La Lavagna Del Sabato 25 Luglio 2009


SARAJEVO IN TRE QUADRI


Merima Hamulic Trbojevic





Primo quadro

Un pigro pomeriggio d'estate, il treno si avvicina lentamente alla stazione centrale, apro il finestrino e guardo la mia città... Sarajevo. Strana sensazione. Ritorno a casa dopo un lungo viaggio in Italia, Francia e Svizzera... la borsa è piena dì fotografie, depliants, libri comprati lì. Ho voluto raccogliere la maggior quantità possibile dì informazioni su tutto quello che ho visto. Ho già preparato tra me e me le storie che racconterà ai miei genitori, alle mie sorelle, alle mie amiche, agli amici. Ho visto tante belle città, musei ancor più belli, vie, edifici... donne e uomini ben vestiti, abbondanza dì merci nei negozi, ho ascoltato buona musica, ho fatto amicizia con belle persone di tutto il mondo...

I treni su cui ho viaggiato attraverso l'Europa erano molto migliori, i sedili erano più comodi, gli scompartimenti più puliti, le stazioni più grandi, enormi, non potevano misurarsi con la nostra per la quantità di banchine, agli sportelli dove si acquistavano i biglietti non c'erano affollamenti, le informazioni erano in molte lingue diverse, molto materiale stampato, il trasporto alla stazione e verso la città era organizzato... Paragonavo tutto, ridevo, pensando a quanto ci serve per raggiungere tutto questo, anni, decenni...
Siamo arrivati, folla ai binari, gente che corre intorno cercando il treno giusto, panico dì perderlo, di non arrivare dove si è previsto. Richiami ad alta voce, madri che ammoniscono i figli a non allontanarsi troppo, padri che trascinano bagagli pesanti... qualche turista straniero... Sono stanca, assonnata, affamata, sporca, faccio fatica a convincermi che tutto questo non mi dà fastidio.
Mamma e papà mi hanno aspettata a casa, papà non ha mai voluto guidare né comprare l'automobile, non sono venuti a prendermi perché non sapevo quando sarei arrivata esattamente, non si sono preoccupati perché sapevano che sarei arrivata con un'amica che abitava vicino a noi. Prima ci siamo sedute nel tram, poi sull'autobus... L'autista dell'autobus ci ha riconosciute, ci ha detto di sederci senza fare il biglietto, ci ha detto "Immagino che avete speso tutti i soldi durante il viaggio".
Arrivo a casa, vedo già mia mamma alla finestra della cucina che guarda sulla via principale, le faccio un cenno di saluto... corro, papà è già arrivato sulla porta aperta, mi prende la borsa... Mi assale l'odore della zuppa e del pranzo cucinato. L'appartamento "brilla", la mamma ha lavato e sistemato tutto finché io ero in viaggio, non mi ha lasciato niente da tare, per farmi riposare... I fiori sulla tavola... la mamma mi abbraccia, piange, dice che si è preoccupata, mi dice di l'armi viva subito con le sorelle, che aspettano impazienti di sentire che sono arrivata, sono ritornata a casa...
Mi siedo, mi guardo intorno e mi chiedo da cosa sono fuggita. Cosa cercavo, se l'ho trovato...

Mamma e papà mi abbracciano, non c'è niente di più bello. Questa è la mia casa, il mio rifugio. La mia stazione dei treni, più piccola della Gare de Lyon ma mia, nella mia Sarajevo. Il mio primo viaggio in Europa, quasi più di trent'anni fa.
Tempi felici.


Secondo quadro

Primavera di Sarajevo, nuvolosa, scura, paura nell'aria, incertezza, panico nelle strade, già si contano le vittime, i feriti, il traffico è già interrotto e sugli edifici e sulle automobili sì vedono le conseguenze dei bombardamenti dalle montagne che circondano Sarajevo. Sarajevo che si offriva nella conca, bersaglio in posizione perfetta... La mia città, dove sono nata e dalla quale devo fuggire.
La guerra dura già da alcune settimane, spero che finisca presto, mio figlio ha solo un anno, ho paura per lui, ho paura per tutti noi. Il direttore mi ha chiamata la sera prima e mi ha detto che cercava di organizzare un aereo perle donne con bambini piccoli che lavoravano per Oslobodjenje ... Se decido di andare devo dirglielo al mattino, il numero dei posti è limitato. Sono rimasta seduta tutta la notte, ascoltando le granate, cercando di indovinare dove cadevano... È arrivata l'alba e io ancora non avevo preso una decisione. È difficile andarsene dalla propria casa, è troppo difficile. Arrivo sul lavoro sperando nel miracolo: la fine della guerra... Alle undici mi avvisano che l'aereo parte esattamente a mezzogiorno, se voglio partire devo recarmi subito al luogo di raccolta. Avviso mia suocera che parto, la prego di vestire mio figlio e di preparare alcune cose. Avviso mio marito "Ho deciso di uscire da Sarajevo, è troppo pericoloso. Vieni che ci salutiamo".
Non ricordo più i dettagli, era tutto come un brutto sogno, un incubo... Ci siamo trovati mio marito, mio figlio, ed io l'ultima volta insieme, a Sarajevo, nel 1992, nel mese di aprile.
Sull'aereo abbiamo aspettato cinque, sei ore... non poteva levarsi in volo a causa dei bombardamenti... i bambini piangevano, già stanchi ed affamati. Mi ricordo che ho fatto a pezzetti una mela... avevo solo una bottiglietta di latte.

Eravamo seduti in un aereo militare, soffiava vento, faceva già freddo. Ho abbracciato mio figlio, l'ho coperto con il mio mantello, l'aereo è partito... Dal finestrino guardavo Sarajevo, le montagne, le case, la Milijacka, le persone che mi sono lasciata dietro... Ho lasciato tutto ciò che amavo. Tempo di dolore, di sfortuna.
Tempi tristi.



Terzo quadro

Una calda sera d'autunno. All'esterno si sentono le voci delle persone che si preparano al barbecue vicino alla piscina. Mio marito ed io sediamo nel soggiorno del nostro appartamento, a Sydney, che ora è diventata la mia città. ci prepariamo a guardare il film "Welcome to Sarajevo"... Mi dico, non devi piangere, hai già visto tutto, sai già tutto quello che è successo... è tempo che diventi grande e ti comporti realisticamente. Mi sbagliavo, non ero pronta. Ho pianto per tutta la durata del film... per le spietate uccisioni degli abitanti di Sarajevo, per l'odio che imperava e impera contro i Bosniaci e contro la mia città, Sarajevo. E piangevo anche per colpa mia, che ho avuto paura e sono partita, salvando me stessa, senza pensare a cosa e a chi restava li.
Forse hanno voluto tutto questo, un milione di profughi dispersi per il mondo, che cercano di adattarsi alla nuova vita, per i quali i ricordi e la nostalgia sono l'unica consolazione.
Guardo il film, guardo le vie di Sarajevo, mi spaventano le scene, così ben girate che mi ricordano un documentario: riconosco l'orfanotrofio vicino al quale sono passata per anni e decenni, riconosco la vecchia panetteria dove comperavo il pane e i chifel caldi nel periodo del ramadan... riconosco due alti pioppi. Dio, quanto amavo quei pioppi. Essi sono stati sempre, per me, un simbolo di bellezza e di testardaggine. Strano, dice mio marito, che non li abbiano tagliati, a Sarajevo alla fine non c'erano più alberi, avevano tagliato tutto per scaldarsi durante quattro spietati inverni.
Guardo il film, e continuo a piangere. Per Sarajevo e per me stessa. Non posso dimenticare i giorni, gli anni, i decenni in cui ho vissuto, amato, sofferto, riso, sperato, costruito la mia vita, partorito mio figlio...
Amavo questa città soprattutto per le persone, quell'autista che mi ha portato in autobus senza biglietto, il panettiere che mi vendeva il chifel a meno, perché non avevo soldi sufficienti, per le bottiglie del latte lasciate sul pianerottolo del nostro appartamento, senza paura che qualcuno le prendesse, perché le porte delle case potevano essere lasciate sempre aperte, perché nella nostra casa al mare venivano tutti, con preavviso e senza, perché l'ospite era più caro delle persone di casa, per l'odore dei migliori ćevapi e del miglior caffè nero, per quella nostra stazione ferroviaria che per me era il segno della partenza ma anche del ritorno.
Raccomando ai miei amici australiani "Welcome to Sarajevo".
Perché mi capiscano, perché amino la mia Sarajevo.
Tempi malinconici.


Sydney, dicembre 2006




Merima Hamulic Trbojevic, nata e cresciuta a Sarajevo, Bosnia Erzegovina, dove ha studiato e lavorato come giornalista nella redazione del quotidiano "Oslobodenje". Ha lasciato Sarajevo nel 1992, con il figlio Andrej di appena un anno. Ha passato un anno a Belgrado, poi alcuni anni a Trieste dove l'ha raggiunta il marito Slobodan. Nel 1995 Ŕ partita con la famiglia per l'Australia, dove vive tuttora. Autrice del libro di racconti brevi Sarajevo oltre lo specchio, Sensibili alle foglie, 1995. Oggi lavora a Sydney, si occupa dell'accoglienza di immigrati, con particolare attenzione alle donne. Scrive brevi racconti, di tanto in tanto, quando ne sente la necessitÓ.
 


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