La Lavagna Del Sabato 01 Marzo 2008

IL PAESE DELLE MILLE MASCHERE

Roberto Vecchi






1. Non ci sono luoghi che accendano tanto la nostra fantasia di europei come il Brasile, che ha tradizionalmente costituito nel nostro immaginario una specie di altrove edenico su cui si proiettano desideri, sogni, attese, a volte anche incubi e ossessioni. La prima conseguenza di questa condizione per certi versi privilegiata, dal punto di vista della comunicazio­ne o dell'immagine, è la messe di stereotipi che si generano sul piano delle rappre­sentazioni e delle retoriche. Basta prendere in mano qualunque brochure o pub­blicità turistica a stretto uso e consumo europeo per scorgere la forza del luogo comune. Il fenomeno non è grave. Anzi. Esso alimenta le politiche promozionali a sostegno del turismo di massa, dove il Brasile offre pacchetti perfettamente confe­zionati, che non deludono mai le attese dei consumatori.

Se però dal luogo comune si vuoi passare a una riflessione “seria” intorno alla cultura brasiliana, ecco allora che dimensioni e pervicacia degli stereotipi possono nuocere alla conoscenza del Brasile “vero”. Vi è sempre una tendenza alla semplifi­cazione o mistificazione quando si parla di Brasile e di cultura brasiliana, anche in quei contesti dove ci si aspetterebbe al contrario un approccio ben più documen­tato. Un filtro fa da schermo alla conoscenza di una realtà complessa e in fondo inafferrabile (“Il Brasile non è per principianti” filosofava il celebre musicista e pa­dre della bossa nova , Tom Jobim). Un deposito di codici distorti e impropri che rende ancor più difficile, se non impossibile, decifrare una cultura che costituisce una delle riserve di diversità culturale più vaste del pianeta.

Tuttavia, sarebbe inesatto considerare lo stereotipo esterno nei confronti del Brasile l'unico filtro che oscura un contatto più diretto e veritiero con la realtà bra­siliana. Infatti, la stessa complessità – umana, geografica, storica, culturale – di questa realtà, produce a sua volta una vasta rete di stereotipi ad uso e consumo interno, che rappresenta un ulteriore ostacolo a una comprensione più ampia della cultura brasiliana. Tali luoghi comuni, interni ed esterni, sono pertanto alla base dei secolari stereotipi prossimi o remoti di cui il Brasile è al contempo fonte e de­stinatario. Ricercare le radici di tali stereotipi costituisce un buon modo per avviare una riflessione non epidermica sulla cultura del Brasile.

 

2. Nella storia della cultura brasiliana, c'è un momento, tra gli inizi del Novecento e gli anni Venti, in cui il modernismo di matrice paulista elabora un'ideologia del moderno strettamente collegata alla capitale «morale» del Brasile – la San Paolo prima del caffè, poi dell'industria. In questa fase, la storia culturale del paese e le sue ingombranti radici coloniali vengono rivisitate in chiave critica a partire da una rimozione degli stereotipi che si sono prodotti nel corso dei secoli e disseminati nei meandri della mitologica «cultura nazionale», ormai maturata dopo quasi un secolo di indipendenza politica.

Le appendici di questi “mali dell'origine” (titolo di un'importante monografia di inizio Novecento di Manoel Bonfim, América latina: males de origem ), dal punto di vista della costruzione dei primi luoghi comuni che filtrano la rappresentazio­ne del Brasile, sono profonde: risalgono alla nascita stessa (o alla «riscoperta», dal punto di vista portoghese), ad inizio Cinquecento, del nuovo mondo brasiliano. L'idea di un approdo, di uno sbarco che in verità è un ritorno in un luogo sepolto della geografia immaginaria dell'Occidente medioevale, collegata al mito dell'isola paradisiaca perduta dagli europei, condiziona da subito le prime rappresentazioni del Brasile. Il tratto edenico del Brasile-Paradiso terrestre, alimentato dalla natura esuberante e incontaminata, da un'umanità bella, salubre e innocente, che avreb­be forse potuto riscattare la corruzione morale del viaggiatore europeo favorendone una possibile palingenesi, è presente nel documento più famoso relativo allo sbarco della flotta di Cabral nella Terra della Vera Croce: quella Lettera di Pero Vaz de Caminha che, sul filo di uno pseudodiario mimetico, interpreta già attraverso un filtro mitico la realtà del Nuovo Mondo. Da questa soglia in poi, sino al Novecento, tale atto cli fondazione simbolica del Brasile farà dunque sì che questa terra si connoti sempre in senso fortemente metaforico.

Se la fondazione del Brasile già si apre a una deriva edenica, qualche decen­nio più tardi, quando si avvia la fase di costruzione della colonia, essa si combi­na con l'altra e opposta immagine dell'America portoghese. Il Paradiso terrestre è contiguo allo spazio infernale e diabolico non tanto della natura, quanto dell'indio dedito a pratiche insane e censurabili come la lussuria, il cannibalismo e, soprattutto, la pigrizia indolente, che non permette il suo inserimento nel siste­ma di sfruttamento coloniale. Del resto, se il Brasile fosse stato un Eden ritrovato dai portoghesi, che bisogno vi sarebbe stato di una colonizzazione che ne correggesse la storia e, nel giro di un secolo e mezzo, lo trasformasse nell'opulento e dorato Secondo Impero portoghese? Sin dalle origini, sono dunque già operan­ti tutti i miti culturali che funzioneranno in sincronia con il progetto coloniale e su cui farà leva la società autoritaria, come sostiene la filosofa uspiana Marilena Chaui.

I miti nativisti che esaltano la grandezza del Brasile rimarranno tenacemente avviluppati nell'involucro della cultura coloniale prima, di quella nazionale poi, giungendo a condizionare anche la nascita dell'ideologia moderna dello Stato repubblicano. L'apice di tale processo è costituito dal celebre libello nazionalista – Por que me ufano do meu país (Perché mi vanto del mio paese) – scritto dal figlio del visconte di Ouro Preto, Afonso Celso, sulla soglia del Novecento, in occasione dei 400 anni dalla scoperta del Brasile. Il pamphlet dà alla corrente dell'orgoglio re­torico e patriottico l'ideologia che le mancava. Nasce così l'ufanismo, che si propa­gherà nei meandri autoritari della storia novecentesca, come negli anni di piombo della dittatura militare (1964-1985), quando la stagione di tortura, barbarie politica ed esili si motivava con lo slogan patriottico “Brasil: ame-o ou deixe-o” (“Brasile: amalo o lascialo”).

La modernità culturale brasiliana si può sinteticamente rappresentare come una reazione consapevole all'immenso archivio figurativo delle rappresentazioni consacrate del Brasile. Già a fine Ottocento il romanziere simbolo della letteratura brasiliana, Machado de Assis, demolisce alcuni cliché di una modernità solo di su­perficie e periferica, propri della élite nazionale.

È tuttavia alle soglie della modernità culturale novecentesca che gli stereoti­pi falsi, le ipostatizzazioni mitiche del Brasile declamatorio sono attaccate al cuo­re. Il pioniere di tale esercizio dissacratorio rivolto a uno smascheramento di un “reale” occultato, è lo scrittore Lima Barreto, “premodernista” mulatto e povero, flâneur massimalista della Rio della belle époque. In Triste fim de Policarpo Quaresma (1911), la retorica ufanista viene demolita attraverso la falsa ingenuità della sua traduzione in atto, che converte le utopie millantate della grandezza brasiliana in catastrofi storiche, al punto da trasformare la farsa storica della Repubblica in tragedia.

Saranno poi i modernisti paulisti, in tempi più maturi, a rovesciare del tutto l'archivio di immagini distorte del Brasile astratto, rivendicando un'idea di moder­no che è innanzitutto una riscoperta della realtà al di fuori delle maschere dei luo­ghi comuni. Un'originalità che si fonderà sulle insufficienze di un'identità condan­nata all'indefinizione, a essere permanentemente instabile e polimorfica. Come il Brasile che intende rappresentare, insomma.

Su questo terreno di revisioni, si radicheranno poi i migliori saggi di autointer­pretazione della formazione brasiliana, come per esempio Raízes do Brasil (1936) di Sérgio Buarque de Holanda, che ricostruisce, con lo sguardo sul presente inquieto, la storia della colonia e del suo passaggio incompiuto a nazione non solo in chiave antimonumentalistica, ma anzi attraverso una critica impietosa alla so­pravvivenza delle cattive radici dell'esperienza coloniale, che il Brasile ha avuto in lascito dal Portogallo.

 

3. Pensare oggi alla cultura brasiliana vuole dire in primo luogo districarsi in un labirinto di immaginari formatisi sin dall'inizio della storia moderna del paese e che hanno costituito un resistentissimo deposito di codici. Tali preconcetti finiscono col mettere a repentaglio qualunque approccio al Brasile reale, anche perché – come insegna Walter Lippmann, che della traslazione lessicale di stereotipo fu l'artefice – essi restituiscono una visione complessivamente coerente e dunque, in un certo senso, confortante di una realtà invece molto più drammatica e perturbante.

Del resto, il turista che si reca in Brasile ritorna, salvo imprevisti, con l'impres­sione che tutti i suoi miti siano stati ratificati dalla realtà. Il sostrato edenico agisce non solo su quelli che gli inglesi definiscono i primati brasiliani della «lettera S. (Sun, Samba, Sands, Soccer, Sex), appiattendo un paese ricchissimo in termini di diversità culturale, ma anche sull'indiscusso primato che si attribuisce alla festa nella configurazione del tempo storico brasiliano. Il carnevale, minimizzato a fenomeno puramente esteriore e non inteso come epifania culturale, dove la dialettica tra ordine e disordine mostra la sua tragica insolubilità, è considerato, alla stregua del calcio, il tratto pieno di identificazione della "brasilianità".

In egual modo opera anche un preconcetto opposto, secondo cui la violen­za – che è un problema vero e non astratto del Brasile, in particolare a Rio de Janeiro – è considerata così pervasiva da non risparmiare alcun turista. A tale visio­ne non si può che contrapporre quanto la sociologia brasiliana ha da sempre evidenziato, ovvero come un paese segnato da conflitti così aspri produca tutto sommato meno violenza di quanto ci si potrebbe aspettare, proprio per le reti comunitarie in esso ancora esistenti.

A questo apparato di preconcetti proprio di chi guarda il Brasile dall'esterno, si sommano, come già accennato, gli stereotipi per così dire interni, che gli stessi brasiliani hanno fondato e di cui sono, in qualche modo, artefici e vittime. Si tratta di stereotipi comunque funzionali a costruire e conservare un'identità culturale di non facile rappresentabilità, refrattaria alle sintesi facili.

Anche qui, sorge una retorica dualistica. L'antropologo Roberto Da Matta, in un memorabile saggio dal titolo O que faz o brasil, Brasil (Cosa rende il brasile, Brasile), sonda i luoghi comuni dell'autorappresentazione nazionale e mette in luce le due facce della cultura brasiliana: quello espiatorio del Brasile piccolo e su­balterno e quello esaltatorio del Brasile dei miracoli nei tempi di crisi. Due cliché non troppo distanti da quelli con cui da fuori si guarda a questo paese. Eppure, egualmente densi di significato.

Un esempio emblematico è quello della “cordialità brasiliana”, quella tendenza a eliminare le distanze, a chiamare tutti per nome, a rendere informale ogni circostanza, anche quelle protocollari. Questo tratto del carattere brasiliano, in realtà, solo all'apparenza costituisce un attributo positivo. La cordialità, infatti, altro non è che la permanenza dei vincoli personalistici legati all'elemento del favore, trapian­tati in Brasile dai portoghesi, ma che ancora condizionerebbe in profondità i rapporti pubblici e privati. La cordialità, in questa prospettiva, spiega la relazione af­fatto complessa tra padroni e schiavi, nel paese che per ultimo in Occidente (1888) proclama l'abolizione della schiavitù. Laddove Io schiavo, da compagno di vita quotidiana dei signori delle fazendas , poteva essere messo, da un istante all'altro, al pelourinho per la fustigazione, in virtù del capriccio padronale.

Nel Brasile non più arcaico, le leggi non scritte dei vincoli personali sono giu­dicate negative, perche impediscono la costruzione di un vero spazio pubblico, fondato sull'impersonalità dei rapporti. Tuttavia, il familismo continua ad alimentare numerose mitologie fondanti, come quella dell'indeterminatezza del confine tra ordine e disordine, tra strada e casa, tra pubblico e privato, cui si associa la visione del jeitinho (l'espediente) come il più appropriato strumento d'azione all'interno della società brasiliana.

Collegato a tale stereotipo è quello tenace della decantata democrazia razziale. Anch'esso di origine coloniale, stato fortemente alimentato da interpretazioni come quella di Gilberto Freyre in Casa Grande & Senzala (1933), che accredita il mito di una società miscigenada, di cui lo schiavo nero elemento fondante al pari del padrone bianco, a testimonianza del presunto affiato fraternizzatore della co­lonizzazione portoghese. Dopo la seconda guerra mondiale, l'Unesco commissionò ad alcuni dei migliori scienziati sociali brasiliani il compito di studiare i processi di costruzione della presunta democrazia razziale e, al termine delle ricerche, gli studiosi giunsero alla conclusione che quello della democrazia razziale era solo un radicatissimo luogo comune, quando in realtà dominavano ancora il preconcet­to e l'esclusione. Il che, a sua volta, indica come lo smantellamento dello schiavismo si sia sostanziato in una sofisticata operazione di fusione del vincolo tra razza e classe, tanto che ancora oggi il colore della pelle è il contrassegno della condizione sociale.

In chiusura di questa carrellata di stereotipi ad uso interno, non può mancare quello di un presente che funziona come il tempo delle avanguardie storiche, ov­vero come un'anticipazione del futuro. A fondare, almeno sul piano nominale, il luogo comune del Brasil, País do futuro (1941), fu lo scrittore austriaco Stefan Zweig, qui riparato per sfuggire al furore della repressione nazista. Ancora oggi, la sensazione che il presente brasiliano sia un tempo di messianica attesa di un dopo che verrà, è molto forte e si associa alla forte presenza di popolazione giovane. Si tratta però di un futuro che non matura, di un'attesa che non si compie, di un tem­po sospeso e inquieto, al punto da alimentare la sensazione di un Brasile "cronicamente impossibile", come lo disegna il regista Sergio Bianchi. Forse aveva ragione Levi-Strauss quando, rievocando nei Tristi tropici gli anni del suo soggiorno brasi­liano, scorge un tempo proprio delle città del Nuovo Mondo, che “senza fermarsi alla maturità passano dal nuovo al decrepito”.

 

4. Ma allora può esistere un modo corretto per pensare alla cultura brasiliana, come contenitore delle molteplici culture non sovrapponibili che la costituiscono, muovendo dalla pletora di stereotipi, esterni e interni, dalle sue rappresentazioni e percezioni, che ne condizionano e segnano inesorabilmente il profilo?

La risposta alla domanda passa necessariamente per la coscienza della sostan­ziale inafferrabilità del concetto di cultura brasiliana, la cui capacità di resistenza all'erosione dei luoghi comuni risiede, come già evidenziato dai modernisti, nella paradossale mancanza di una fisionomia determinata. Del resto, proprio l'assenza di carattere ( Macunaíma. O herói sem nenhum caráter , si intitola la rapsodia di Mário de Andrade del 1928) e la capacità di incorporazione cannibalesca delle altre culture (sempre nel 1928, Oswald de Andrade scrive il Manifesto antropófago ) costituiscono le più solide icone della modernità di una cultura ibrida, mobile e polimorfica, che non si lascia fissare in formule stabili.

In questo senso, tale cultura ha in sé, come si era compreso negli anni ruggenti dello sperimentalismo paulistano, gli anticorpi per attaccare gli stereotipi con cui essa viene museificata. Così, in questo continuo slancio vitalistico, che combina – pur senza risolverle – contemporaneità e topografie culturali diverse, il Brasile può operare "la trasformazione permanente del Tabù in totem" (Oswald). Per questo, non stupisce per esempio che la estória più nota di João Guimarães Rosa, A terceira margem do rio (La terza sponda del fiume, apologo di un'identità cartesiana impossibile) possa essere messa in musica da Milton Nascimento e in parole da Caetano Veloso, o che dall'universo degradato delle periferie provenga la spinta al rinnovamento del cinema e della letteratura nazionali.

In questo senso, Gilberto Gil, attuale ministro della Cultura brasiliano, attin­gendo all'inesauribile serbatoio della diversità culturale nazionale, ha dimostrato che l'investimento in campo culturale costituisce un moltiplicatore di crescita e di integrazione, nonché uno strumento essenziale per correggere le secolari asimme­trie del Brasile.

In fondo, quello che si esige è solo una conoscenza rispettosa e attenta di una cultura complessa e appassionante, non più esiliata in alcun paradiso o inferno, ma saldamente ancorata al tempo e al luogo in cui si trova: un Brasile che spera di produrre cittadinanza e non più esclusione. L'allegria, diceva sempre Oswald de Andrade, è la prova del nove.


(Tratto dalla rivista Limes - rivista italiana di geopolitica, quaderno speciale: Brasile, la stella del sud, edizione del giugno 2007.)


Roberto Vecchi è professore associato confermato al dipartimento di Lingue e letterature straniere moderne, facoltà di Lingue e letterature straniere, Università di Bologna.





        
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