FRANCESCA NON MAI ESISTITA

Maria Luisa Fasc Spurio



Stamattina mentre andavo a lezione di filologia romanza ho messo il piede in una pozzanghera. Posso sforzarmi di pensare che Francesca non esista, ma non che non esistano le pozzanghere. Quelle esistono e ti lasciano i piedi umidi per tutta la giornata. Credo che Francesca abbia fatto pallavolo da piccina, ha il culo di una pallavolista dilettante, ne sono sicura, è un'illuminazione da pausa sigaretta. Quasi mai prendo abbagli durante la pausa sigaretta.
Francesca tutte le sere tornando da lezione si ferma nel baretto di Maurizio, un'accolita di artistoidi che sognano un ultimo tango e le soffitte polverose alla Rimbaud. Io ci passo di fronte, mi affaccio appena per vedere se è già arrivata e poi di filato riprendo la mia strada, rossa e con il cuore che fa tum tum perché tutti si sono girati. Scappo come una ladra, goffa e impaurita. Non ho il maglioncino giusto per entrarci, non porto treccine vezzose sotto un basco, né calzini buffoneggianti. Mi vergogno con i miei sottaceti nella cassetto della scrivania.
Francesca ride poi infila le lunghe dita nell'olio torbido e tira fuori le melanzane gocciolanti. Le ingoia veloce e le sue labbra scintillano di unto.
Io di Firenze conosco solo il campus e le vie centrali.
Firenze è tutta gialla e marrone e nell'umido di Pontevecchio sbrilluccicano coralli dalle vetrine. Sono arrivata qui con le valigie piene di sciarpe e scarponcini, come Totò a Milano, e mi trascino dietro una sfilza di otto sui temi di italiano che la professoressa Lorenzi segnava in blu con due pallini ravvicinati. Mi diceva, col suo rossetto rosso pompeiano, che ero troppo aggettivata. Me la prendevo, me la prendevo tanto. Poi si schiariva la voce e mentre scorreva la penna sul registro modulava un Veniant da far tremare i polsi.
Adesso mi sento troppo pulita e troppo classica per questo posto. Troppo verde in viso per Francesca che ha le guance color Biancaneve, sangue sulla luna. Mi porto dietro questo desiderio come mani macchiate di marmellata, appiccicosa e invisibile, che tento di nascondere dietro la schiena.
Quando sono partita mia nonna mi ha dato un rosario che profuma di rosa e una copertina fatta a mano per coprirmi le gambe sul divano. Qui non abbiamo un divano, in questa stanzetta da campus ci sono due letti, due scrivanie e un cucinino striminzito; ci sono i miei libri su una mensola e le tele senza telaio di Francesca.
"Mi fai dipingere le tue mani?" mi chiede insistentemente.
Ma le mie mani sono brutte, sembrano porcellini impauriti, sono cicciotte e corte e poi sono sporche di marmellata… le dico di no, chiudo i pugni e scappo in un libro di Joyce.
Quando leggo mi tormenta il rumore del mare, penso che chi vive a due passi da una riva riesca meglio a credere ai miracoli, è il fatto di non vedere mai i confini. Penso che conosca la strana sensazione dell'attesa, l'arte di tessere la tela aspettando il messaggio nella bottiglia. Il mio messaggio nella bottiglia si chiama Francesca.
Il mio temporale si chiama Francesca e come ogni temporale fa paura con quel bubbolio che picchia i vetri e nasconde il ritmo del cuore.
Da un po' di tempo Francesca gira con un ragazzo biondo che porta sempre il cappuccio delle sue felpe in testa. Lui entra in camera e non saluta, si butta sonnolente sul letto e sfoglia giornali di che parlano di concerti. Francesca, invece, lancia calzini in aria e cerca scarpe colorate sotto il letto. Ha sempre fretta, di andare, di tornare, non risponde al telefono e segna sul calendario il suo ciclo irregolare. Sembra non sapere cos'è la noia. Io invece la noia la conosco. E non è che sia poi così male. Nella noia c'è la pausa, il rifiatare, c'è un non so che di possibilità, una sorta di potenzialità, l'inespresso: a volte questa sospensione mi serve.
Di tutta Francesca quello che adoro di più sono i suoi polsi. Sono leggeri e sottili e quando muovono il pennello sembrano ballerine di antiche danze popolari, come pizziche o saltarelli. Anche i polsi sono color Biancaneve.
Una sera rientro in camera, mi chiudo dietro la porta e la trovo a piangere su un romanzo. Lei cerca di nascondere il libro, ma io intravedo il titolo, Pomodori Verdi Fritti al caffè di Whistle Stop. Si volta tirando su col naso e poi dice: "Che cazzata di libro!".
Rimango ferma, cerco di capire qualcosa, mi appoggio e le calze si attaccano al muro elettrizzate. Lascio la borsa sulla sedia, ma non dico niente.
"Tu lo sai cos'è l'amore?" dice.
Oddio, cosa posso risponderle? Non lo so, non lo so cos'è l'amore. Ma di certo assomiglia a me che faccio finta di dormire quando lei rientra tardi col sapore di vino dolce in bocca o alla sua gamba piegata sotto il sedere sulla sedia blu di camera nostra. Rispondo di no e lei fa un sospiro, poi riapre il libro e continua: "Penso che sia Dorothy sui mattoni gialli sulla via per Smeraldo…tanto lo sai, no, che il Mago di Oz non è quello che pensavi".
Le si muovono gli occhi velocemente, quel color nocciola lucido e molle è instancabile. Lancia il libro, si alza, s'infila in bagno e urla tra lo scroscio dell'acqua corrente: "Stasera esco con Mat". Raramente m'informa sulle sue serate, specie se queste prevedono una coperta sotto cui nascondersi.
Ogni tanto spero che mi guardi come guarda Mat e mi contagi di bellezza e dinamismo, del rossetto che non le si sbava mai. Ogni tanto spero di essere io quella coperta.


XXX

Guardo Francesca da lontano, accanto alla facoltà. Tra pochi minuti ho una lezione, ma mi avvicino lo stesso all'edicola.
I giornali dicono che ha il cervello bollito dalla cocaina, sarà, ma nessuno parla come lei. Quel modo morbido di dire parole vive, piene di ritmo. Francesca ha ancora i capelli lucidi e sembrano soffici come quella sera sotto il quadro del Bronzino. E le sue parole ripartono, non hanno paura. Le mie parole sono morte, ma io le amo come se fosse sempre il primo giorno.
Cerco di spiegare come si trasformano e come si trasformeranno ancora. Spero di dare, di far anche solo scorgere appena a ragazzi di 20 anni, tutti quegli occhi aggrovigliati e frettolosi, quanta vita esista in una lingua morta. Dal primo suono di un mantra antico, la sillaba di Dio, come da un aum stentato nascano gli uomini e le idee, come diventino storia. Ci provo, se necessario sbatto i pugni sul tavolo, non mi interessa che capiscano, mi interessa che sentano. Dalla punta della lingua fino alle vene, perchè alfabeti sepolti sanno ancora far scendere desideri dalle stelle. Nulla è per caso: "De - venir giù, sidero - stella", ripeto ogni volta che sento qualcuno che si allontana, si perde avvilito.
Non sono segnali, reazioni, formicolii da sputacchiare fuori in fretta, le parole sono intrecci irrevocabili, tamburi da percuotere, evocano, suonano, tracciano strade.
Alle volte però sono stanca e arriva come una frenesia strana, una sorta di shock anafilattico, mi prende la fretta di passare oltre, andare, andare. Mi prende la voglia del sole e di cose fosforescenti che non hanno passati da rintracciare, di maionese, di riempirmi la bocca di gomme da masticare. Mi viene da sbattergli contro le radici, i suffissi, gli affissi, le crasi e imbrattarmi le mani di marmellata…
Altre volte sono vicina, sospetto tra quegli occhi agitati un lampo che mi somiglia, un fuggitivo raccogliere. Qualcuno ogni tanto leva l'ancora e infila il mare, lo aspetta un'infinita lotta. La stessa sete, lo stupore, il panico di sapere. E lì ho vinto, ci sarà un altro aum che spiegherà il mondo. Mi fermo, mi basta così. Appoggio di nuovo gli occhi su una labiale, sui suoni lunghi, su una sillaba che tintinna, mi viene una ridarella comica, non sto nella pelle. Ce l'ho fatta, Firenze finalmente è mia!


A Firenze quando piove succede che le foglie si impastano
E il fiume s'ingrossa. E il tempo si mischia perfettamente agli imperativi e alle cioccolate calde. Tengo sempre la scrivania davanti alla finestra, anche lì al campus lo facevo. Ma adesso ho una ruga e una stanza tutta per me. Adesso apro la finestra quando piove, adesso tra i corpora e Calvino e con le bacchettine di incenso che spengo di corsa al primo odore di pioggia prima che piova, so raddrizzarmi le spalle che ho creduto piegate senza rimedio.
Adesso è un'acquerugiola stanca, un salmodiare atono che non spande paure, adesso non sono io quel silenzio e non è lei il mio schiamazzo, il frusciare di sottofondo. Non è le porte che sbattono, tonfi di dizionari che si chiudono esausti, non è Degas appeso al muro. Adesso, Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono, nessun rumore le assomiglia ormai.
Adesso che porto anelli alle dita e i capelli biondi, adesso so spiegare i batticuori, le nuvole, il vento dell'est. E distinguo un pioppo da un faggio, una peonia da un ranuncolo. Adesso che il mio mare è giallo di spighe di grano mature, ho le mani pulite di un amore sereno, che piega la testa di sera per una carezza e che con ossa pesanti e robuste stufa verdure e pazienza, riscalda di polvere e di argilla.
Adesso vivo. Di fonemi e grammatiche
Dei polsi di Francesca e del sorriso largo, dell'odore di sapone e latte, di un fiato accennato, sfiorato appena e una penna tra i suoi capelli, di ricordi, ricordo, circondata di memoria, solo la tenerezza di non sentirmi intera e non saperlo. Solo di una perduta carezza.
Adesso vivo.
In campagna con una donna androgina e seria che si occupa dei nostri animali e scrive poesie sugli uccelli. Io la prendo in giro, le dico che questa è invidia del pene, lei se la prende un po' e sbuffa sempre le stesse cose: "mi incanta lo sguardo rapace, volitivo e intuitivo di questi animali". Ogni volta mi dice così e ogni volta io penso a Francesca, lo sguardo rapace, volitivo e intuitivo, anche se lei non esiste.



Maria Luisa Fascì Spurio, vive a Bologna, laureata in Scienze Politiche. Attualmente, collabora con le riviste Leggere Donna e Progetto Babele. Ha pubblicato 2 racconti nell'antologia "Tutti esplosi. Le trame di Opìfice", edita dalla Giulio Perrone Editore a cura del Gruppo Opìfice, prefazione di Massimo Carlotto. Nel settebre 2007 ha vinto il concorso Coop for Words per la sezione racconti brevo con il racconto "Stavo pensando a quando il mar Ionio sbatte lento sui sassi", pubblicato nell'antologia "Tracce di realtà", edito dalla Bohumil, Bologna.




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