VITTORIE


- Brano tratto dal romanzo La promessa dell'alba -

Romain Gary

(...) A Glasgow fummo accolti dalle note delle cornamuse di un reggimento scozzese che sfilò dinanzi a noi in tenuta rossa di parata. A mia madre piacevano molto le marce militari, ma l'orrore di Mers el-Kébir non ci aveva ancora lasciati e, volgendo la schiena alla banda che marciava nei viali del parco dove eravamo accantonati, tutti gli aviatori francesi rientrarono silenziosamente sotto le loro tende, mentre i bravi scozzesi, punti sul vivo e più rossi che mai, continuavano con una ostinazione tipicamente britannica a riempire i viali deserti dei loro inni entusiasmanti. Dei cinquanta aviatori che eravamo, soltanto tre erano ancora vivi alla fine della guerra. Nel corso dei duri mesi che seguirono, sparpagliati nel ciclo inglese, nel cielo francese, nel cielo russo, nel cielo africano, abbatterono più di centocinquanta aerei nemici, prima di cadere a loro volta. Mouchotte, cinque vittorie; Castelain, nove vittorie; Marquis, dodici vittorie; Léon, dieci vittorie; Poznanski, cinque vittorie; Daligot...
A che scopo sussurrare questi nomi che non dicono più niente a nessuno? A che scopo anche, dal momento che essi non mi hanno mai lasciato? Tutto ciò che di vivo ho in me appartiene a loro. Spesso mi sembra di continuare a vivere soltanto per educazione e che se ancora lascio che il mio cuore batta, ciò avvenga unicamente perché ho sempre voluto bene agli animali.
Fu poco dopo il mio arrivo a Glasgow che la mamma mi impedì di commettere una sciocchezza irreparabile e della quale avrei potuto portare le stigmate e il rimorso per tutta la vita. Ci si ricorderà delle condizioni in cui mi trovavo quando mi furono negati i galloni di sottotenente all'uscita dalla scuola dell'Aria di Avord. La ferita di quella ingiustizia era ancora fresca e dolorante nel mio cuore. Ora, niente era più facile che porvi rimedio io stesso. Non avevo che da cucirmi un gallone da sottotenente sulle maniche, e la cosa era fatta. Dopotutto ne avevo il diritto, ne ero stato privato dalla cattiva fede di pochi sporcaccioni. Perché non rendermi giustizia?
Ma inutile dire che mia madre ci mise il naso immediatamente. E non che io l'avessi consultata, tutt'altro. Ho fatto, anzi, di tutto per tenerla all'oscuro del mio progettino, per cacciarla lontano dal mio spirito. Invano: in un batter d'occhio lei arrivò, mi fu al fianco, il bastone in mano, e mi apostrofò con un linguaggio estremamente tagliente. Non così mi aveva allevato, non questo si attendeva da me. Mai, mai mi avrebbe permesso di rimettere piede in casa se avessi commesso un'azione simile. Ne sarebbe morta di vergogna e di dolore. Avevo un bel da fare per sfuggirla nelle strade di Glasgow, a coda bassa, mi inseguiva ovunque minacciandomi con il bastone e vedevo con chiarezza il suo viso ora supplichevole e indignato, ora improntato a quella espressione di chi non riesce a capire, espressione che conoscevo tanto bene. Lei portava sempre
il mantello grigio, il cappello grigio e violetto e la collana di perle attorno al collo. Il collo è la prima cosa che invecchia in una donna.
Rimasi sergente.
All'Olympia Hall, a Londra, dove erano riuniti i primi volontari francesi, le ragazze e le signore della buona società inglese venivano a fare un po' di conversazione. Una di loro, un'incantevole bionda in divisa militare, fece con me innumerevoli partite a scacchi. Sembrava decisa a rialzare il morale dei poveri volontari francesi e trascorremmo tutto il nostro tempo intorno alla scacchiera. Era una giocatrice eccellente e ogni volta mi batteva di santa ragione, proponendomi subito un'altra partita. Dopo una traversata di diciassette giorni, passare il proprio tempo a giocare a scacchi con una ragazza bellissima, mentre si muore dalla voglia di combattere, costituisce una delle occupazioni più snervanti che io conosca. Alla fine preferii evitarla, e la guardavo di lontano misurarsi con un sergente d'artiglieria che diventò triste e abbattuto quanto me. Lei era lì, bionda e adorabile, che con un'aria leggermente sadica spingeva i suoi pezzi sulla scacchiera. Una viziosa. Non ho mai più visto una ragazza di buona famiglia agire come lei agì per demolire maggiormente il morale dell'esercito.
Allora non parlavo una sola parola d'inglese e i miei contatti con gli autoctoni furono difficili; fortunatamente riuscivo, ogni tanto, a farmi capire con i gesti. Gli inglesi non gesticolano molto, ma si riesce a far capire loro abbastanza bene ciò che si vuole. La non conoscenza di una lingua può anche semplificare, in questo senso, i rapporti umani, riportandoli all'essenziale ed evitando gli argomenti inutili e le cineserie.
Ero diventato amico, all'Olympia Hall, di un ragazzo che qui chiamerò Lucien, il quale, dopo alcuni giorni e notti d'amore piuttosto agitate, si doveva sparare improvvisamente una palla al cuore. In tre giorni e quattro notti una aveva avuto il tempo di innamorarsi perdutamente di una entraîneuse del Wellington, un locale frequentato assiduamente dalla RAF, di essere ingannato da lei con un altro cliente e di averne un tale dolore che la morte gli era sembrata l'unica soluzione. In realtà, la maggior parte di noi aveva lasciato la Francia e le famiglie in circostanze talmente straordinarie e precipitose, che la reazione nervosa si manifestava spesso dopo parecchie settimane e talvolta in maniera del tutto inattesa. Alcuni cercavano allora di attaccarsi alla prima ancora di salvataggio e, nel caso del mio camerata, siccome l'ancora l'aveva mollato subito, o più esattamente era passata al successivo, Lucien era colato a fondo sotto il peso delle disperazioni accumulate.
Per quel che mi riguarda io avevo un salvagente a prova di bomba, distante, è vero, ma che mi dava un senso di sicurezza perfetta, dato che una madre è una cosa che difficilmente vi mollerà. E tuttavia mi capitava, a quei tempi, di bermi una bottiglia di whisky per notte, in uno di quei posti in cui sfogavamo la nostra impazienza e la nostra inutilità. Eravamo esasperati dalla lentezza che impiegavano nel darci degli aerei e mandarci in combattimento. Stavo spesso con Lignon, De Mézillis, Béguin, Perrier, Barberon, Roquère, Melville-Lynch. Lignon perse una
gamba in Africa, continuò a volare con una gamba artificiale e fu abbattuto a bordo di un Mosquito nel cielo inglese. Béguin fu ucciso in Inghilterra dopo otto vittorie sul fronte russo. De Mézillis lasciò l'avambraccio destro al Tibesti, la RAF gli fece un braccio artificiale e fu ucciso a
bordo di uno Spitfire sull'Inghilterra. Pigeaud fu abbattuto in Libia; gravemente ustionato, fece cinquanta chilometri a piedi attraverso il deserto e cadde morto mentre raggiungeva le nostre linee. Roquère fu silurato al largo di Freetown e divorato dai pescecani sotto gli occhi della moglie. Astier de Villatte, Saint-Péreuse, Barberon, Perrier, Langer, Ézanno il magnifico, rompicollo esemplare, Melville-Lynch sono ancora vivi. Qualche volta ci vediamo. Raramente: tutto quello che avevamo da dirci è stato ucciso.
Io fui prestato alla RAF per alcune missioni notturne con i Wellington e i Blenheim, cosa che permise alla BBC di annunciare dopo il luglio 1940 che "l'aviazione francese ha bombardato la Germania partendo dalle sue basi in Inghilterra". "L'aviazione francese" eravamo un compagno di nome Morel e io. Il comunicato della BBC aveva entusiasmato mia madre al di là di ogni immaginazione. Perché, dentro di lei, non era mai esistito il minimo dubbio su ciò che voleva dire "l'aviazione francese che parte dalle sue basi in Inghilterra". Ero io. Seppi in seguito che per parecchi giorni aveva camminato tra i vicoli del Marche de la Buffa con un volto raggiante, propagando la buona notizia: finalmente avevo preso la situazione in pugno.
In seguito fui mandato a Saint-Athan e fu durante un permesso a Londra in compagnia di Lucien che quest'ultimo, improvvisamente, dopo avermi telefonato in albergo per dirmi che tutto andava benissimo e che il morale era alto, rimise giù la cornetta e andò a uccidersi. Sul momento lo odiai, ma le mie rabbie non durano mai a lungo e quando, in compagnia di due caporali, fui incaricato di scortare la cassa fino al piccolo cimitero militare di P., non ci pensavo più.
A Reading un bombardamento aveva danneggiato la ferrovia e dovemmo aspettare parecchie ore. Depositammo la cassa all'ufficio bagagli e debitamente provvisti di ricevuta andammo a fare un giro in città. Reading non era affatto divertente e per lottare contro quell'atmosfera deprimente si dovette bere più di quanto era lecito, così che ritornando alla stazione non eravamo in grado di portare la cassa. Mi rivolsi a due facchini, consegnai la ricevuta e chiesi loro di piazzare la cassa nel bagagliaio. Arrivati a destinazione, nel buio dell'oscuramento e con soli tre minuti di tempo per recuperare il corpo del nostro compagno, corremmo nel bagagliaio e avemmo appena il tempo di impossessarci della cassa che già il treno cominciava a muoversi. Dopo un'ora di strada in camion, finalmente potemmo far scendere la cassa al posto di guardia del cimitero, lasciandola là per la notte, con la bandiera che doveva servire per la cerimonia. L'indomani mattina, arrivando al cimitero, trovammo un sottufficiale inglese sbalordito che ci guardava con gli occhi spalancati. Sistemando la bandiera sulla cassa s'era accorto che vi campeggiava sopra una scritta nera, lo slogan pubblicitario di una marca di birra molto conosciuta: Guinness is good for you.
Non so se erano stati i facchini, innervositi dal bombardamento, o noi stessi nell'oscuramento, una cosa tuttavia era chiara: qualcuno, in qualche posto, aveva sbagliato cassa. Naturalmente ne fummo molto seccati, tanto più che il cappellano ci stava già aspettando, e anche sei soldati allineati sul ciglio della fossa per la salva d'onore. Alla fine, preoccupati soprattutto di essere accusati di leggerezza, accusa che gli alleati inglesi erano disposti a formulare spesso nei confronti dei francesi liberi, decidemmo che era ormai troppo tardi per tornare indietro e che era in gioco il prestigio della divisa. Guardai fissamente il sergente inglese negli occhi, questi fece un gesto con la testa come a dire che capiva perfettamente, e rimessa con rapidità la bandiera sulla cassa, la portammo a spalle nel cimitero e procedemmo all'interramento.
Il cappellano disse poche parole, noi ci mettemmo sull'attenti per salutare, la salva fu sparata nel cielo azzurro e io fui preso da una tale rabbia contro quel traditore che aveva ceduto al nemico, che era venuto meno all'amicizia e si era sottratto al nostro duro cameratismo, che mi si serrarono i pugni e un'insolenza mi salì alle labbra, mentre un nodo mi si formava in gola.
Non sapemmo mai cosa avvenne dell'altra cassa, quella vera. Talvolta mi vengono in mente le ipotesi più svariate.

 


(Brano tratto dal romanzo La promessa dell'alba, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2006. Traduzione di Marcello Venturi.)


Romain Gary (pseudonimo di Romain Kacev) nacque nel 1914 in Lituania, figlio naturale di un'attrice di scarso talento, ebrea russa fuggita dalla rivoluzione, e di Ivan Mosjoukine, la più celebre vedette, insieme a Rodolfo Valentino, del cinema muto. A trent'anni, Gary è un eroe di guerra (gli viene conferita la Legion d'honneur), scrive un libro di racconti, Education européenne, che Sartre giudica il miglior testo sulla resistenza, gli si aprono le porte della diplomazia. Sofia, Berna, l'Onu come portavoce della Francia, il consolato generale a Los Angeles. Nel 1956, vince il Goncourt con Les racines du ciel, primo romanzo ecologista. Nel 1960 pubblica La promessa dell'alba. Nel 1962 sposa la bella Jean Seberg, l'attrice americana di Bonjour tristesse, l'interprete romantica di A bout de souffle. Nel 1975 pubblica, con lo pseudonimo di Emile Ajar (identificato all'inizio come Paul pavlovitch, nipote reale di Romain Gary), La vita davanti a sé (Neri Pozza, 2005) che, nello stesso anno, vince il Prix Goncourt.

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