FALLIMENTO

Jan Sonnergaard

 

 

Quando mercoledì pomeriggio suonò alla porta sapevo che era lui – e tutta la settimana e quella prima avevo saputo che sarebbe venuto e che non potevo evitarlo in nessun modo, qualunque cosa mi fossi inventato. Ma proprio come fanno tutti quando devono affrontare qualcosa di veramente terribile, cercavo di rimuoverlo e pensavo:
"Vedrai che andrà bene", e:
"Non saranno poi tanto cattivi", e:
"Sei tra gli ultimi della lista", e:
"Magari succederà qualcosa".
Ma adesso era qui, ed ero certo che era lui già prima di aprire la porta. E avrei potuto evitarlo, almeno per oggi. Avrei potuto rimandare per un pezzo, perché potevo non aprirgli e lui se ne sarebbe andato, e questo mi avrebbe dato un altro giorno o due, e forse questo mi avrebbe salvato. Non si può proprio dire che fosse molto probabile, ma la possibilità almeno ci sarebbe stata, e se non avessi aperto sarebbero magari passati altri due o tre giorni prima che tornasse, e forse sarebbero stati proprio quei due giorni a salvarmi, a patto, naturalmente, che fosse successo qualcosa che non avevo calcolato, che fosse venuto un deus ex machina o un tizio con la classica bustarella piena di banconote. Ma non ci credevo, almeno non sul serio. Per cui aprii.

E lui era molto meno temibile di quanto mi fossi immaginato. Era un po' in là con gli anni, intorno ai cinquanta, e non particolarmente ben vestito, o alto, o brutto, o malvagio a vedersi. Era più che altro anonimo e un po' triste, e per niente aggressivo. Rimase fuori dalla porta, in piedi sullo zerbino, si presentò e disse chi lo aveva mandato. Chiese se ero quello che ero, e quando risposi di sì chiese se ero ancora il proprietario di questa casa, e quando ancora una volta confermai chiese molto educatamente se per cortesia gli davo il permesso di entrare. Mi fece osservare subito che non era autorizzato a entrare senza permesso, e quando io risposi se allora non mi sarebbe convenuto dire "No, non può entrare", lui mi spiegò che non ce n'era motivo, perché dovevamo solo "parlare".
Si pulì educatamente le scarpe prima di entrare in casa mia e come sempre quando ho degli ospiti domandai se potevo offrire qualcosa. Me ne pentii immediatamente, e pensai: "Questo no. Questo no. Potevi dire qualunque cosa ma questo no", lui però continuò a essere educato e disponibile e disse che avrebbe volentieri pagato una birra se gliene volevo portare una. Così avremmo potuto dividercela mentre esaminavamo il caso.
“Va bene se ti do 5 corone?” chiese “una birra non costa grosso modo all'incirca 5 corone?”.

Entrò nel soggiorno e si sedette, e io tornai con due birre e due bicchieri, e lui disse immediatamente che non c'era bisogno di portare due birre.
“Una la puoi tenere da parte” disse “io non bevo granché”.

A questo punto tirò fuori le carte da una cartellina rigonfia di documenti, le lesse velocemente senza dire nulla, ma quando gli versai mezza birra smise la lettura e disse grazie.
“Aaaah” disse “non c'è niente come una bella birra”.

Visto che non replicavo nulla, ricominciò a guardare nelle carte e chiese:
“Sei sposato?” e quando gli risposi "no" mi guardò mestamente e disse:
“Sei fortunato” e io pensai: "e che vorrà dire mai con questo?" e continuò:
“Qui ci vivi da solo?” e:
“Gli effetti presenti in questa casa appartengono tutti a te?” e io risposi la pura verità a tutte le domande e aggiunsi che non era colpa mia se tutto era finito in quel modo, e gli spiegai che non stavo cercando di speculare sui miei debiti, e che il mio non era mica un piano, ma che le cose erano andate come erano andate e a quanto pareva non potevo fare nulla né in un senso né nell'altro, e che ero il primo a rammaricarmene.
Mi guardò con degli occhi acquosi e anonimi che mi spaventarono a morte, e per un breve attimo credetti che mi avrebbe consolato mettendomi una mano sulla spalla. Adesso mi toccherà, pensai, e sentii che tutto stava cominciando a crollare. Gli occhi acquosi mi osservavano, e riuscivano a guardarmi dentro.
“Stai calmo adesso” disse con quella voce triste che impediva qualunque giudizio “stai calmo adesso. Oggi non si decide mica nulla. Dobbiamo solo parlare...”

Mi chiese il permesso di dare un attimo un'occhiata in giro per la casa, e quando glielo diedi si affannò in ogni modo a spiegare che non avrebbe portato via proprio nulla. Doveva solamente riempire alcune caselle del suo formulario. Solo alcune caselle. Entrò nelle stanze e notai che zoppicava, e guardava le mie cose, esaminò il mio computer, la mia televisione e il mio impianto stereo e valutò quanto valevano i mobili, quanto era costata la televisione, e quando e dove e come erano state acquistate queste cose, e contò quanti dipinti c'erano appesi in giro, e tentò di farsi un'idea di quanto i tappeti fossero originali o meno.
Ma non in modo offensivo. Riempì le sue caselle, ma non in modo offensivo. Non fece alcun commento. Esaminò gli oggetti, fu molto gentile e fece tutto quanto gli era possibile per non mettermi a disagio. Tentò di apparire inoffensivo, di farmi dimenticare che era qui.
“Devi scusarmi se ci è voluto tanto tempo” disse alla fine “ma queste cose le devo fare. E non significano molto. Sono formalità”.
“Puoi versare qualcosa subito?” chiese, e io mentii: “Posso versare ottomila, domani” e quando continuò:
“E quanto puoi versare come rata mensile?”, mentii di nuovo e dissi:
“Sempre ottomila”.

Fece una croce in una casella che non riuscivo a vedere, ma sicuramente doveva essere una di quelle dove c'è scritto "acconsente a versamenti rateali", e poi mi guardò dritto in faccia, aveva gli occhi verdi e per niente acquosi e disse:
“Mi sa che è troppo poco, mi dispiace dirlo ma probabilmente è troppo poco”.

Quando gli chiesi allora che cosa avrebbero fatto loro, rispose che non lo sapeva, ma che per il momento avrebbe accettato l'accordo, a patto però di avere le 8000 corone domani. Probabilmente però a loro non sarebbe sembrato sufficiente. Era dubbio che lo avrebbero accettato. Purtroppo.

Provai a spiegargli che difficilmente avrebbero potuto fare altro, perché io non ero assolutamente in grado di versare di più, e lui non smise mai di essere gentile e garbato, e disse che lui avrebbe assolutamente accettato la mia offerta, cioè: come privato, e che se fosse stato lui a decidere avrebbe accettato addirittura meno di quella cifra. Ma purtroppo non era lui a decidere. E di solito non accettavano così poco. Ma insomma ora vedremo. In tutti i casi non c'era motivo di farsi prendere dal panico, spiegò, perché ormai avevamo concordato un pagamento rateale e questo significava che avrei potuto tenere le mie cose. Se avessi rispettato l'accordo e gli avessi pagato le 8000 corone il giorno dopo non avrebbero certo avuto motivi di prendere altri provvedimenti. Sarebbe bastato rispettare l'accordo e il mio caso sarebbe andato avanti secondo routine, e poteva passare anche un anno prima che mi chiedessero di alzare la quota delle rate mensili.
“La cosa più importante in questo tipo di soluzioni è quella di avere un accordo” spiegò “basta che le cose siano a posto. Perché questo dimostra che riusciamo a comunicare”.

Mi porse un formulario, dicendo che era quello standard, e mi pregò di firmarlo. Non era assolutamente pericoloso, disse. Oltretutto aveva anche fatto una cosa che non era permessa. Aveva notificato le 8000 corone che avrei dovuto pagare il giorno dopo come rata mensile. Per cui in realtà aveva spostato in avanti di un mese il primo pagamento. E proprio questo mostrava quanto era importante avere un accordo. Perché una volta che si ha un accordo poi ci si può sempre far rispettare.

Firmai, e quando per la seconda volta quel giorno suonò il campanello lui fece finta di niente. Continuò silenziosamente il suo lavoro di compilazione delle caselle, e quando aprii la porta a Dorte fece di tutto per essere il più anonimo possibile. Fece caso all'ingresso di Dorte e le disse neutro “Salve” e a me “Molte grazie”, e poi se ne andò con le carte firmate.
“Insomma alla fine sono venuti” mi chiese lei, senza sembrare adirata né indignata. Si limitò solo a constatare che erano venuti, e sembrò quasi che lo avesse sempre saputo.
E io che potevo dire?

“Alla fine sono venuti, Dorte” dissi, e lei mi si avvicinò e mi abbracciò senza dire una parola. Mi abbracciò e pensai: alla fine sono venuti. Ovvio che sì, alla fine sono venuti, e oggi era stato il meno, ma Dorte era ancora disposta ad abbracciarmi, e per la prima volta accettai la compassione da un'altra persona.
Mi stava abbracciando nonostante il fatto che ne dovessi ancora passare tante e che oggi era stato il meno, e che entro sei mesi sarebbe sparito tutto, la casa, il bar, le cose, e che avrei avuto ancora dei debiti, con loro e con tutti gli altri. Ma lei mi stava abbracciando.

Dorte mi stava abbracciando, e non disse nemmeno una parola del tipo "che peccato", o che erano stati irragionevoli, o che era un'ingiustizia. Mi stava abbracciando. La mia corsa era conclusa, ero finito, ma lei era ancora qui – per un po' – e mi stava abbracciando.

Mi stava abbracciando.


(Racconto tratto da Radiator – Dieci storie a Copenaghen, Pendragon editrice, 2003, Bologna)


Jan Sonnergaard



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