FRATELLI VAN BUCK

 

Alfred de Musset

 

In una città tedesca, non lontano dalle rive del Reno, vivevano i fratelli Van Buck, che erano a ragione considerati abili incisori. Essi erano soliti recarsi quasi tutte le sere presso un vecchio orefice, loro vicino; quel bravuomo, di nome Thomas Heermans, li riceveva nel suo retrobottega, accanto al fuoco, con la sua grossa pipa in bocca; le loro serate, che trascorrevano senza la compagnia di alcun altro, non erano molto animate; i due fratelli erano piuttosto taciturni di natura; quanto all'orefice, sebbene il suo occhio fosse vivace, era raro che i lavori cui si dedicava giorno e notte non lo preoccupassero al punto di renderlo quasi distratto, o perlomeno molto poco loquace. Tuttavia essi si trovavano, e si volevano bene maggiormente, proprio per quella conformità d'umore; era molto raro, passando davanti alla bottega di Heermans, la sera, non scorgere attraverso i vetri le teste dei tre amici, intorno ad una lampada, e per gran parte del tempo, ad un grande orcio di birra.
Una sera (è passato poco tempo da allora), il vecchio Heermans si mostrò piú allegro del solito.
– Che avete dunque? – gli dissero gli incisori; – perbacco, portate scritta addosso una lieta notizia.
– Ragazzi miei, – replicò il buon orefice, – mia figlia esce domani dal convento: la sua educazione è terminata, e voi mi vedete, degni amici, miei cari vicini, tanto pieno di gioia da aver voglia di ballare sulla mia tavola.
Occorre notare che l'onesto Heermans aveva sempre amato gli ecclesiastici quanto la peste. Ma una sua vecchia sorella, ricca e devota, aveva preteso il convento per la nipote, e il saggio calcolatore aveva consentito a malincuore.
– Sí, ragazzi miei, e voi la vedrete; sono impaziente di pizzicarle le gote!
Gli incisori gli strinsero la mano affettuosamente, e il resto della sera fu impiegato a parlare della signorina Wilhelmine; come doveva essere diventata bella! L'orcio di birra fu sostituito quella volta da una bottiglia ben sigillata; beninteso, i due vicini erano invitati a cena per il giorno dopo.
Essi ebbero cura di non mancare; vestiti con gli abiti delle feste, si recarono al calar del sole dal loro vecchio amico, e si misero a tavola quasi subito. Appena Thomas Heermans ebbe picchiato sulla tavola in modo da rompere i bicchieri per testimoniare il proprio buonumore, la ragazza, con passo timido, tenendo i gomiti stretti contro il corpo, e arrossendo, andò a sedersi tra i due giovani.
Ma la cena, nonostante gli sforzi dell'orefice, fu silenziosa; egli stesso, esaurita la sua allegria iniziale, fu costretto a guardare la sua cara figlia sorridendo; gli incisori avevano un contegno freddo e non scambiavano tra loro neppure uno sguardo. La sera, quando tornarono a casa, si misero a letto senza pronunciare una parola, contrariamente alla loro abitudine di parlare degli avvenimenti o del lavoro della giornata, e persino di prolungare la loro conversazione sino a notte tarda, dato che dormivano nella stessa stanza.
I due fratelli Van Buck si amavano teneramente; li si vedeva dovunque insieme, nella passeggiata, alle feste, alla caccia, cui erano molto appassionati. Avevano un uguale talento, tanto che l'opera dell'uno era a volte firmata dall'altro. Del resto si sarebbe detto che il viso del minore fosse stato scolpito sul modello di quello fraterno; non s'era mai vista sotto il cielo un'unione tanto bella. Era dunque molto sorprendente che essi sembrassero evitare di parlarsi e persino di guardarsi; la loro condotta aveva mortificato il buon vicino; tuttavia la loro notte trascorse così, anche se ognuno di loro poteva accorgersi che l'altro non dormiva; la luna illuminava la loro stanza, e ad ogni momento essi si agitavano sospirando. Era evidente che tutti e due avevano ricevuto contemporaneamente un'emozione profonda: essi amavano Wilhelmine.
Passò un'intera settimana, durante la quale non si strinsero una sola volta la mano; un ostinato silenzio regnò nel loro laboratorio, e ciascuno, curvo sulla propria tavola di rame, non volse la testa un solo istante. L'ultimo giorno di quella triste settimana, il vecchio Heermans era seduto sulla soglia della porta davanti a sua figlia.
– Non m'avevate detto, caro padre, che avremmo visto i due Van Buck tutte le sere?
– Ahimè! – rispose l'orefice, – è vero, non si fanno vedere qui da otto giorni.
– Sono io la causa di questo ? – disse Wilhelmine; – da quando sono arrivata io, hanno smesso di venire.
A queste parole, pronunciate candidamente, il vecchio abbassò la testa e rimase per molto tempo senza parlare.
– Figlia mia! mia cara figlia! – esclamò infine, premendo contro le proprie labbra avvizzite la mano paffuta e fresca della figlia. Quei monaci t'hanno insegnato senza dubbio a detestare l'amore; ma ti hanno insegnato come resistergli? Dio! non dimenticherai il tuo vecchio padre in qualche bella notte d'estate ?
Wilhelmine per tutta risposta scosse la testa sorridendo.
– Il tuo sorriso è molto dolce, mio piccolo angelo; è dolce come il miele; Dio voglia che non si tramuti mai in lacrime !
– Ahimè! padre mio, mi credete tanto bella da dover essere tanto sventurata?
In quel momento apparvero davanti al vecchio i due incisori, e Wilhelmine si ritirò pudicamente al loro avvicinarsi.
– Abbiamo visto tua figlia, Heermans, e tutti e due abbiamo perduto il sonno: i nostri sogni ci tradiscono reciprocamente; parlaci francamente. Vuoi che uno di noi divenga tuo genero? In questo caso chiedi a lei quale di noi preferisca e, chiunque sia, ella diverrà sua moglie legittima. Il nostro laboratorio è pieno d'operai come il tuo, la nostra clientela è abbondante e ricca. Decidi tu.
L'orefice tese loro le due mani.
– Vi chiedo tre giorni, – disse, – è troppo? Siete innamorati, lo vedo.
– È vero, – risposero gli incisori; – amiamo tua figlia, e non devi lasciarci il tempo di amarla senza speranza di guarigione.
La sera, la fanciulla osò appena alzare gli occhi; sapeva che doveva fare la sua scelta. Il giorno dopo il vecchio Heermans inviò ai due fratelli una lettera così concepita:
Mia figlia vi ha visti tutti e due: avrà caro Tristan come sposo e Henri come fratello. Possa questa confessione, strappatale da me con fatica, essere accolta da voi come deve essere! Il vostro vecchio amico vi aspetta per stringere tra le braccia la sua famiglia intera.
Quei nobili cuori erano d'accordo che, se l'uno fosse stato accettato, l'altro avrebbe taciuto per sempre. Ahimè! sono patti che si fanno prima di conoscere la propria sorte. Henri, che aveva preso la lettera dell'orefice per leggerla, non poté terminarla: la pose sulla tavola e, pallido come la neve, si lasciò cadere sul suo sgabello. Tuttavia continuarono a vivere insieme di buon accordo. Si recavano pure, come di solito, tutte le sere a casa dell'orefice; il fortunato fidanzato faceva la corte all'amata; e Henri si sforzava a dimostrare allegria, e soltanto il suo pallore smentiva la calma che ostentava.
Un giorno, mentre i due fratelli andavano a caccia, fecero sosta nella radura di un bosco; affaticati per la marcia, si stesero sull'erba fresca.
– Tristan, – disse Henri Van Buck, – ecco, è molto tempo che sto zitto; occorre che io ti apra il mio animo. Mi è impossibile lasciarti sposare la figlia dell'orefice.
– Fratello mio, – rispose Tristan, – è cosi dunque che ti ricordi delle leggi dell'onore?
– So di mancare a quelle leggi; ho riflettuto a lungo prima di parlartene; ma guardami: io non vivo piú, sento che me ne sto andando, e tuttavia quel poco sangue che ho nelle vene mi brucia come fuoco.
– Lo vedo, – rispose Tristan, – credi che io non soffra, e molto, nel vederti ridotto in tale estremo stato? Ahimè! se ne va perduta tutta la mia felicità; ma quale potrebbe essere il rimedio?
– Nessuno, fratello mio; io ti chiedo solo una cosa, e ti supplico di accordarmela. Non sposare quella ragazza prima che io sia morto.
– Morto! – gridò l'altro.
– Sì, mio caro Tristan, è inevitabile. Io ti scongiuro di darmi la tua parola, poiché, se dovessi firmare il tuo contratto...
– No, fratello mio, è impossibile che tu muoia così di disperazione; vuoi che ti prometta una cosa, il pensiero della quale mi gela il cuore?
Cosí parlando, Tristan guardò il fratello; gli vide sulle labbra il pallore della morte.
– Caro Henri mio, – esclamò, – piuttosto che lasciarti morire cosí, ti cederò il mio diritto. Sposala, te ne prego; io me ne andrò negli Stati Uniti.
– Sposarla, io! – esclamò l'altro. – Mi trasmetterai forse il suo amore, trasmettendomi i tuoi diritti su di lei? Occorre pertanto che uno di noi due muoia, – aggiunse con una voce tetra.
La sua mano tremava e batteva contro l'impugnatura del suo coltello da caccia.
– Sì, – rispose Tristan.
Macchinalmente si alzarono tutti e due.
– Vedo un solo mezzo, – disse Henri.
Tutti e due sfilarono i loro coltelli e si misero in guardia. Ma, usi ad esercitarsi insieme alle armi, e conoscendo bene l'uno i colpi dell'altro, essi potevano toccarsi solo raramente. Per un'ora intera si misurarono colpi furiosi, e ogni tanto si riposavano, stremati dalla fatica, con i fianchi squarciati da larghe ferite.
Durante una di quelle tregue, udirono i tamburi avvisare i cittadini di rientrare in città. Era l'ora nella quale, tante volte, essi erano ritornati insieme, tenendosi per braccio, tristi o allegri, i piedi coperti di polvere; si confessavano allora i piú segreti pensieri. Tutta la loro giovinezza sfilò davanti al loro pensiero in quell'istante.
Il sole stava per scomparire; i suoi ultimi raggi scivolavano tra gli abeti spogli, sulla terra coperta di foglie secche. La guazza serotina faceva piegare l'erba, e gli uccelli salutavano la notte.
Tristan volse la testa; vide nella vallata i campanili della città natale uscire dalla nebbia, e il fiume allungarsi nella prateria come una biscia bianca tra le erbe. Il suo cuore s'intenerì, mosse un passo verso il fratello e gli tese la mano. Ma una debolezza mortale gli strinse l'animo; s'appoggiò ad un albero; le sue spalle scivolarono sulla corteccia rugosa; cadde.
Henri guardò con orrore gli ultimi sforzi del fratello per riafferrare la vita; egli avrebbe voluto andare verso l'altro, ma neppure lui poteva muoversi. Fradicio di sangue, dritto e impietrito, vacillò come un ubriaco.
Quei due infelici avevano avuto una madre, che li aveva teneramente amati. Dal fondo della vallata, nel crepuscolo, d'improvviso sembrò staccarsi una forma incerta, e venire verso di loro. Saliva lentamente la collina, e via via che si avvicinava, i figli riconoscevano la madre. Nel momento in cui lo spettro apparve, irrealmente visibile e riconoscibile, quello che era in piedi, con un supremo sforzo, abbandonò il posto cui era inchiodato, e si gettò nelle braccia di quello che giaceva a terra. Così tutti e due, coperti di sangue e di lacrime, spirarono in un estremo abbraccio.

 (Tratto da Mimi Pisson e altri racconti, Rizzoli, Milano, 1950, traduzione di Oreste Del Buono)

 

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