Un flaneur metropolitano: Charles Reznikoff


Francesco Giusti

 

Tanti hanno camminato per le strade di New York, tanti ne hanno parlato, ma nessuno ha saputo "vedere" New York come Charles Reznikoff e nessuno ha saputo restituirci la sua vita, la sua gente, i suoi momenti come lui. Nato nel 1894 a Brooklyn, anzi per essere precisi nel ghetto ebraico di Brownsville, da genitori arrivati negli Stati Uniti dalla Russia qualche anno prima della sua nascita in seguito al pogrom che seguì l'assassinio di Alessandro II nel 1881, conosceva la città e aveva imparato ad osservarla. Ogni mattina partendo dalla sua casa nel Upper West Side percorreva venti miglia attraverso le strade, sua principale ed inesauribile fonte di ispirazione, poi ritornato a casa si concentrava su quei particolari incidenti o immagini che avevano stimolato la sua mente. Molte delle sue poesie registrano incontri con sconosciuti o conversazioni udite per caso e funzionano come piccoli racconti in versi. In un linguaggio sintetico, nudo, scrive con simpatia e sensibile ironia della gente semplice, quotidiana: poveri, sofferenti, ma incredibilmente forti. La sua umiltà era la sorgente segreta della simpatetica identificazione con cui egli sempre ritrae i più umili strati dell'ordine sociale: il fattorino dell'ascensore, l'uomo della lavanderia, il portiere, ma anche bambini, immigrati, i membri delle minoranze più vulnerabili (ebrei, neri, orientali). Sempre rifiutando l'invito di questi argomenti a scadere nel sentimentalismo, nell'esagerazione melodrammatica. Un suo celebre testo The Deum è il manifesto del suo fare poetico e, prima che poetico, esistenziale, della sua rinuncia totale alla competizione, il suo godere delle gioie di una vita semplice, la bellezza del fare il proprio lavoro con abilità e di apprezzare la natura e la vita di ogni giorno come si presenta spontaneamente a ciascuno di noi.

 

Te Deum

Not because of victories
I sing,
having none,
but for the common sunshine,
the breeze,
the largeness of the spring.

Not for victory
but for the day's work done
as well as I was able
not for a seat upon the dais
but at the common table.

Te Deum

Non canto
per le vittorie, having none, non ne ho nessuna,
ma per la comune luce del sole,
la brezza,
la grandezza della primavera.

Non per la vittoria
ma per il lavoro di ogni giorno
fatto così come posso
non per sedere sul palco
ma alla tavola comune.


Fin da ragazzo le sue principali gioie sono camminare, leggere e scrivere e trova due amici, figli di ebrei ungheresi, con cui condividerle, conosciuti non a scuola ma in uno dei piccoli "settlement houses" che erano una caratteristica della vita degli immigrati in città nei primi decenni del novecento.
Charles Rezinkoff è una poeta dell'occhio. Il vedere nella sua poesia viene sempre prima del discorso. Anche l'atto dello scrivere non è tanto un ordinare la realtà, quanto uno scoprirla. Un trovare posto tra le cose e il loro nome, un modo di stare ad osservare in un intervallo di silenzio e lasciare essere viste le cose. Il mondo non è dato come preesistente, ma viene all'esistenza solo nell'atto di andargli incontro. Questo aderire al principio berkeleyano del Esse est percepii (mai poeta americano lo aveva fatto con tale fedeltà) non è solo un semplice principio guida del suo lavoro, ma contiene tutta la forza di un dogma morale. Leggere Reznikoff è capire che niente può essere dato per scontato, non ci troviamo al centro di un mondo già stabilito, non prendiamo automaticamente possesso delle cose che ci circondano come per diritto di nascita. Ogni cosa, ogni momento deve essere guadagnato, strappato alla confusione del materiale inerte dalla purezza di una percezione così intensa che lo sforzo assume il valore di un atto religioso.
Piccole poesie, molte di loro appena una sola frase, costituiscono il cuore del lavoro di Reznikoff. Sebbene la sua opera completa includa romanzo, biografia, dramma, lunghi poemi narrativi, scritti storici e lunghi poemi documentario, le liriche brevi sono il principio originario della sua immaginazione, tutto inizia da loro. Poesie che non cercano di diffondere verità universali, di impressionare il lettore o di invocare l'ambiguità dell'esperienza umana. Il loro obiettivo è semplicemente chiarificare. Tuttavia non si deve dubitare della loro particolare ambizione, sono ben più che una mera costruzione di parole, ogni poesia è uno sforzo di percepire, deve essere un "muoversi verso". È più un modo di stare al mondo che di esprimerlo.
Ha una fonte nell'Imagismo di Pound, certo, ma non c'è alcun desiderio in Reznikoff di usare l'immagine come tramite per una trascendenza, di renderla eterea nel regno dello spirito. L' "Oggettivismo", il movimento americano breve cui Reznikoff si lega per un certo periodo, impara il valore dell'immagine, ma si allontana completamente dall'Io. Si allontana dalla metafora verso il concreto, preferisce quello che è a quello che è meramente possibile. La poesia aderisce completamente al mondo esperito e rappresentato. Il poeta ha un dovere, necessario per raggiungere questo tipo di libera visione, il dovere di non essere visto, di rendersi invisibile, anonimo, rinunciare a imporsi sulla realtà. Quanto siamo lontani dal panismo urbano del grande padre della poesia americana Walt Whitman (1819-1892) che vedeva nel tumulto della folla di New York l'incarnazione della democrazia come forza spirituale. Per lui la folla era anche un allettante, pulsante campo di potenziale erotico. Affascinato dallo spettacolo delle masse in transito sugli omnibuses di Broadway e sui ferries.

…..
On the ferry-boats the hundreds and hundreds that cross, returning
home, are more curious to me that you suppose,
And you that shall cross from shore to shore years hence are more to
me, and more in my meditations, than you might suppose.


…..
Sul ferry le centinaia e centinaia di persone che attraversano, tornando
a casa, sono per me più curiose di quanto tu possa supporre,
E tu che attraverserai da costa a costa per anni ancora sei più vicino a
me, e più presente nei miei pensieri, di quanto tu possa supporre.

da Crossing Brooklyn Ferry  

 


Charles Reznikoff



Whitman sente e canta New York, ma per lui la città è il teatro della vita urbana quotidiana su cui proiettare il suo Io in espansione, riconduce a se stesso tutta l'esperienza, filtra tutto attraverso il suo Io che avvolge l'oggetto ma per possederlo. L'Altro è amato sinceramente ma non gli viene mai data voce, non prende mai la parola, la regressione di Reznikoff invece permette all'Altro di prendere voce e parlare come soggetto autonomo, le sue scenette quotidiane sono realmente animate per una loro vita propria, non è il poeta che trasmette il suo inesauribile vitalismo all'oggetto cantato. Il flâneur Reznikoff cresce soggettivamente passo dopo passo assorbendo ciò che lo circonda, non trova nelle cose e nelle persone che circondano degli oggetti su cui esercitare il proprio prorompente, trabordante soggetto.
Non è un caso che gran parte delle poesie di Reznikoff siano radicate nella città. Solo nella città moderna e in particolare nella metropoli New York, si può vedere senza essere visti, continuare ad essere un outsider anche diventando parte del paesaggio. Quello che ha valore sono le cose, e queste possono venire alla vita solo quando colui che vede diventa invisibile. Ci deve essere una heideggeriana rinuncia al possesso, un essere-nel-mondo nella prospettiva del lasciar-essere gli enti che ci circondano per poi assistere alla loro spontaneo manifestarsi.
Fare poesia è accettare l'exposure (concetto cardine della cultura americana cui si sono date e si danno varie accezioni e interpretazioni) di cui parla Richard Sennett nel suo studio sulla vita urbana occidentale proprio in riferimento a New York come città ideale dell'exposure all'Esterno, al diverso - essa afferra l'immaginazione perché è una città di differenze per eccellenza, una città che raccoglie la sua popolazione da tutto il mondo -. È una trasformazione della vita soggettiva per cui una persona si rivolge all'esterno, è stimolata dalla presenza dello sconosciuto (in senso più ampio) e contribuisce a stimolarlo. - Questa trasformazione - dice Sennett - richiede la mobilitazione di certe energie artistiche nella vita di ogni giorno -.
New York è la casa di Reznikoff, il suo "paesaggio". Pochi poeti hanno avuto un così profondo legame con la vita della città, e in tante brevi poesie Reznikoff cattura la strana e transitoria bellezza del paesaggio urbano. Per le strade di New York non c'è un incontro, per quanto rapido, che sia troppo insignificante, troppo banale per meritare la sua attenzione, per diventare una fonte di esperienza. Reznikoff cammina per le strade non con la testa fra le nuvole, ma con gli occhi e la mente bene aperti per penetrare la vita attorno a lui. Non si può camminare con l'attesa di scrivere una poesia, ma bisogna essere preparati a farlo quando l'opportunità si presenta. Il poeta è una vagabondo solitario, un "uomo della folla" di Poe, uno scriba senza volto.
Avendo fatto studi di legge (pur senza mai esercitare la professione) e avendo lavorato per anni come ricercatore per una enciclopedia legale Reznikoff è completamente alieno da un tipo di scrittura accademica, anzi questa formazione, insieme a quello di giornalista, diventa fondamentalmente un ideale estetico. Non è un poeta del linguaggio, la sua poesia è qualcosa che viene prima del linguaggio, ma piuttosto un poeta della nominazione originale, degli eventi nel loro manifestarsi davanti a cui si pone come umile spettatore e trascrittore. Ancor più che influenzare semplicemente il suo stile, su cui pure agiscono contribuendo a creare la sua concezione dello scrittore come imparziale testimone del suo tempo e influendo sulla sua abilità di obiettivo e severissimo critico dei propri lavori, gli studi di legge contribuiscono proprio ad aprirgli le strade della città, la vita degli uomini. Nemmeno il giornalismo studiato all'Università del Missouri poteva essere la sua strada perché interessato all'insolito, al sensazionale, al melodrammatico, mentre la letteratura è capace di estrarre qualcosa del nulla, di rendere interessante il più comune e il meno eccitante degli eventi.
Di fondamentale importanza il suo essere ebreo, il collocarsi nello spazio instabile tra due mondi, né completamente assimilato né completamente respinto, è questa ambiguità a rendere fertile il suo terreno, alcuni lo vedono principalmente come poeta ebreo, altri essenzialmente come poeta americano. I confini interni all'uomo contribuiscono a rivelare i confini interni alla città. Il suo essere ebreo torna come tema preciso in molte poesie, oltre che in altri testi, ma lo aiuta anche a collocarsi appunto in quello spazio incerto che gli permette una maggiore vicinanza agli altri, gli consente di essere una minoranza tra le minoranze, avendo anche fatto esperienza in giovinezza dell'ostilità razziale nel quartiere in cui viveva. In lui ci sono la storia ebrea come passato (trattato nei suoi scritti storici) e l'America come presente, questi due elementi sono indissolubili, ogni suo scritto va letto in relazione all'intera opera, come un'unica sua complessa visione. È nato in uno stato di alterità come poeta e come immigrato ebreo, qualsiasi idea che ha della comunità è sempre etnica più che nazionale.
La sua vita è condotta quasi nell'oscurità, privo di vanità e di ambizione e consapevole che il lavoro poetico ha valore in sé, non c'è nemmeno la più piccola traccia di risentimento nel suo lavoro. Era troppo orgoglioso, troppo entusiasta, troppo occupato con il suo stesso lavoro per essere apertamente interessato al suo destino nel mondo, alla diffusione del proprio lavoro, che infatti viene per lunghissimo tempo, fino agli anni '50-'60, stampato in proprio dall'autore e ignorato da editori e critici. Durante gli ultimi venticinque anni invece sono stati ristampati tutti i suoi scritti precedenti e la sua reputazione è ora ufficialmente riconosciuta.


After I had worked all day at what I earn my living,
I was tired. Now my work has lost another day
I thought, but began slowly,
and slowly my strength came back to me.
Surely the tide comes in twice a day.


Dopo aver fatto tutto il giorno il lavoro con cui mi guadagnavo da vivere,
ero stanco. Ora il mio lavoro ha perso un altro giorno,
pensavo, ma iniziavo lentamente
e lentamente la mia forza tornava.
Certamente la marea viene due volte al giorno.





Bibliografia

- AA.VV., Writing New York. A Literary Anthology, Washington Square Press 1998.
- Ardovino Adriano (a cura di), Heidegger e gli orizzonti della filosofia pratica, Guerini e Associati 2003.
- Heller Michael, Conviction's Net of Branches: Essays on the Objectivits Poets and Poetry,
Carbondale (Ill.) 1985.
- Hindus Milton, Charles Reznikoff, Santa Barbara 1977.
- Hindus Milton, Charles Reznikoff: Man and Poet, National Poetry Foundation, Orono
(Me.) 1994.
- Reznikoff Charles, Poems 1918-1975: The Complete Poems of Charles Reznikoff, ed.
Sermus Cooney, Black Sparrow Press, Santa Rosa (Calif) 1989.
- Sennett Richard, The Conscience of the Eye, W.W. Norton & Company, New York-London
1990.
- Whitman Walt, Foglie d'erba, Rizzoli 2000.
- Oxford Companion to 20th-Century Poetry, a cura di Ian Hamilton, Oxford UP, Oxford 1994.

 




Francesco Giusti si è laureato in Letterature Europee all'Università dell'Aquila, dove adesso è specializzando in Studi Comparatistici. Si interessa di letterature medievali di area germanica, della loro ricezione nelle letterature contemporanee e di poesia italiana, inglese e americana del secondo Novecento. Ha pubblicato interventi critici e poesie in numerose riviste italiane e straniere e due raccolte di versi: Luci rubate (2002) e A un passo da Cézanne (2004). Ha tradotto per riviste Charles Reznikoff, Heather McHugh, Wallace Stevens.

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