La Lavagna Del Sabato 17 Ottobre 2009


MISURARE LA FEBBRE

Brano tratto dal romanzo Lasciami andare, madre


Helga Schneider





(…) «Mi risulta che in molti lager, compreso quello di Ravensbrück, si effettuavano esperimenti su cavie umane» dico con voce neutrale per non irritarla. »Si­curamente ne sai qualcosa. Sarebbe interessante sentire la tua opinione in merito».

Mi rendo conto che non sto agendo in modo cor­retto, ma è come se un demone, in me, agisse al posto mio.

«Come fai a saperlo?» domanda sospettosa. Non sono riuscita a rendere del tutto anodina la mia voce, devo stare più attenta.

«Be', è scritto sui libri di storia» rispondo con non­curanza. Ma lei non ci sta.

«Se questi argomenti sono di dominio pubblico, per quale motivo vuoi che te li ripeta?».

«Perché tu sei una testimone,» rispondo prontamente e con un velo di lusinga «e le testimonianze storiche sono preziose da qualunque versante provengano».

«Preziose...» assapora la parola come se fosse un boccone prelibato. «Dici sul serio?».

«Si» rispondo con un sorriso quasi mellifluo. Tuttavia lei si schermisce.

«Ma io ero solo una pedina irrilevante» dichiara con falsa modestia, quasi cercasse apertamente le mie blandizie.

«Oh, no, non credo proprio» la contraddico. «Sono convinta che a Ravensbrück ti avessero affidato compiti assai delicati, compiti che solo le migliori, le più forti ed efficienti potevano svolgere. Non è così?».

Per una frazione di secondo mi chiedo che cosa sto facendo...

Lei ha raddrizzato il busto, infatti, e dallo sguardo capisco che le mie lusinghe hanno ottenuto l'effetto sperato.

«Avevo l'incarico di assistere i medici» risponde in fretta e con un residuo di reticenza.

Non le lascio il tempo di ripensarci: «E che cosa facevano quei medici?».

«Curavano le prigioniere» risponde vaga.

«E quali erano i tuoi compiti?». 1 miei occhi hanno catturato i suoi e non li mollano.

«Dovevo... misurare loro la febbre». Mente, proba­bilmente guidata da un istinto remoto, ma non le do tregua.

«Poco fa hai detto che avevi l'incarico di assistere i medici! » le rammento spazientita. E subito mi rimpro­vero: sono stata troppo dura, si indisporrà.

Ora si è chiusa in un cocciuto silenzio, stringe le labbra e mi fissa come una bambina offesa.

«Allora?» insisto; poi cerco di addolcire il tono: «Quali altri compiti svolgevi come assistente, oltre a misurare la febbre alle prigioniere?».

«Nient'altro» replica scontrosa, indispettita. Calma, suggerisce il demone, esercita una piccola pressione...

«D'accordo» fingo di rassegnarmi. «Tu non vuoi parlare e io domani non torno. Non torno da una ma­dre che non ha nulla da dirmi».

«Voglio le rose gialle» borbotta stizzosa.

«Niente rose gialle» sentenzio, mentre una piccola voce, dal fondo della coscienza, mi ammonisce: «Lei è debole di mente, la partita è impari, il tuo gioco è vile».

Ma qualcosa di oscuro mi spinge avanti, implacabil­mente.

«Voglio che torni» cede. «E voglio le rose gialle».

Accenna un paio di singhiozzi, subito soffocati. Si asciuga gli occhi con un lembo del vestito di stoffa mi­litare.

«Allora parla» la incalzo. «Che cos'altro dovevi fare come assistente?».

Deglutisce, poi risponde con una strana voce gorgo­gliante:

«Dovevo legare le prigioniere ai tavoloni».

«A quale scopo?".



«Nel 1942 il dottor Ernst Grawitz, il medico che prese parte a quasi tutti gli esperimenti eseguiti dalle SS su cavie umane, ordinò di infettare alcune prigioniere del campo di concentramento di Ravensbrück con stafilococchi, bacilli della gangrena gassosa, del tetano e di colture miste di vari germi patogeni, per speri­mentare l'effetto curativo dei sulfamidici. Dell'esecu­zione si incaricò il professor Karl Gebhardt, ordinario di chirurgia ortopedica all'Università di Berlino e pri­mario della clinica di Hohenlychen, amico e medico personale di Himmler. Questi fece eseguire le ope­razioni dai medici delle SS Schiedlausky, Rosenthal, Ernst Fischer e Herta Oberheuser, senza esercitare una reale e responsabile sorveglianza sul loro operato.

«Le prigioniere venivano infettate alla parte inferio­re delle gambe, lasciandole all'oscuro del vero scopo degli interventi cui venivano sottoposte. II taglio arri­vava spesso, come dimostrano le cicatrici delle rare so­pravvissute, e come è confermato da testimoni, fino all'osso. Sovente si aggiungevano nelle ferite delle pa­zienti, oltre alle colture batteriche, anche frammenti di legno o schegge di vetro. Le gambe delle cavie andavano presto in suppurazione. Le vittime, cui non veniva prestata alcuna cura allo scopo di osservare il pro­gresso del quadro clinico, morivano fra dolori atroci [...] Per ogni serie di esperimenti, che fu ripetuta almeno sei volte, si usavano da sei a dieci giovani donne – scelte di solito fra le più avvenenti.

«Il professor Gebhardt si recava solo saltuariamente a Ravensbrück per verificare i risultati ed esaminare le ferite delle "pazienti", che, legate in fila su dei tavolo­ni, dovevano aspettare per ore l'arrivo di "Herr Profes­sor"».

Sugli esiti il professor Gebhardt riferì nel maggio del 1943, in una comunicazione dal titolo Esperimenti speciali sull'effetto dei sulfamidaici, in occasione del Terzo convegno dei medici consiglieri specialisti dell'Acca­demia di medicina militare di Berlino al quale parteci­parono fra gli altri i capi del Servizio sanitario della Wehrmacht, dell'Esercito, dell'Aeronautica, della Sa­nità pubblica, ecc., nonché direttori di Cliniche uni­versitarie e Istituti per lo studio e le ricerche mediche, il medico personale di Hitler dottor Karl Brandt e un gran numero di eminenti e onorati professori del Reich tedesco.

«Il professor Gebhardt, durante la sua relazione, non nascose il fatto ,che gli esperimenti fossero stati eseguiti su prigioniere, anzi, se ne assunse esplicitamente la piena responsabilità.

«Nessuno dei partecipanti sollevò obiezioni».



«Non provavi compassione per quelle cavie umane?» chiedo a mia madre. Nel momento stesso in cui lo faccio, tuttavia, mi rendo conto dell'inutilità della domanda.

Lei indugia un secondo, abbassa il capo e si fissa le mani.

Poi alza lo sguardo e dichiara con una sorta di ottu­sa arroganza:

«No, non provavo compassione» sembra che inciampi sulla parola «per "quelle là", perché si operava per il bene dell'umanità».

"Ossia?».

«La scienza non opera forse sempre per il bene dell'umanità?» domanda con enfasi.

«Quei medici non erano altro che ciarlatani,» ribat­to con quieto disprezzo "erano sadici pseudomedici e pseudoricercatori».

Sussulta, come colpita da uno schiaffo ingiusto. Ora i suoi occhi mi fissano con vitrea, stupefacente limpi­dezza.

«Come sei sciocca,» sbotta «come sbagli. I nostri medici erano eccellenti professionisti, e i risultati dei loro esperimenti venivano pubblicati su tutte le più autorevoli riviste mediche, in Germania e anche all'e­stero!».

Riprende fiato, i suoi pomelli sono diventati di un acceso rosso fragola.

«I nostri ricercatori venivano invitati ai convegni di medicina più prestigiosi in tutto il mondo!» aggiunge con foga. «Tu non sai niente. Niente!».

E sottolinea quell'affermazione con un gesto peren­torio e spazientito delle mani.

«E io non avevo alcun diritto di provare compassio­ne, il mio dovere era solo quello di obbedire. Fedeltà e obbedienza, nient'altro. La fedeltà è un grande valo­re, sappilo!». Ora mi agita sotto il naso un dito pallido e severo.

Una pausa. Volge lo sguardo fuori dalla finestra, verso le cime dei vecchi platani che si dondolano nell'aria nebbiosa.

«lch habe doch eine Härteausbildung erhalten» mormora poi, come parlando a se stessa.

Ho subito un addestramento di disumanizzazione: è forse, questo, un quasi inconsapevole tentativo di giu­stificarsi?

Sì, madre, lo so, l'ho letto nel tuo dossier. Vi adde­stravano per desensibilizzarvi alle atrocità a cui avreste assistito nei campi di sterminio: e a quelli venivano de­stinate solo le più dure, le più coriacee.

Per questo tu fosti scelta per Birkenau, il campo più selettivo.

Ancora un silenzio. Ho caldo e sono sempre più stanca; ma il demone che ho in me mi incita ad anda­re avanti.

«Così non provasti pietà per nessuno? Mai, per nes­suna delle prigioniere di Ravensbrück? Nemmeno per la più vecchia, o la più malata?».

Eva mi dà un colpetto con il gomito. Ma che stai fa­cendo, sembra voler dire. Non le bado, qualcosa den­tro di me si accanisce.

Chiedi. Chiedi ancora. Forse non potrai farlo mai


«Non è divertente parlare con mia figlia!» sbotta mia madre turandosi le orecchie. «Non ti ascolto più».

Eva coglie l'occasione per sibilarmi: «La stai tor­mentando, perché? Non vedi che è inutile?».

Non rispondo. Mia madre mi lancia occhiate astiose. Fuori il tempo peggiora. Un vento vischioso rovescia ondate di pioggia contro i vetri delle finestre.

Possibile, mi arrovello, che mai sia sbocciato in que­sta donna un sentimento diverso da quelli che le erano stati inculcati? Amore anziché odio, pietà anziché crudeltà?

«Una volta » la sento dire a un tratto.

Le chiedo, a gesti, di togliersi le dita dalle orecchie. «Una volta cosa?» domando incuriosita.

«Una volta mi è dispiaciuto... un poco».

«Che cosa era successo?».

«Un giorno venne assegnata al mio blocco una detenuta che conoscevo. Un tempo era una camerata, ma poi era passata alla Resistenza, e la Gestapo la mandò al campo. Appena mi vide mi sputò in faccia».

Chiedo d'istinto e con una buona dose di cinismo: «La facesti passare per le armi?».

Lei non raccoglie. «La inserii nella selezione per il bordello».

«Quale bordello?».

Lei sembra frugare per un istante nella memoria, poi riprende il filo del discorso.

«Sì, fu nel 1943. Avevamo ricevuto disposizioni affinché nei campi più grandi fossero allestiti dei bor­delli, e il primo lager a organizzarsi fu Buchenwald. Una mattina giunse l'ordine a noi guardiane di sce­gliere nei nostri blocchi le detenute più idonee per quel trasferimento, e io scelsi lei».

Il suo volto si indurisce, un sorriso sottile e soddi­sfatto le aleggia sulle labbra.

«Poco dopo appresi che era morta di una grave malattia venerea» aggiunge, e con un movimento inedito si torce le dita, mentre ho l'impressione che le si veli lo sguardo. Ma non è che un attimo.

«In un primo momento... provai una specie di dispiacere,» ammette, come se confessasse un cedimen­to deplorevole «ma lo superai subito. Non potevo permettermi questo genere di cose, voglio dire pena e rammarico per chi meritava di stare in un campo. Do­po di allora non mi accadde mai più. Ero della Waf­fen-SS, io. Non potevo permettermi il sentimentali­smo della gente comune».

Aveva demandato al Führer la sovranità sui suoi sen­timenti, e ancora difendeva quella sconfitta. (…)



(Brano tratto dal romanzo scritto originalmente in Italiano Lasciami andare, madre, Adelphi edizioni, Milano, 2001.)



Helga Schneider nata in Polonia e ha vissuto in Germania e in Austria. Dal 1963 risiede in Italia. Oltre a Lasciamo andare, madre ha pubblicato Porta di Brandeburgo, Il rogo di Berlino e Il piccolo Adolf non aveva le ciglia.


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