di abbronzatura. Faceva sempre il percorso dall'acqua all'ombrellone nel minor tempo possibile. I bambini erano sul bordo dell'acqua intenti a costruire un castello di sabbia, mentre Yasue si divertiva a lasciar cadere l'acqua mista a sabbia sulle gambe bianche. La sabbia asciugava immediatamente, formando un disegno scuro, rilucente di minuscoli frammenti di conchiglie. Yasue la puliva via frettolosamente, come se avesse improvvisamente temuto di non poterla piú lavare. Dalla sabbia balzò fuori un insetto semi-trasparente che si allontanò rapido.
Yasue raddrizzò le gambe e si appoggiò all'indietro sulle mani, guardando verso il mare. All'orizzonte ribolliva un enorme ammasso di nuvole, immenso nella sua tranquilla maestà. Sembrava che le nuvole assorbissero ogni rumore, persino quello del mare.
Si era nel pieno dell'estate e i raggi del sole picchiavano rabbiosi.
I bambini si erano stancati del loro castello di sabbia.
Corsero via scalciando nell'acqua poco profonda. Yasue usci di soprassalto dal piccolo mondo privato nel quale era scivolata, e prese a rincorrerli.
Ma i bambini non facevano nulla di pericoloso. Avevano paura del rombo delle onde. Al di qua della linea dove si frangevano le onde c'era un leggero risucchio. Kiyoo e Keiko, mano nella mano, erano in piedi nell'acqua che arrivava all'altezza del torace, gli occhi brillanti mentre si opponevano alla corrente e sentivano la sabbia scorrere sotto la pianta dei piedi.
"Come se qualcuno spingesse," disse Kiyoo alla sorella.
Dietro di loro arrivò Yasue e li ammoni di non andare oltre. Indicò Katsuo. Non avrebbero dovuto lasciarlo solo, dovevano uscire dall'acqua e andare a giocare con lui. Ma i bambini non le prestarono attenzione. Se ne stavano nell'acqua, mano nella mano, sorridendo. Avevano un segreto tutto loro, la sensazione della sabbia che scivolava via sotto i piedi.
Il sole dava fastidio a Yasue. Si guardò le spalle e il petto e ripensò alla neve di Kanazawa. Si pizzicò dolcemente sopra il seno. Sorrise avvertendo una sensazione di calore. Aveva le unghie leggermente lunghe che trattenevano sotto l'orlo un poco di sabbia scura. Avrebbe dovuto tagliarle quando fosse ritornata in albergo. Kiyoo e Keiko non si vedevano piú. Dovevano essere ritornati sulla spiaggia.
Ma Katsuo era solo. Aveva un'espressione stranamente alterata, e faceva cenni nella sua direzione.
Senti il cuore batterle violentemente. Guardò nell'acqua ai suoi piedi. L'acqua si stava ritirando, e nella schiuma a pochi metri di distanza si vedeva un piccolo corpo bruno che rotolava continuamente. Colse per un attimo il colore blu scuro del costumino da bagno di Kiyoo.
Il cuore le batteva ancora piú forte. Si diresse verso il corpo, guardinga come se dovesse affrontare un pericolo. Arrivò un'onda piú alta del solito che si ruppe sotto i suoi occhi. La colpi proprio nel mezzo del petto. Cadde all'indietro nell'acqua. Era stata colpita da un attacco di cuore.
Katsuo cominciò a piangere e un giovane che stava li vicino lo raggiunse correndo. Arrivarono altri, correndo nell'acqua bassa. L'acqua schizzava attorno ai corpi nudi abbronzati. Due o tre videro la donna caduta, senza farci però troppo caso. Si sarebbe rialzata. Ma in simili occasioni c'è come una sorta di premonizione e, mentre correvano, erano a metà convinti che ci fosse qualcosa di tragico in quella caduta. Yasue venne trascinata fin sulla sabbia ardente. Aveva gli occhi aperti e i denti serrati. Pareva che guardasse con espressione inorridita qualcosa piantato saldamente di fronte a lei. Uno degli uomini le tastò il polso. Nulla.
Qualcuno la riconobbe. "Sta all'Eirakusõ."
Bisognava chiamare il direttore dell'albergo. Un ragazzo del villaggio, deciso a non permettere a nessuno di rubargli questo compito, corse via a grande velocità sulla sabbia calda.
Arrivò il direttore. Era un uomo sulla quarantina. Indossava calzoncini corti, una maglietta spiegazzata e, attorno alla vita, una fascia di lana consunta in vari punti. Decise che i primi soccorsi dovevano esserle prestati all'albergo. Qualcuno obiettò. Senza attendere che venisse raggiunto un accordo, due giovani sollevarono Yasue e cominciarono a portarla in direzione dell'albergo. Sulla sabbia umida dove era stata sdraiata rimase l'impronta di un corpo umano.
Katsuo li segui singhiozzando. Qualcuno se ne accorse e lo prese in braccio.
Tomoko venne svegliata dal suo sonnellino. Il direttore, che sapeva fare bene il suo mestiere, la scosse gentilmente. Tomoko sollevò il capo e chiese che cosa non andava.
"La signora Yasue..."
"Le è successo qualcosa?"
"Le abbiamo prestato i primi soccorsi, e il dottore arriverà immediatamente."
Tomoko balzò dal letto e usci in fretta dalla stanza con il direttore. Yasue era sdraiata sull'erba vicino all'altalena.
Un uomo seminudo, inginocchiato a cavalcioni sopra di lei, le stava praticando la respirazione artificiale. Al suo fianco due uomini facevano del loro meglio per accendere un fuoco con paglia e rottami di una cassetta di arance. Le fiamme si spegnevano immediatamente lasciando il fumo. Il legno era ancora bagnato per il temporale della sera precedente. Un terzo uomo allontanava il fumo quando questo avvolgeva il viso di Yasue.
Il capo rovesciato all'indietro, pareva a tutti che Yasue stesse respirando. Il sole che filtrava attraverso gli alberi faceva luccicare il sudore sulla schiena scura dell'uomo a cavalcioni su di lei. Le gambe bianche, allungate sull'erba, erano paffute e di un colore gessoso. Sembravano apatiche, come indifferenti alla lotta ingaggiata sopra di esse.
Tomoko si inginocchiò nell'erba.
"Yasue! Yasue!"
Sarebbero riusciti a salvare Yasue? Perché era successo? Che cosa avrebbe detto al marito? Piangendo, saltava incoerentemente da una domanda all'altra. Di colpo si voltò decisamente verso gli uomini che le stavano attorno. Dov'erano i bambini?
"Guarda. La mamma è qui." Un pescatore di mezza età teneva fra le braccia Katsuo spaventato. Tomoko guardò il ragazzo e fece un cenno di ringraziamento al pescatore.
Arrivò il dottore e prosegui la respirazione artificiale. Con le guance che scottavano alla luce del fuoco, Tomoko quasi non riusciva a rendersi conto dei suoi pensieri. Una formica sali sulla faccia di Yasue. Tomoko la schiacciò e la gettò via. Un'altra si arrampicò dai capelli vicino all'orecchio. Tomoko schiacciò anche quella. Lo schiacciare formiche divenne il suo compito.
La respirazione artificiale prosegui per quattro ore. Alla fine ci si accorse che stava sopravvenendo il rigor mortis, e il dottore rinunciò. Il corpo venne coperto con un lenzuolo e portato al terzo piano. La stanza era buia. Un uomo lasciò il corpo e corse ad accendere la luce.
Esausta, Tomoko si senti pervadere da una specie didolce sensazione di vuoto. Non era triste. Le vennero in mente i bambini.
"I bambini?"
"Sono nella stanza da gioco con Gengo."
"Tutti e tre? "
"Tutti e tre?" Gli uomini si guardarono l'un l'altro.
Tomoko li spinse da parte e scese di corsa le scale. Gengo, il pescatore, con un kimono di cotone addosso, era seduto sul divano e scorreva un libro illustrato con Katsuo che indossava una camicia da adulto sul costume da bagno. La mente di Katsuo era presa da qualcos'altro. Non prestava attenzione al libro.
All'ingresso di Tomoko, gli ospiti dell'albergo che sapevano della tragedia smisero di farsi vento e la guardarono. Tomoko quasi si gettò su Katsuo.
"Kiyoo e Keiko?" chiese con voce tesa.
Katsuo alzò timidamente lo sguardo su di lei. "Kiyoo Keiko... tante bolle." Cominciò a singhiozzare.
Tomoko scese di corsa alla spiaggia a piedi nudi. Gli aghi di pino la pungevano mentre attraversava il boschetto. Era sopraggiunta l'alta marea e per giungere alla spiaggia dove si facevano i bagni fu costretta a scalare la roccia. Sotto di lei si stendeva la sabbia candida. Vedeva lontano nell'oscurità. Un ombrellone a strisce bianche e gialle era rimasto sulla spiaggia. Era il suo.
Gli altri la raggiunsero sulla spiaggia. Stava correndo tra i frangenti senza far caso al pericolo. Quando tentarono di fermarla, li respinse irritata.
"Non capite? Ci sono i miei due bambini là fuori, nel mare."
Molti non avevano sentito che cosa aveva da dire Gengo. Pensarono che Tomoko fosse impazzita.
Sembrava impossibile che per tutte le quattro ore che era durato il tentativo di rianimare Yasue, nessuno avesse pensato ai bambini. Gli ospiti dell'albergo erano abituati a vedere i due bambini insieme. E, per quanto potesse essere sconvolta la loro madre, pareva strano che nessuno l'avesse avvertita della morte dei suoi due figli.
A volte, tuttavia, simili incidenti fanno nascere un atteggiamento psicologico collettivo per cui ciascuno pensa solo alle cose semplici. È difficile non rimanerne presi. È difficile notare discrepanze. Svegliata all'improvviso dal pisolino pomeridiano, Tomoko aveva recepito solamente ciò che gli altri le comunicavano, e non si era posta nessun problema.
A poca distanza dall'albergo e alla spiaggia, per tutta la notte si tennero accesi dei falò. A intervalli di mezz'ora, i giovani si tuffavano alla ricerca dei corpi. Tomoko era con loro alla spiaggia. Non riusciva a dormire, anche perché aveva dormito troppo al pomeriggio.
Per ordine del gendarme locale, il mattino seguente le reti non vennero posate.
Il sole sorse dietro il promontorio alla sinistra della spiaggia e la brezza del mattino colpi Tomoko in pieno viso. Tomoko temeva l'arrivo della luce. Le sembrava che la luce del giorno le avrebbe rivelato tutta la verità, e che per la prima volta la tragedia sarebbe divenuta un fatto reale.
"Non crede che dovrebbe riposare un poco?" disse uno degli uomini piú anziani. "Se ci saranno novità, la chiameremo. Faremo tutto noi."
"La prego, gli dia retta, la prego," disse il direttore dell'albergo, gli occhi rossi per la mancanza di sonno. "Ha già avuto abbastanza sfortuna. Che farà suo marito se si ammalerà anche lei?"
Tomoko temeva l'incontro con il marito. Vederlo sarebbe stato come affrontare un processo. Ma avrebbe dovuto vederlo, comunque. Il momento si avvicinava e quasi le sembrava che si avvicinasse un'altra disgrazia.
Di colpo, raccolse tutto il suo coraggio e spedí un telegramma. Questo le forniva una scusa per allontanarsi dalla spiaggia. Aveva cominciato a pensare che tutta l'attenzione dei giovani che si tuffavano si fosse rivolta verso di lei.
Mentre si allontanava si voltò a guardare. Il mare era calmo. Vicino alla spiaggia brillava un riflesso d'argento. I pesci balzavano fuori dall'acqua. Sembravano come attossicati di piacere. Era spiacevole che Tomoko dovesse sentirsi così infelice.
Il marito di Tomoko, Masaru Ikuta, aveva trentacinque anni. Prima della guerra, dopo essersi laureato alla facoltà di Lingue Estere dell'Università di Tokyo, aveva lavorato per una ditta americana. Parlava un buon inglese e svolgeva bene il suo lavoro. Era piú capace di quanto non trasparisse dai suoi modi silenziosi. Ora era dirigente di una società automobilistica americana, poteva servirsi di una vettura della casa, anche a scopo pubblicitario, e guadagnava centocinquantamila yen al mese. Aveva anche la possibilità di impadronirsi di certi fondi segreti e Tomoko e Yasue, aiutate da una donna che si prendeva cura dei bambini, vivevano nella sicurezza e negli agi. Non c'era nessun bisogno di limitare a tre i componenti della famiglia.
Tomoko spedí un telegramma perché non voleva parlare al telefono con Masaru. Come d'abitudine nei quartieri periferici, l'ufficio postale telefonò il testo del telegramma non appena esso venne ricevuto, e la chiamata giunse proprio quando Masaru stava uscendo per andare al lavoro. Pensando a una delle solite telefonate di lavoro, Masaru sollevò tranquillamente il ricevitore.
"Un telegramma lampo da A.," disse l'impiegata dell'ufficio postale. Masaru cominciò a sentirsi a disagio. "Glielo leggerò. È pronto? 'YASUE MORTA. KIYOO E KEIKO DISPERSI. TOMOKO."'
"Le dispiace rileggerlo, per favore?"
La seconda volta fu lo stesso. "YASUE MORTA. KIYOO E KEIKO DISPERSI. TOMOKO." Masaru era incollerito. Come se,
per un motivo che non gli riusciva di immaginare, avesse ricevuto la notizia del suo licenziamento.
Telefonò immediatamente in ufficio per dire che non sarebbe andato al lavoro. Pensò di andare alla spiaggia di A. in macchina. Ma la strada era lunga e pericolosa e non era sicuro di farcela nelle condizioni in cui si trovava. Inoltre, non molto tempo prima aveva avuto un incidente. Decise di prendere il treno fino a Itõ e di proseguire poi in taxi.
Gli incidenti imprevisti agiscono nella mente umana secondo un processo strano e involuto. Masaru, che si preparava a partire senza nemmeno sapere che cosa fosse successo, ebbe cura di prendere con sé una certa quantità di denaro. C'è bisogno di denaro in caso di incidenti.
Prese un taxi per la stazione di Tokyo. Non provava nulla di simile a un'emozione. Piuttosto, si sentiva come deve sentirsi un investigatore che si sta recando sulla scena di un delitto. Meno versato nei processi speculativi che in quelli deduttivi, fremeva di curiosità per conoscere i particolari di quest'incidente che lo riguardava tanto da vicino.
"Avrebbe dovuto telefonare. Aveva paura di parlarmi." Con l'intuito del marito aveva capito la verità. Ma, comunque, la prima cosa da fare è andare a vedere di persona.
Mentre si avvicinavano al centro della città, guardò fuori dal finestrino. Il sole del mattino d'estate era ancor piú abbagliante a causa del biancore delle camicie della folla. Gli alberi lungo la strada gettavano ombre brevi e scure e, all'ingresso di un albergo, lo sfarzoso baldacchino bianco e rosso era curvo, come se i raggi solari fossero di un metallo pesante. Dove la strada era stata riparata, la traccia recente di uno scavo era già secca e polverosa.
Attorno a lui, il mondo era tranquillo come lo era stato sempre. Nulla era successo, e se provava, riusciva a pensare che non era successo nulla nemmeno a lui. Gliene venne una specie di rabbia infantile. Un incidente accaduto in una località sconosciuta, che non lo riguardava minimamente lo aveva isolato dal mondo.
Fra tutti i passeggeri, nessuno era tanto sfortunatoquanto lui. Il pensiero parve situarlo a un livello superiore, o inferiore, non avrebbe saputo dirlo, a quello del solito Masaru. Era una persona speciale. Una persona diversa.
Una persona che abbia una grossa voglia sulla schiena senz'altro, ogni tanto, deve avvertire il bisogno di dire : "Sentite, voi tutti. Non lo sapete, ma io sulla schiena ho una grossa voglia rossa."
Ugualmente Masaru sentiva il bisogno di gridare agli altri passeggeri : "Sentite, voi tutti. Non lo sapete ma ho perduto mia sorella e due dei miei figli."
Il coraggio lo abbandonò. Se soltanto i bambini fossero salvi... Cominciò a pensare a un altro modo di interpretare il telegramma. Forse Tomoko, sconvolta dalla morte di Yasue, aveva immaginato che i bambini erano morti, mentre invece si erano solamente persi. Forse in questo momento un secondo telegramma lo attendeva a casa? Masaru era abbastanza sconvolto dalle sue reazioni, come se l'incidente di per se stesso avesse meno importanza della sua reazione all'annuncio. Gli dispiacque di non aver telefonato immediatamente all'Eirakuso.
La piazza antistante la stazione di Ito risplendeva nel sole estivo. A fianco del posteggio di taxi c'era un piccolo ufficio non piú grande di un chiosco della polizia. All'interno la vampa del sole era implacabile. Alle pareti, gli orli degli avvisi erano scuri e accartocciati.
"Quanto per A.?"
"Duemila yen." L'uomo portava un berretto da autista e un fazzoletto attorno al collo. "Se non ha fretta può risparmiare prendendo l'autobus. Parte fra cinque minuti," aggiunse, o per eccesso di gentilezza, o perché l'affrontare il viaggio gli sembrava troppo faticoso.
"Ho fretta. È morto qualcuno della mia famiglia."
"Oh! Lei è un parente di quelli che sono annegati ieri a A.? Che disgrazia. Due bambini e una donna contemporaneamente, dicono."
Masaru sotto il sole a picco avverti una sensazione di vertigine. Non parlò piú finché non raggiunsero A.
Il panorama lungo la strada non offriva nulla di particolare. Il taxi percorse il fianco di una montagna polverosa e ridiscese dall'altra parte. Il mare lo si vedeva raramente. Quando sorpassarono un'altra vettura su di uno stretto rettilineo, alcuni rami urtarono contro i finestrini semiaperti come uccelli impazziti, facendo cadere sporco e terra sui calzoni accuratamente stirati di Masaru.
Masaru non riusciva a decidere con che atteggiamento affrontare la moglie. Non era sicuro che ci potesse essere un "approccio naturale" quando nessuna delle emozioni che provava sembrava adattarsi a questo concetto. Forse l'innaturale era in realtà naturale.
Il taxi superò il vecchio cancello scuro dell'Eirakusõ. Mentre saliva lungo il vialetto, il direttore si precipitò fuori sugli zoccoli di legno. Masaru, automaticamente, mise mano al portafoglio.
"Sono Ikuta."
"Una terribile disgrazia," disse il direttore inchinandosi profondamente. Dopo aver pagato il conducente, Masaru ringraziò il direttore e gli allungò una banconota di mille yen.
Tomoko e Katsuo erano nella stanza adiacente a quella dove era deposto il feretro di Yasue. Il corpo era immerso nel ghiaccio secco, fatto venire da Itõ, e sarebbe stato cremato ora, dato che Masaru era arrivato.
Masaru, precedendo il direttore, apri la porta. Tomoko, che si era sdraiata per dormire un poco, balzò in piedi. Non era addormentata.
Aveva i capelli scompigliati e indossava un kimono di cotone spiegazzato.
Come un criminale confesso, strinse il kimono e si inginocchiò docilmente dinanzi a lui. I suoi movimenti erano straordinariamente rapidi, come se li avesse decisi in anticipo. Lanciò uno sguardo verso il marito e scoppiò in lacrime.
Masaru non voleva che il direttore lo vedesse mentre posava una mano in segno di conforto sulla spalla di lei.
v/
Sarebbe stato peggio che mostrare i segreti piú intimi della camera da letto. Si tolse la giacca e si guardò intorno alla ricerca di un gancio dove appenderla.
Tomoko se ne accorse. Prese un appendiabiti blu dall'armadio e appese la giacca bagnata di sudore. Masaru sedette vicino a Katsuo, che si era svegliato sentendo piangere la madre e che li guardava. Il bambino, inginocchiato, era commovente come una bambola. "Come possono essere tosi piccoli i bambini? " si domandò Masaru.
Era come se tenesse in mano un giocattolo.
Tomoko si inginocchiò piangendo in un angolo della stanza.
"E stata tutta colpa mia," disse. Era questa la frase che Masaru desiderava sentire piú di ogni altra.
Dietro di loro, anche il direttore era in lacrime. "So che la cosa non mi riguarda, signore, ma per favore non rimproveri la signora Ikuta. E successo mentre lei stava facendo un sonnellino, e non per colpa sua."
A Masaru sembrava di avere già letto o sentito in un'altra occasione tutta la faccenda.
"Capisco, capisco."
Seguendo le regole, si alzò tenendo il figlio fra le braccia, si diresse verso la moglie e le posò delicatamente una mano sulla spalla. Il gesto venne con naturalezza.
Tomoko piangeva ancora piú amaramente.
I due corpi vennero trovati il giorno seguente. Il gendarme che aveva continuato ad immergersi lungo tutta la spiaggia, alla fine li trovò sotto il promontorio. I corpi erano stati morsi dalle pulci di mare e c'era anche qualche pulce di mare nascosta nelle piccole narici.
Ovviamente simili incidenti superano di gran lunga le imposizioni della consuetudine e tuttavia in nessuna occasione piú che in queste la gente é portata a seguire le consuetudini. Tomoko e Masaru non dimenticarono di rispondere a nessuno, e ricambiarono tutti i regali come era uso fare.
La morte é sempre un problema amministrativo. Erano
freneticamente immersi in problemi amministrativi. Si sarebbe potuto pensare che Masaru, particolarmente, data la sua posizione di capofamiglia, non avesse il tempo di provare dispiacere. Per quanto riguardava Katsuo, gli sembrava che a un giorno di festa ne seguisse un altro, mentre gli adulti, tutti, interpretavano delle parti.
Comunque si destreggiarono bene in tutta la complessa faccenda. Le offerte per i funerali raggiunsero una somma considerevole. Le offerte per i funerali sono sempre piú consistenti quando il capofamiglia, che ancora può provvedere alla famiglia, rimane in vita, che quando il funerale è il suo.
Tanto Masaru quanto Tomoko erano in un certo qual modo legati dalle necessarie formalità. Tomoko non capiva come potessero esistere fianco a fianco un dolore che conduceva quasi alla pazzia e l'attenta cura per i particolari. La sorprendeva anche la quantità di cibo che riusciva a inghiottire senza nemmeno accorgersi del sapore.
La cosa che piú temeva era l'incontro con i genitori di Masaru. Giunsero da Kanazawa in tempo per i funerali. "È stata tutta colpa mia," si sforzò di dire nuovamente, e a mo' di compensazione si rivolse ai propri genitori.
"Ma a chi credono che debba dispiacere di piú? Non ho perduto due bambini? Tutti, mi stanno accusando. Caricano tutta la colpa su di me, e io devo scusarmi con loro. Mi guardano come se fossi una bambinaia distratta che ha lasciato cadere il bambino nel fiume. Ma non era Yasue? Yasue ha la fortuna di essere morta. Perché non si rendono conto di chi è stata colpita piú profondamente? Io sono una mamma che ha perso due figli."
"Non sei giusta. Chi ti sta accusando? La madre di lui non piangeva forse mentre ti diceva che le dispiaceva di piú per te che per chiunque altro? "
"Erano solo parole."
Tomoko si sentiva scontenta nella maniera piú totale. Si sentiva come una persona retrocessa e condannata all'oscurità, una persona i cui veri meriti passavano inosservati. Le
sembrava che meriti tanto particolari dovessero portare con sé privilegi speciali, privilegi straordinari. Una parte della sua scontentezza la rivolgeva contro se stessa, che si era scusata con tanta umiltà nei confronti della suocera. Era da sua madre che si precipitava quando la sua irritazione, come un prurito che le affliggesse tutto il corpo, prendeva la parte migliore di lei.
Tomoko non lo sapeva, ma era davvero disperata dalla limitatezza delle emozioni umane. Non era illogico che se dieci persone morivano non si potesse fare altro che piangere, proprio come quando ne moriva una sola?
Tomoko si domandava perché non le accadeva di svenire. Le pareva strano di non svenire, al funerale, in piedi per piú di un'ora, immersa nel calore estivo. A tratti si sentiva un po' debole, e ciò che la salvava ogni volta era una fresca iniezione di terrore per la morte. "Sono piú forte di quanto non pensassi," disse, rivolgendo verso la madre un viso rigato di lacrime.
Parlando di Yasue con i genitori, Masaru piangeva per la sorella che era morta zitella, e Tomoko provò un briciolo di risentimento anche nei suoi confronti.
"Chi era piú importante per lui, Yasue o i bambini?" avrebbe voluto domandare.
Nessun dubbio che fosse tesa e sveglia. La notte della veglia non poté dormire anche se sapeva che avrebbe dovuto. Inoltre non le venne nemmeno l'accenno di male di testa. Aveva la mente acuta e pronta.
La gente che telefonava si preoccupava del suo stato e a volte lei rispondeva bruscamente : "Non dovete preoccuparvi di me. Che io sia viva o morta non fa nessuna differenza."
Anche il pensiero del suicidio o di impazzire la abbandonò. Per un certo tempo Katsuo rappresentò il miglior motivo che aveva per continuare a vivere. Ma a volte pensava che si trattasse solamente di mancanza di coraggio, o forse di un momentaneo cedimento. Qualunque fosse l'occasione che l'aveva portata a pensarlo mentre osservava
le lamentatrici a preparare Katsuo, si rese conto di come avesse fatto bene a non uccidersi. Di notte, nelle braccia del marito, apriva smisuratamente gli occhi in direzione del cerchio di luce della lampada da notte e ripeteva continuamente, come se stesse perorando un favore: "Ho sbagliato. È colpa mia. Avrei dovuto sapere fin dall'inizio che era un errore lasciare i tre bambini affidati a Yasue."
Il tono di voce era vuoto come quello di chi prova l'eco contro una montagna.
Masaru conosceva il significato di questo ossessivo senso di responsabilità. Tomoko attendeva una qualche specie di punizione. Si poteva dire che la bramasse.
Dopo i servizi funebri del quattordicesimo giorno, la vita ritornò alla normalità. Gli amici li incitavano a andarsene in qualche posto per riposare un poco, ma tanto la montagna quanto il mare terrorizzavano Tomoko. Era convinta che le disgrazie non giungessero mai sole.
Una sera, verso la fine dell'estate, Tomoko andò in città con Katsuo. Doveva incontrare il marito quando questi sarebbe uscito dall'ufficio.
Katsuo poteva avere tutto ciò che voleva. Tanto la madre quanto il padre erano gentili in maniera persino imbarazzante. Lo trattavano come se fosse stato una bambola di vetro ed era una grossa impresa fargli attraversare la strada. La madre guardava attentamente le automobili e i camion fermi al semaforo, poi attraversava di volata la strada tenendolo stretto per mano.
Gli ultimi costumi da bagno esposti nella vetrina di un negozio la colpirono violentemente. Fu costretta a distogliere gli occhi da un costume da bagno verde, come quello di Yasue. Successivamente si chiese se il manichino aveva la testa. Le pareva che ne fosse sprovvisto... poi che l'avesse: un volto uguale a quello di Yasue morta, gli occhi chiusi, i capelli madidi e aggrovigliati. Tutti i manichini divennero corpi di annegati.
Se soltanto l'estate fosse finita. La semplice parola "estate" portava con sé spiacevoli pensieri di morte. Enel sole del tardo pomeriggio sentiva come un calore putrescente.
Dato che era ancora presto entrò con Katsuo in un grande magazzino. Mancava circa mezz'ora alla chiusura. Katsuo voleva guardare i giocattoli e perciò salirono al terzo piano. Superarono in fretta il banco con i giocattoli da spiaggia. Le madri si accalcavano freneticamente davanti a una svendita di costumi da bagno per bambini. Una donna teneva un paio di calzoncini blu scuro contro la luce della finestra e il sole del pomeriggio si rifletteva sulla fibbia. Nell'attesa entusiastica di un funerale, pensò) Tomoko.
Quando si fu fatto comperare i cubetti, Katsuo volle salire sulla terrazza. Nella zona giochi sulla terrazza faceva freddo. Una brezza piuttosto forte proveniente dal porto faceva sventolare le tende.
Attraverso la rete di protezione, Tomoko guardò il ponte Kachidochi dall'altra parte della città, i moli di Tsukishima e i mercantili nella baia.
Katsue liberò la mano dalla sua e si avvicinò alla gabbia delle scimmie. Probabilmente per il vento, l'odore della scimmia era particolarmente penetrante. La scimmia li fissò con la fronte aggrottata. Mentre si spostava da un ramo all'altro, con una mano appoggiata accuratamente su una coscia, Tomoko vedeva su un lato della piccola testa da vecchia un orecchio sporco, con le venuzze rosse in rilievo. Prima d'ora non aveva mai osservato con tanta attenzione un animale.
Accanto alla gabbia c'era una vasca. Lo zampillo centrale era chiuso. Attorno al bordo di mattoni, un'aiuola di portulache. Sul bordo, un bambino dell'età di Katsuo barcollava in equilibrio instabile. I genitori non erano in vista.
"Spero che cada. Spero che cada dentro e che anneghi."
Tomoko guardò le gambette incerte. Il bimbo non cadde. Quando ebbe fatto tutto il giro della vasca, notò lo sguardo di Tomoko e rise orgoglioso. Tomoko non rise. Era come se il bambino si prendesse gioco di lei.
Prese per la mano Katsuo e si allontanò in fretta dalla terrazza.
A pranzo, dopo un silenzio piuttosto lungo, Tomoko disse: "Comunque, sei tranquillo. E non mi sembri nemmeno un po' triste."
Stupito, Masaru si guardò intorno per vedere se qualcuno avesse sentito. "Non capisci? Sto cercando solo di tenerti su di morale."
"Non c'è nessun bisogno di farlo."
"Lo dici tu. Ma hai pensato agli effetti su Katsuo?" "Allora io non merito di essere una madre."
E cosi la cena fu rovinata.
Masaru tendeva sempre di piú a ritirarsi dinanzi al dispiacere della moglie. Un uomo ha il suo lavoro. Può distrarsi con il lavoro. Intanto Tomoko alimentava il dispiacere. Masaru, quando ritornava a casa, doveva affrontare questa monotona tristezza e, di conseguenza, cominciò a ritornare a casa la sera tardi.
Tomoko chiamò una donna che aveva lavorato per lei molto tempo prima e le regalò tutti i giocattoli e i vestiti di Kiyoo e Keiko. La donna aveva dei bambini che avevano piú o meno la loro stessa età.
Una mattina Tomoko si svegliò prima del solito. Nel letto matrimoniale, Masaru giaceva raggomitolato sul fianco. La sera precedente aveva bevuto di nuovo e nella stanza c'era ancora un odore stantio di liquore. Le molle cigolarono mentre cambiava posizione. Ora che Katsuo era solo, Tomoko lo faceva dormire nella loro camera da letto al piano superiore, anche se, ovviamente, sapeva che sarebbe stato meglio non farlo. Attraverso la zanzariera bianca che copriva il loro letto e quello di Katsuo guardò il viso del bambino addormentato. Quando dormiva sembrava sempre che avesse il broncio.
Tomoko allungò il braccio fuori dalla zanzariera verso il cordone della tenda. La sensazione di ruvido del cordone di canapa nella mano sudata era piacevole. La tenda si apri leggermente. La luce colpiva l'albero di sandalo dal

di sotto, e le linee d'ombra che si intersecavano e l'ammasso di foglie avevano una morbidezza insolita. I passeri cinguettavano rumorosamente. Ogni mattina si svegliavano, cominciavano a chiacchierare fra di loro, e pareva che si mettessero in fila e corressero su e giú lungo la grondaia. Il trapestio confuso delle zampette passava da una estremità all'altra del tubo della grondaia per poi ritornare indietro. Tomoko sorrise ascoltandolo.
Era una mattinata stupenda. Sentiva che lo era, per nessuna ragione particolare. Rimase tranquillamente sdraiata, la testa appoggiata sul cuscino. Un sentimento di contentezza si diffuse nel suo corpo.
Improvvisamente le si bloccò il respiro. Sapeva perché era cosi felice. La notte scorsa per la prima volta non aveva sognato i bambini. Li sognava ogni notte, e questa volta non era successo. Invece aveva fatto alcuni sogni futili e piacevoli.
Cosí in fretta aveva dimenticato... la sua mancanza di cuore la colpi come un accesso di terrore. Pianse lacrime di pentimento pensando allo spirito dei figli. Masaru apri gli occhi e la guardò. Ma nel pianto della moglie vide una sorta di pace, non il solito dolore.
"Li hai pensati di nuovo?"
"Si." Sembrava troppo difficile spiegare la verità.
Ora che aveva detto una bugia, però, era seccata che anche il marito non piangesse con lei. Se nei suoi occhi avesse visto delle lacrime, sarebbe stata capace di credere alla sua bugia.
Le funzioni del quarantanovesimo giorno erano passate. Masaru comperò un pezzo di terra nel cimitero di Tama. Questi erano i primi morti nel suo ramo della famiglia e quindi le prime tombe. A Yasue fu affidato il compito di occuparsi dei figli anche sulla Riva Lontana : dopo un
consulto con il resto della famiglia anche le sue ceneri vennero sepolte nello stesso pezzo di terra.
I timori di Tomoko parevano non avere phi fondamento, dato che la tristezza andava sempre aumentando. Andò con Masaru e Katsuo a vedere il pezzo al cimitero. L'autunno era appena iniziato.
Era una bellissima giornata. Il caldo stava abbandonando l'aria tersa e limpida.
La memoria a volte fa scorrere le ore accanto a noi, a volte le sovrappone le une alle altre. Quel giorno la memoria giocò a Tomoko questo scherzo per due volte. Forse, nel cielo e nel sole troppo limpidi e brillanti, anche i confini del suo inconscio erano diventati phi trasparenti.
Due mesi prima della disgrazia Masaru aveva avuto un incidente automobilistico. Non si era fatto nulla ma, dopo la disgrazia, Tomoko non andava mai in macchina con lui quando portava con sé Katsuo. Oggi, anche Masaru aveva preso il treno.
Cambiarono a M., trasferendosi sulla linea secondaria che conduceva al cimitero. Masaru scese per primo dal vagone con Katsuo. Tomoko, trattenuta dalla folla, riuscí a scendere solo un paio di secondi prima che la porta si chiudesse. Udi un fischio stridulo, mentre la porta dietro di lei scivolava sulle guide, chiudendosi. Quasi gridando si voltò di colpo e cercò di aprirla di forza. Aveva creduto che Kiyoo e Keiko fossero rimasti chiusi dentro.
Masaru la portò lontano, sostenendola per un braccio. Tomoko lo guardava con insolenza, come se Masaru fosse un poliziotto che l'aveva arrestata. Un istante dopo rientrò in sé e cercò di spiegare che cosa le era successo: in qualche modo, doveva fornire una spiegazione. Ma la spiegazione riuscí solamente a mettere a disagio Masaru. Pensò) che la moglie stesse recitando.
Il piccolo Katsuo era felice nel vedere la vecchia locomotiva che li aveva portati al cimitero. Aveva un fumaiolo lunghissimo ed era meravigliosamente alta, come se avesse i trampoli. La base di legno dove il macchinista appoggiavail gomito sembrava fatta di carbone. La locomotiva ruggiva, sospirava e digrignava i denti, e alla fine parti per passare attraverso i piatti orti della periferia.
Tomoko, che non era mai stata al cimitero di Tama in precedenza, era stupita della sua luminosità. Uno spazio tosi grande dedicato ai morti? I prati verdi, i larghi viali delimitati da file di alberi, il cielo blu sulla testa che andava schiarendosi alla distanza. La città dei morti era phi chiara e piú pulita della città dei vivi. Lei e il marito in precedenza non avevano mai avuto motivo di occuparsi di cimiteri, ma non sembrava una brutta cosa che ora fossero dei visitatori qualificati. Anche se nessuno dei due pensava particolarmente alla faccenda, pareva che il periodo del lutto, una monotona parata di fatti bui e sinistri, avesse fornito loro una sorta di sicurezza, un che di stabile, facile, di piacevole persino. Si erano abituati all'idea della morte e, proprio come quando una persona é abituata alla depravazione, erano giunti al punto di ritenere che nella vita non ci fosse nulla di cui dovessero aver paura.
Il pezzo di terra era all'estremità lontana del cimitero. Mentre superavano il cancello guardarono con curiosità il monumento funebre dell'Ammiraglio T., e una grossa tomba, decorata di specchi di pessimo gusto, li fece ridere allegramente.
Tomoko ascoltava il sommesso frinire autunnale delle cicale e aspirava il profumo dell'incenso e dell'erba fresca. "Che bel posto. Avranno una stanza per giocare e non si annoieranno. Non posso fare a meno di pensare che per loro sarà bello. Strano, vero?"
Katsuo aveva sete. All'incrocio dei viali c'era una grossa torre bruna. I gradini circolari alla base della torre erano segnati dall'acqua della fontana al centro. Alcuni bambini, stanchi di dare la caccia alle libellule, bevevano rumorosamente e si schizzavano l'un l'altro. Ogni tanto uno spruzzo d'acqua faceva sorgere nell'aria un piccolo arcobaleno.
Katsuo era un bambino attivo. Voleva bere, e non c'era nulla che glielo potesse impedire. Approfittando del
fatto che la madre non lo teneva per mano, corse verso i gradini. "Dove stai andando?" lo richiamò bruscamente Tomoko. "Un sorso d'acqua," le rispose lui, voltandosi appena. Tomoko lo rincorse e gli afferrò strettamente le braccia da dietro. "Mi fai male," protestò Katsuo. Era spaventato. Una creatura terribile gli era balzata addosso da dietro le spalle.
Tomoko si inginocchiò sulla pietra tombale e lo fece voltare verso di sé. Katsuo guardava il padre, che, un po' distante, li fissava stupito.
"Non devi bere quell'acqua. Ne abbiamo portata dell'altra."
Cominciò a svitare il tappo del thermos che teneva sulle ginocchia.
Raggiunsero il loro pezzetto di proprietà. Faceva parte di una zona appena aperta, dietro vicoli di pietre tombali. Qui e là, erano piantati fragili alberelli, secondo un disegno prestabilito; lo si capiva se si faceva attenzione. Le ceneri non erano ancora state rimosse dal tempio di famiglia, e non c'era nemmeno la pietra tombale. Solo un pezzetto di terra livellata e cintata.
"Staranno tutti e tre insieme," disse Masaru.
Questo per Tomoko significava poco. Come potevano capitare, si domandò, fatti improbabili? Che un bambino annegasse in mare era cosa che poteva succedere, lo si doveva accettare. Ma che annegassero tre persone era ridicolo. E diecimila era ancora diverso. C'era un che di ridicolo nelle cose eccessive, e tuttavia non c'era nulla di ridicolo in una grande catastrofe naturale, o nella guerra. Una singola morte era un fatto solenne e grave, come milioni di morti. I numeri leggermente esagerati erano diversi.
"Tre! Che stupidaggine! Tre," disse.
Per una singola famiglia era un numero eccessivo, e troppo piccolo per la società. Non sorgeva nemmeno nessuna delle implicazioni della morte in battaglia o sul posto di lavoro. Egoista nel tipico modo delle donne, rimuginava continuamente il mistero di questo numero. Masaru, l'esseresociale, col tempo era giunto alla conclusione che era il caso di vedere la disgrazia così come la vedeva la società : erano stati fortunati che la loro disgrazia non rivestisse implicazioni sociali.
Di ritorno alla stazione, Tomoko cadde nuovamente vittima dello stesso sdoppiamento del tempo. Il treno sarebbe arrivato di li a venti minuti. Katsuo voleva un orsacchiotto che vendevano all'ingresso della stazione. Gli orsacchiotti, appesi a bastoncini, erano di ovatta dipinta di bruno, sulla quale erano fissati orecchie, occhi e coda.
"Compragliene uno!" esclamò Tomoko.
"Ai bambini sembra che piacciano sempre."
"Ne avevo uno anch'io quand'ero piccola."
Tomoko comperò l'orsacchiotto dalla vecchietta della bancarella e lo diede a Katsuo. Un attimo dopo si accorse che stava guardando sulle altre bancarelle. Voleva comperare qualcosa anche per Kiyoo e Keiko che erano rimasti a casa.
"Che cosa c'è? " domandò Masaru.
"Mi chiedo che cosa mi stia succedendo. Stavo pensando che dovevo comperare qualcosa anche per gli altri." Tomoko levò le braccia tonde e bianche al capo strofinando con i pugni serrati le tempie e gli occhi. Le tremavano le narici come se stesse per piangere.
"Vai, e compera qualcosa. Compera qualcosa anche per loro." Il tono di voce di Masaru era teso e come implorante. "Possiamo metterlo sull'altare."
"No. Devono essere vivi." Tomoko premette il fazzoletto sul naso. Lei era viva, gli altri erano morti. Era questo il grosso male. Era una grossa crudeltà essere vivi.
Si guardò nuovamente intorno: le bandiere rosse appese davanti ai bar e ai ristoranti di fronte alla stazione, le lucide lastre di granito accatastate davanti ai negozi di pompe funebri, le porte rivestite di carta gialla ai piani superiori, le tegole dei tetti, il cielo azzurro come porcellana che andava scurendosi per l'avvicinarsi del tramonto. Era tutto talmente chiaro, talmente ben definito. Nel pieno della crudeltà della
vita, si trovava una profonda pace, come lo scivolare nello svenimento.
Prosegui l'autunno e la vita familiare si avviò verso una maggiore tranquillità. Ovviamente, le occasioni di rimpianto non erano eliminate. Tuttavia, man mano che Masaru vedeva la moglie diventare piú tranquilla, ricominciò ad apprezzare la casa e l'affetto per Katsuo, e a ritornare a casa subito dopo il lavoro; e anche se, dopo aver messo a letto Katsuo, la conversazione scivolava su argomenti che nessuno dei due voleva affrontare, erano capaci di trovarvi una sorta di consolazione. Il processo psicologico per cui simili eventi paurosi si fondono nella vita di ogni giorno, fece nascere un nuovo genere di paura mista a vergogna, come se avessero commesso un delitto rimasto impunito. La consapevolezza, che portavano sempre dentro di loro, della mancanza di tre elementi della famiglia a volte sembrava dar loro una strana sensazione di appagamento.
Nessuno impazzi, nessuno pensò di suicidarsi. E nemmeno nessuno dei due si ammalò. Il terribile evento era passato lasciando appena un'ombra. Tomoko cominciò a sentirsi annoiata. Come se attendesse qualcosa.
Si erano proibiti da molto tempo teatro e concerti, ma ora Tomoko cominciò a trovare delle scuse: uno svago di questo genere infatti aveva lo scopo di recar sollievo alla tristezza. Era venuto dall'America un famoso violinista per un giro di concerti ed essi avevano i biglietti. Katsuo fu costretto a rimanere a casa, anche perché Tomoko voleva andare al concerto in automobile con il marito.
Impiegò molto tempo a prepararsi. Ce ne voleva molto per sistemare i capelli che erano stati trascurati per mesi interi. Quando fu pronta, il suo volto riflesso nello specchio bastò a richiamarle alla mente il ricordo di piaceri a lungo dimenticati. Come descrivere il piacere di perdersi nello
specchio? Aveva dimenticato quanto piacere poteva recarle
uno specchio. Senza dubbio il dolore, e la conseguente continua insistenza su se stessi, allontanavano da simili piaceri.
Provò un kimono dopo l'altro e alla fine ne scelse uno color rosso pallido e un obi di broccato. Masaru, che la attendeva al volante dell'automobile, rimase attonito di fronte alla bellezza della moglie.
In tutto il ridotto la gente si voltava per guardarla. Masaru ne fu immensamente compiaciuto. A Tomoko, tuttavia, sembrava che, per quanto la gente la vedesse bella, mancasse qualcosa. Un tempo sarebbe ritornata a casa piuttosto soddisfatta di aver attratto tanta attenzione.
Questa lacerante sensazione di insoddisfazione, si disse, doveva essere conseguenza della vivacità e della gaiezza che servivano solo a mettere in rilievo quanto ancora fosse presente il suo dolore. Ma in realtà si trattava solo di un ritorno di quella vaga sensazione di insoddisfazione che aveva provato nel non venire trattata come era dovuto a una donna vittima di una tale disgrazia.
La musica produsse un effetto su di lei. Si avviò per il ridotto con un'espressione triste sul volto. Si fermò a parlare con un'amica.
La sua espressione pareva adeguarsi alle parole di consolazione che le mormorava; la donna le presentò il giovanotto che era con lei. Questi non sapeva nulla della disgrazia di Tomoko e non disse nulla per consolarla. Parlava di argomenti comunissimi, compresa qualche critica superficiale alla musica.
"Che persona scortese," pensò Tomoko fissando i capelli lucenti del giovane che si allontanava tra la folla. "Non mi ha detto nulla. Eppure deve certamente essersi accorto di quanto ero triste."
Il giovanotto era alto e si stagliava in mezzo alla folla. Mentre si voltava di profilo, Tomoko vide le sopracciglia e gli occhi ridenti e un ciuffo di capelli che gli scendeva sulla fronte. Della donna si vedeva solo la sommità della testa.
Tomoko senti una fitta di gelosia. Dal giovanotto aveva sperato di avere qualcos'altro oltre le semplici parole di consolazione? Avrebbe desiderato sentire altre parole... parole speciali?
Tutta la sua struttura morale fu scossa a questo pensiero.
Fu costretta a dirsi che questo suo nuovo sospetto era piuttosto in disaccordo con la ragione. Proprio lei che non aveva mai avuto di che lamentarsi del marito.
"Hai sete?" le chiese Masaru, che stava parlando con un amico. "C'é un banco dove vendono aranciata, qui vicino."
La gente beveva l'aranciata direttamente dalla bottiglia. Tomoko guardò dinanzi a sé con l'espressione interrogativa che si nota con tanta frequenza sul viso dei miopi. Non aveva nemmeno un po' di sete. Ricordò il giorno in cui aveva allontanato Katsuo dalla fontana e gli aveva fatto bere acqua bollita. Katsuo non era il solo in pericolo. Nell'aranciata poteva esserci ogni sorta di piccoli germi.
La sua ricerca del piacere divenne leggermente insensata. C'era un che di vendicativo nella sua convinzione di dover avere gioia.
Naturalmente, non che sentisse la tentazione di essere infedele al marito. Ovunque andasse, era con lui o desiderava esserlo.
La sua coscienza si fissava sulla morte. Di ritorno da qualche svago, guardava il viso dormiente di Katsuo, portato a dormire per tempo dalla cameriera e, nel momento in cui le accadeva di pensare ai due figli morti, si sentiva sopraffare dal rimorso. Di conseguenza, il divertirsi divenne un modo sicuro per provocare una fitta alla coscienza.
Tomoko si rese conto improvvisamente che desiderava riprendere a lavorare di cucito. Non era la prima volta che

Masaru aveva trovato difficile seguire i salti e le piroette del pensiero femminile.
Iniziò un lavoro di cucito. La sua ricerca di gioia divenne meno frenetica. Guardava attorno a sé tranquillamente e desiderava diventare una vera donna di casa. Sentiva che "stava guardando la vita diritto in faccia."
Attorno a lei c'erano segni patenti di trascuratezza. Le parve di essere ritornata a casa dopo un lungo viaggio. Avrebbe trascorso tutta la giornata a fare il bucato e a mettere in ordine.
La cameriera, una donna di mezza età, trovò che Tomoko le aveva portato via tutto il lavoro.
Mentre stava mettendo ordine trovò un paio di scarpe di Kiyoo e un paio di pantofole azzurre che erano appartenute a Keiko. Queste reliquie avrebbero dovuto farla ripensare alla disgrazia provocandole un piacevole accesso di pianto, ma, invece, sembravano solo oggetti che portavano sfortuna. Telefonò a un'amica che si dedicava intensamente ad opere di carità e, sentendosi estremamente generosa, donò tutto a un orfanotrofio, anche i vestiti che avrebbero potuto andar bene a Katsuo.
Da quando Tomoko si mise davanti alla macchina per cucire, Katsuo cominciò ad accumulare un intero guardaroba. Pensò) anche di cucire qualche cappellino alla moda per sé, ma non aveva tempo per farlo. Davanti alla macchina dimenticava i suoi dispiaceri. Il ronzio e i movimenti meccanici eliminavano l'altra melodia irregolare, le alternanze di esaltazione e depressione emotiva.
Perché non aveva provato prima questa via meccanica per eliminare le emozioni? Ma ovviamente questo era giunto in un momento in cui il cuore non aveva piú la resistenza di una volta. Un giorno si punse un dito e ne stillò una goccia di sangue. Ne fu spaventata. Il dolore era associato alla morte.
Ma alla paura segui un'emozione diversa: se un incidente tanto comune avesse portato con sé la morte, sarebbe stato la realizzazione di una preghiera. Passava sempre piú
tempo davanti alla macchina per cucire. Era la piú sicura delle macchine. Non le faceva proprio nulla.
Anche ora, però, non era soddisfatta : attendeva qualcosa. Masaru non si dedicava affatto a questa vaga ricerca e passavano anche intere giornate senza dirsi una parola.
Si avvicinava l'inverno. La tomba era pronta e le ceneri vennero inumate.
Nella solitudine dell'inverno, si pensa all'estate con desiderio. I ricordi dell'estate gettarono un'ombra ancor piú netta sulla loro vita. E tuttavia i ricordi erano divenuti come qualcosa uscito da un libro di novelle. Nessuna meraviglia che davanti al fuoco, tutto assumesse un'aria da romanzo.
Verso la metà dell'inverno Tomoko scopri di essere incinta. Per la prima volta, dimenticare era un diritto di natura. Mai prima d'ora avevano manifestato tanta cautela : pareva strano che il bambino dovesse nascere normalmente, e semplicemente naturale, invece, che dovessero perderlo.
Tutto procedeva nel modo migliore. Venne tracciata una linea di demarcazione fra loro e i vecchi ricordi. Prendendo forza dal bimbo che portava dentro di sé, Tomoko per la prima volta ebbe il coraggio di ammettere che il dolore era scomparso. Doveva solo riconoscere il fatto.
Tomoko cercò di capire. Ë difficile capire mentre un incidente è ancora davanti agli occhi. La comprensione viene successivamente. Si analizzano le emozioni, se ne traggono deduzioni, e infine una spiegazione. Ripensando al passato, Tomoko era insoddisfatta dall'inadeguatezza delle sue emozioni. Senza dubbio, questo stato di insoddisfazione sarebbe durato a lungo, come un grosso peso nel suo cuore, piú a lungo del dolore stesso. Ma non era possibile ritornare nel passato per provare nuovamente.
Rifiutava di ammettere un'inadeguatezza qualsiasi nelle sue reazioni.
Era una madre. Ma, contemporaneamente, non poteva eliminare nemmeno la sensazione di dubbio.
Mentre non aveva ancora veramente dimenticato, venne qualcosa a coprire il dolore di Tomoko, come una sottile lama di ghiaccio sulla superficie di un lago. A volte il ghiaccio si rompe, ma di notte si forma nuovamente.
L'oblio cominciò a mostrare la sua vera forza quando essi davvero non ci pensavano. Filtrò dentro di loro. Trovò le piú sottili fessure e filtrò in loro. Aggredí l'organismo come un germe invisibile, lavorando lentamente ma a fondo. Tomoko era preda di impulsi inconsci, come quando si vuole resistere a un sogno. Si sentiva in uno stato di disagio estremo, cercando di resistere all'oblio.
Si disse che il fatto era dovuto alla forza del figlio dentro di lei. Ma era solo sostenuta dal figlio. I particolari dell'incidente stavano svanendo lentamente, perdevano luce, diventavano indistinti, scolorivano, si disintegravano.
Nel cielo estivo era apparsa una paurosa forma di marmo, dura e bianca. Si era dissolta in una nuvola, le braccia si erano sfatte, la testa era scomparsa e dalla mano era caduta la lunga spada. L'espressione del volto di pietra era tale da far rizzare i capelli, ma a poco a poco si era indebolita, addolcendosi.
Un giorno, Tomoko spense la radio che trasmetteva una commedia su una madre che aveva perduto un figlio, era leggermente stupita dalla prontezza con cui aveva seppellito la disgrazia nella memoria. Una madre in attesa del quarto figlio, si disse, aveva l'obbligo morale di resistere al piacere di perdersi nel suo dolore. In questi ultimi mesi Tomoko era mutata.
Per la salvezza del figlio, doveva tenere lontane da sé le scure onde dell'emozione. Doveva mantenere saldo l'equilibrio interno. La gratificavano di piú i dettami dell'igiene mentale di quanto non lo potesse questo oblio insidioso. E prima di ogni altra cosa si sentiva libera. Nonostante tutti i legami, si sentiva libera. L'oblio, naturalmente, dimostrava
la sua potenza. Tomoko si stupiva di quanto facilmente si lasciasse condizionare il suo cuore.
Aveva perduto l'abitudine di ricordare, e non le pareva piú strano che, durante i servizi funebri o le visite al cimitero, non le venissero piú le lacrime agli occhi. Credeva di essere diventata magnanima, di poter perdonare qualsiasi cosa. Quando, per esempio, in primavera portò Katsuo a fare una passeggiata nel parco vicino, non riusciva piú a sentire, nemmeno se l'avesse voluto, l'astio che, dopo la tragedia, l'avrebbe costretta ad allontanarsi immediatamente se si fosse imbattuta in qualche bambino che giocava nella sabbia. Poiché li aveva perdonati, tutti questi bambini potevano vivere in pace. Cosí almeno le sembrava.
Masaru, che aveva dimenticato prima della moglie, non aveva manifestazioni di freddezza. Era lui piuttosto ad abbandonarsi a una forma di tristezza sentimentale. Nella sua incostanza, un uomo generalmente é piú sentimentale di una donna. Incapace di manifestare le emozioni, e conscio del fatto che la tristezza non lo assaliva in maniera particolare, Masaru si senti improvvisamente solo, e si permise una piccola infedeltà. Se ne stancò quasi subito. Tomoko restò incinta. Ritornò da lei di volata come un bambino dalla mamma.
La tragedia li abbandonò come un naufrago abbandona la nave che affonda. Presto furono in grado di vederla come doveva essere apparsa ai lettori che l'avevano notata quel giorno in un angolo del giornale. Tomoko e Masaru quasi si domandavano se davvero vi avevano avuto parte. Non erano per caso stati solo degli spettatori cui era capitato di trovarsi sul luogo della tragedia? Tutti coloro che avevano realmente assistito all'incidente erano morti, e non avrebbero mai piú assistito. Per noi, avere una parte in un incidente che fa storia, significa che la nostra esistenza deve in un certo qual modo essere in gioco. E Masaru e sua moglie che cosa avevano messo in gioco? Per prima cosa, avevano avuto il tempo di mettere in gioco qualcosa?
L'incidente era come una luce lontana, un faro sulla puntalontana di un capo. Mandava continuamente lampi come la luce ruotante sul Capo Tsumeki, a sud della spiaggia di A. Phi che una ferita divenne una lezione morale, e mutò la sua essenza da fatto concreto a metafora. Non era piú di proprietà della famiglia Ikuta ma di dominio pubblico. Come la luce del faro per tutta la notte brilla su vaste estensioni di spiaggia, sulle onde che scoprono le loro bianche zanne sulle rocce solitarie, sui boschi che lo circondano, cosi l'incidente brillava sulla complessa vita di ogni giorno che li circondava. La gente doveva imparare la lezione. Una vecchia semplice lezione che i genitori dovrebbero avere sepolta nella loro mente : I bambini, bisogna guardarli di continuo quando si portano alla spiaggia. La gente annega dove non lo si crederebbe mai possibile.
Non che Masaru e la moglie avessero sacrificato due figli e una sorella per insegnare la lezione. La loro perdita tuttavia non era servita ad altro.
Molte morti eroiche producono altrettanto poco.
Il quarto nato di Tomoko era una femmina e nacque verso la fine dell'estate. La loro felicità fu sconfinata. I genitori di Masaru vennero fin da Kanazawa per vedere la nuova nipotina e, mentre si trovavano a Tokyo, Masaru li portò al cimitero.
La bambina venne chiamata Momoko. Madre e figlia stavano bene: Tomoko sapeva come accudire un bambino. E Katsuo era felice di avere una nuova sorellina.
* * *
Avvenne nell'estate successiva, due anni dopo la disgrazia, un anno dopo la nascita di Momoko. Tomoko lasciò Masaru stupito annunciandogli che voleva ritornare alla spiaggia di A.
"Ma non hai detto che non ci saresti ritornata mai
più?" piu.
"Ma ora lo voglio."
"Non ti sembra una cosa strana? Io, per conto mio, non voglio tornarci affatto."
"Ah si? Allora non ne parliamo piú."
Rimase silenziosa per tre giorni. Poi disse: "Vorrei davvero andarci."
"Vai per conto tuo."
"Non ne sarei capace."
"Perché?"
"Mi darebbe fastidio."
"Perché vuoi andare, se ti dà fastidio?"
"Voglio che andiamo tutti insieme. Se ci fossi stato tu sarebbe andato tutto bene. Voglio che ci venga anche tu."
"Non puoi sapere che cosa potrebbe succedere se tu ci rimanessi troppo a lungo. Io non posso rimanere tanto tempo."
"Una notte sarà sufficiente."
"Ma é un posto talmente fuori mano..."
Le domandò nuovamente che cosa la spingeva ad andarci. Tomoko rispose solamente che non lo sapeva. Poi ricordò il cliché dei romanzi gialli dei quali era molto appassionata: l'assassino desidera sempre ritornare sul luogo del delitto, a costo di qualsiasi rischio. Tomoko era stata presa dallo strano impulso di visitare il luogo dove erano morti i figli.
Tomoko manifestò una terza volta il suo desiderio - senza premere particolarmente - e Masaru decise di prendersi due giorni di ferie, per evitare la folla del week-end. L'Eirakusõ era l'unico albergo di A. prenotarono una stanza il piú possibile lontana da quella dell'altra volta. Tomoko aveva sempre rifiutato di andare in auto con il marito quando c'era anche il bambino. Tutti e quattro, marito moglie Katsuo e Momoko, presero un taxi da Ito.
Si era nel pieno dell'estate. Lo spazio davanti alle casette che incontravano lungo la strada era fitto di girasoli, ispidi come la criniera di un leone. Il taxi gettava la polvere suquelle facce aperte e oneste, ma i girasoli sembravano non darsene pensiero.
Quando alla sinistra apparve il mare, Katsuo lanciò un grido di gioia. Aveva cinque anni, adesso, e ne erano passati due dall'ultima volta che era stato al mare.
Nel taxi parlarono poco. Sobbalzava troppo per essere un posto ideale per conversare. Ogni tanto Momoko diceva qualche parola comprensibile. Katsuo le insegnò la parola "mare" e la bimba puntò il dito dalla parte opposta, verso la grande montagna rossa, e disse: "Mare." Masaru aveva la sensazione che Katsuo le stesse insegnando una parola di malaugurio.
Giunsero all'Eirakusõ da cui usci lo stesso direttore. Masaru gli diede la mancia. Ricordò con estrema chiarezza quanto aveva tremato la sua mano porgendo quell'altro biglietto da mille yen.
L'albergo era tranquillo. Masaru cominciò a ricordare e si irritò. Rimproverò la moglie di fronte ai bambini.
"Perché diavolo siamo venuti qui? Ci vengono in mente solo cose che non vogliamo ricordare. Cose che abbiamo dimenticato, finalmente. C'era un sacco di posti dove avremmo potuto andare a fare il nostro primo viaggio con Momoko. E io ho troppo da fare per fare dei viaggi stupidi."
"Ma eri d'accordo anche tu, non é vero?"
"Eri tu che ci tenevi."
Nel sole del pomeriggio, l'erba stava seccando. Tutto era proprio come due anni prima. Sull'altalena bianca era steso un costume da bagno blu, verde e rosso. Nel prato, seminascosti tra l'erba, erano sparsi due o tre anelli. Là dove era disteso il corpo di Yasue il prato era in ombra. Il sole che filtrava tra le foglie riflettendosi sull'erba, parve improvvisamente riprodurre le curve del costume da bagno di Yasue. Erano le macchie di luce che tremolavano nel vento. Masaru non sapeva che il corpo di Yasue era stato disteso in quel punto. Solo Tomoko ne ebbe l'illusione. Ma poiché per Masaru l'incidente non era avvenuto finché non ne aveva avuto la comunicazione, cosí, per lui, quell'angolo di
prato sarebbe stato per sempre un angolo tranquillo e ombroso. Per lui, e ancor piú per gli altri ospiti, pensò Tomoko.
Sua moglie era rimasta silenziosa e Masaru si stancò di rimproverarla. Katsuo scese in giardino e cominciò a far rotolare un anello nell'erba. Si accucciò e guardò intensamente per vedere dove sarebbe finito. L'anello rimbalzò irregolarmente nell'ombra, ebbe un urto improvviso, e cadde. Katsuo rimase a guardare immobile. Pensava che l'anello dovesse rimettersi in piedi da solo.
Si sentiva il canto delle cicale. Masaru, che ora taceva, senti il sudore che gli scendeva sul collo. Ricordò i suoi doveri di padre. "Andiamo alla spiaggia, Katsuo."
Tomoko portava in braccio Momoko. Superarono il cancello, la siepe, e si inoltrarono tra i pini. Le onde arrivavano veloci sulla spiaggia, rompendosi tra riflessi di luce.
Era bassa marea, e poterono girare attorno alla roccia camminando sulla spiaggia. Tenendo per mano Katsuo, Masaru prese a camminare sulla sabbia calda con gli zoccoli che gli avevano prestato all'albergo.
Non c'era nemmeno un ombrellone. Su tutta l'estensione della spiaggia non riuscirono a vedere piú di una ventina di persone.
Si fermarono in silenzio sul bordo dell'acqua.
Anche oggi c'erano grandi cumuli di nuvole ammucchiate l'una sull'altra. Sembrava strano che una massa che sotto la luce appariva tanto pesante, potesse reggersi nell'aria. Sopra le nuvole che si delineavano all'orizzonte, nuvole piú leggere viaggiavano nell'aria, come sospinte nel blu da un colpo di spazzola.
Le nuvole piú in basso sembrava che sopportassero qualcosa, che si opponessero a qualcosa. Eccessi di luce e d'ombra
si materializzavano, in forme scure, come passioni formate
da una volontà radiosa e architettonica, come nella musica.
Da sotto le nuvole, il mare veniva verso di loro, piú
grande e immoto della terra. La terra non sembra mai comprendere il mare nemmeno negli anfratti. In particolare,
quando la costa fa una larga curva, il mare sembra che entri
dappertutto. Le onde venivano, si rompevano, si ritiravano. Il rombo era simile all'intensa quiete del sole estivo, come se non ci fosse nessun rumore. Come un silenzio assordante. Una trasformazione lirica delle onde, non onde, ma increspature forse, cosi si poteva chiamare il leggero, sarcastico riso delle onde rivolto a se stesse; increspature che salivano fino ai loro piedi, e poi si ritiravano.
Masaru lanciò un'occhiata alla moglie al suo fianco.
Tomoko stava guardando lontano nel mare. I capelli fremevano alla brezza marina e lei sembrava imperturbabile sotto il sole. Gli occhi erano umidi ed avevano una espressione regale. La bocca era serrata. Teneva tra le braccia la piccola Momoko che portava un cappellino di paglia.
Masaru aveva visto quest'espressione in precedenza. Fin dal giorno della tragedia, sul viso di Tomoko si era dipinta la medesima espressione, come se si fosse dimenticata di se stessa, come se attendesse qualcosa.
"Che cosa stai aspettando? " voleva chiederle in tono scherzoso.
Ma le parole non vennero. Lo sapeva senza aver bisogno di domandarlo.
Strinse con piú forza la mano di Katsuo.



(Racconto tratto dalla raccolta Morte di mezza estate e altri racconti, TEA, Milano, 1987.)


Yukio Mishima

 





        
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