BALESTRIERI

Brano tratto dal romanzo La noia


Alberto Moravia

 


(…) Nello stesso edificio di via Margutta dove abitavo, nel corridoio a pianterreno, tre porte più in là della mia, aveva il suo studio un vecchio pittore che si chiamava Balestrieri, L'incontravo spesso, avevo scambiato qualche parola con lui, ma non lo frequentavo: come tutti gli uomini che non pensano che alle donne, Balestrieri era di una estrema, quasi insul­tante freddezza con le persone del proprio sesso, quali che ne fossero le condizioni e l'età, ravvisando evidentemente in loro altrettanti possibili rivali. Balestrieri era un uomo piccolo dalle spalle molto larghe e dai piedi molto grandi, due difetti che non si curava di nascondere, anzi metteva in vista indos­sando enormi giacche sportive a quadroni, e calzando antiqua­te scarpe lustre e affusolate. La faccia di Balestrieri aveva molto della maschera carnevalesca o del satiro pompeiano: capelli bianchi come l'argento, volto rosso acceso, sopracciglia nere come il carbone, naso prominente, bocca grande, mento puntuto. L'espressione di questa faccia era un po' imbambo­lata e tuttavia, sotto sotto, inquieta. Di Balestrieri avevo sentito dire da alcuni pittori anziani che lo conoscevano bene che era un erotomane e che aveva incominciato a dipingere in gioventù unicamente per attirare, con il pretesto della pintura, delle donne nel suo studio. In seguito, però, gli era, per così dire, rimasta l'abitudine della pittura, che, per lui, voleva dire soprattutto il nudo femminile. Balestrieri, che era agiato, non viveva del suo lavoro, non esponeva mai, e, in certo modo, dipingeva per se stesso; i suoi amici mi dissero che era così affezionato ai suoi quadri che, quelle rare volte che si deci­deva a regalarne uno, ne faceva una copia e la dava in luogo dell'originale. Quanto alla qualità, tutti erano d'accordo nel dire che si trattava di pessima pittura. Una o due volte, preso da curiosità, avevo tentato di sbirciare i quadri di Bale­strieri, attraverso i vetri del suo finestrone, dal cortile; e avevo intraveduto alcune grandi tele scure nelle quali si distinguevano a malapena enormi nudi femminili dalle forme eccessive e dagli atteggiamenti poco naturali.

Lo studio di Balestrieri era costantemente visitato da un gran numero di donne. Attraverso i vetri del mio finestrone, potevo vederle attraversare il cortile e scomparire nella porta che dava nel corridoio del pianterreno. Sapevo che andavano da Balestrieri perché negli altri due studi abitavano due pittori che vivevano con le famiglie, e, d'altronde, non si servivano di modelle perché dipingevano quadri astratti. Queste donne di Balestrieri testimoniavano una grande varietà di gusti: gio­vani e mature, popolane e signore, ragazze e donne sposate, bionde e brune, magre e grasse, piccole e grandi; si vedeva che Balestrieri, come tutti i dongiovanni poco raffinati, non andava troppo per il sottile ed era un collezionista di avventure che tirava più alla quantità che alla qualità. Balestrieri aveva molto di rado quello che si chiama una relazione, ossia dei rapporti duraturi con una sola donna; e anche quando l'aveva, non interrompeva le altre avventure meno importanti. Soprattutto nei primi anni che abitavo in via Margutta la figura e la vita di Balestrieri mi avevano incuriosito così che l'avevo anche un poco spiato. Ero arrivato perfino a fare una statistica delle donne che lo visitavano: fino a cinque donne diverse al mese, ossia una donna nuova ogni sei giorni, con una fre­quenza di circa due visite al giorno. Balestrieri, quando lo vidi la prima volta, aveva cinquantacinque anni; al tempo in cui si svolgono gli avvenimenti che sto narrando, ne aveva sessantacinque; eppure, durante quei dieci anni, non avevo osservato alcun cambiamento nelle sue abitudini: vedeva sempre, più o meno, lo stesso numero di donne, come se il tempo per lui non passasse.

O meglio, un cambiamento ci fu, ma si manifestò non già in una diminuzione delle visite femminili come ci si sarebbe potuto aspettate, bensì in un accrescimento. L'erotismo di Balestrieri, che io paragonavo spesso ad un vulcano in continua ma tranquilla attività, ebbe, infatti, verso il suo sessantatreesimo anno di età, come una fase parossistica. Le donne che sfilavano nel cortile e andavano a bussare alla porta del vec­chio pittore, mi parvero più numerose; inoltre mi accorsi che erano ormai quasi sempre ragazze molto giovani: come tutti i viziosi, Balestrieri, con gli anni, inclinava verso le adolescenti. Ho parlato di una fase parossistica dell'erotismo; sarebbe più esatto dire che si trattò, se mai, di una fissazione, probabilmente inconsapevole, su un tipo solo di donna ed esclusione di tutti gli altri. Insomma, Balestrieri, senza rendersene conto, stava cessando in quel tempo di essere il dongiovanni collezionista che era sempre stato e, per la prima volta, si dedicava o voleva dedicarsi ad una donna sola. Quelle numerose ragazze, tutte più o meno della stessa età, non erano perciò che prove sempre più riuscite di un tipo che si andava insensibil­mente precisando; approcci ad una figura ideale che, un giorno o l'altro, si sarebbe incarnata. E infatti, ad un tratto, il flusso delle adolescenti verso lo studio di Balestrieri cessò, per lasciare il posto ad una sola visitatrice che, evidentemente, esse avevano preparato e che le riassumeva tutte.

Ebbi modo di osservarla con una certa attenzione, se non altro perché mi accorsi quasi subito che lei osservava me. Sem­pre vestita da ballerinetta secondo la moda del momento, con una leggera camicetta sbuffante, una gonna molto corta e ampia che pareva sostenuta da una crinolina, ella dava l'idea di un fiore capovolto, dalla corolla sbilenca e oscillante, che andasse in giro camminando sopra i pistilli. I1 volto l'aveva rotondo, da bambina; ma una bambina cresciuta troppo in fret­ta e iniziata troppo presto alle esperienze muliebri. Era pallida, con un'ombra leggera sotto gli zigomi che faceva parere smunte le guance, e una folta capigliatura bruna e crespa tutto intorno il viso. La bocca piccola di forma ed espressione infantile, fa­ceva pensare ad un bocciolo avvizzito precocemente sul ramo, senza aprirsi; ed era segnata agli angoli da due rughe sottili che mi colpirono in maniera particolare, per il senso di aridità intensa che ne emanava. Infine gli occhi, la sua cosa più bella, grandi e oscuri, anch'essi di forma infantile sotto una fronte un po' sporgente, avevano uno sguardo senza innocenza, indefinibilmente distante, indiretto e incerto.

Diversamente dalle altre donne di Balestrieri che filavano dritte e a testa bassa verso lo studio del vecchio pittore, que­sta attraversava il cortile con una lentezza che pareva studiata, facendosi quasi trascinare, come sembrava, dal neghittoso e ri­flessivo movimento dei fianchi. Pareva non tanto che andasse mal volentieri da Balestrieri, quanto che, pur andandoci, cer­casse nello stesso tempo qualche altra cosa che lei stessa non avrebbe saputo definire. Quasi sempre poi, attraversando il cortile, alzava gli occhi verso il mio studio, e se io, come spesso avveniva, perché tenevo il cavalletto presso il finestrone, ero visibile dietro i vetri, immancabilmente accompagnava lo sguardo con un sorriso. Per qualche tempo rimasi incerto, su que­sto sorriso, così lieve da fare venire il dubbio che non fosse intenzionale. Ma in seguito, appena mi avvenne di incontrarla più da vicino nel corridoio, dovetti convincermi che il sorriso era per me e che ella vi annetteva un significato molto preciso.

Questo suo muto invito mi ispirava un sentimento oscuro di avversione che cercherò di spiegare. Prima di tutto non sono portato alle avventure, specie se, come era il caso, l'avventura mi viene per così dire suggerita e quasi imposta dalla donna; anzi, proprio l'insistenza del sorriso mi ispirava quasi un dispettoso impulso a non contraccambiarlo e a fingere di non averlo notato. In secondo luogo la ragazza non mi piaceva: non avevo mai amato che donne fatte, e questa, che non do­veva avere più di diciassette anni, ne mostrava meno di quin­dici a causa della gracilità della persona e della infantilità del volto. Infine c'era un terzo motivo, più valido anche se meno chiaro e definibile, ed era il senso di nausea che mi assa­liva tutte le volte che immaginavo di avvicinarla, parlarle, e, conseguenza inevitabile, fare l'amore con lei. Questo senso di nausea non era ispirato da una ripugnanza diretta e fisica: la ragazza non mi piaceva, è vero, ma non mi ripugnava af­fatto; bensì dalla rappresentazione dell'esperienza alla quale sarei andato incontro accettando il suo invito. Era, come pen­savo, lo stesso sentimento di nausea apprensiva che probabilmente provano tutti coloro che si trovano sulla soglia di una realtà sconosciuta e oscura; o, forse, più semplicemente, della realtà senza più, ove si siano abituati per lungo tempo a non affrontarla. Un sentimento, dico, di ribrezzo mischiato di ap­prensione; il quale mi stupiva perché la ragazza, così infantile e così insignificante, non pareva giustificarlo in alcun modo.

Ma non è facile, quando ci si annoia, pensare con conti­nuità qualche cosa. La noia, per me, era simile a una specie di nebbia nella quale il mio pensiero si smarriva continuamente,

intravedendo soltanto a intervalli qualche particolare della realtà; proprio come chi si trovi in un denso nebbione e intraveda ora un angolo di casa, ora la figura di un passante, ora qualche altro oggetto, ma solo per un istante e l'istante dopo sono già scomparsi. Nella nebbia della noia, io avevo intraveduto la ragazza e Balestrieri; ma senza annettere loro alcuna importanza, e, comunque, distraendomi continuamente da loro. Così, avveniva che, per settimane, io dimenticassi l'esistenza di quei due che, purtuttavia, vivevano e si amavano a pochi passi da me. Ogni tanto mi ricordavo di loro, quasi con stupore, e pensavo allora: "Toh, ci sono sempre, continuano ad amarsi." Mi dimenticavo a tal punto di Balestrieri che, la mattina dopo la mia fuga dalla villa di mia madre, tornando allo studio dopo aver preso il caffè lì accanto, e avendo notato in via Margutta, proprio di fronte al mio portone, un carro funebre tutto nero e dorato, con i soliti angioli dorati ai quattro angoli e i soliti cavalli neri alle stanghe, ma ancora vuoto e senza fiori, non pensai che potesse essere lì ad aspettare qualcuno che conoscevo. Girai intorno il carro il quale sbarrava il passaggio, m'inoltrai sotto l'androne e, poiché camminavo, come sono solito, con gli occhi a terra, andai ad urtare con la fronte contro il bordo inferiore della bara che, in quel momento, quattro uomini stavano portando a spalla verso il carro. Subito, mi tirai indietro con un salto, mentre i quattro becchini mi lanciavano sguardi di stupita riprovazione; quindi la bara mi passò sotto il naso, seguita da due sole persone: un giovanotto dal viso butterato e brutale, vestito di un abito di tela turchina, e una donna che gli dava il braccio, della quale non vidi niente perché ammantata di veli neri dalla testa ai piedi. Il giovanotto mi fece pensare a Balestrieri, forse perché aveva anche lui il viso un po' rosso e le sopracciglia molto nere; nello stesso tempo udii la portiera del palazzo fare a voce bassa non ricordo più quale commento sulla repentinità di certe morti e insieme udii il nome del vecchio pittore. Cosi appresi che Balestrieri era morto, probabilmente il giorno prima, che questo era il suo funerale e che la donna in gramaglie era la moglie dalla quale si era separato da molti anni e il giovanotto dal vestito blu, il figlio che ne aveva avuto.

Come ho già detto, la noia mi aveva distratto in quei giorni al punto di dimenticare non soltanto l'esistenza di Balestrieri, ma anche quella della ragazza che pure mi incuriosiva. Perciò fu senza meraviglia che mi accorsi di essere stato quei due ultimi giorni nel mio studio, ignorando che tre porte più in là Balestrieri si sentiva male, moriva, era vegliato, era messo nella bara, era portato via. Chissà, pensai, forse qualcuno mi aveva parlato della malattia di Balestrieri, ma io, pur udendolo, non l'avevo ascoltato, perduto com'ero nella noia; un po' come mi avveniva talvolta di leggere accuratamente i titoli di giornali e un momento dopo di scoprire che non sapevo affatto che cosa dicessero. C'era voluto la bara, o meglio il picchio doloroso che avevo dato con la fronte contro la bara, perché ricordassi l'esistenza del pittore nel momento stesso in cui ne apprendevo la morte.

Del resto la morte di Balestrieri non era stata così semplice come poteva sembrare a prima vista. Quel giorno stesso, un po' attraverso le scandalizzate allusioni della portiera, un po' attraverso i commenti più espliciti di un gruppo di amici che incontrai al caffè, ricostruii la fine del vecchio pittore. A quan­to sembrava, dunque, Balestrieri era morto in un momento molto particolare, cioè mentre faceva l'amore con la ragazza che mi aveva sorriso tante volte. Quest'amore, poi, non era stato un amore normale, intendendo per normale l'atto che porta alla procreazione, bensì una deformazione o specialità erotica, di modo che, piuttosto che dall'amore, Balestrieri era stato ucciso, diciamo così, dalla maniera con la quale lo aveva fatto. La portiera non aveva voluto spiegarsi, limitandosi ad alludere al fatto con indignazione; gli amici al caffè avevano, invece, allegramente abbondato in particolari, come se si fos­sero trovati presenti nello studio al momento della morte; ma, come riuscii alla fine ad appurare, si trattava soltanto di supposizioni. In realtà Balestrieri si era sentito male ed era morto sotto gli occhi atterriti della ragazza, questo era quanto si sapeva di certo. Il fatto che la ragazza fosse la sua amante, che lui fosse stato trovato seminudo sul letto e che, infine, la ragazza stessa fosse corsa a chiamare la portiera, in vestaglia senza nient'altro sotto, pareva confermare la diceria di una morte improvvisa, sopravvenuta nel momento della voluttà. Ma coloro che non volevano credere a questo genere di morte, facevano notare che la ragazza era in vestaglia perché era mo­della e stava posando, e che Balestrieri era solito, d'estate, dipingere in canottiera e in mutandine da bagno. D'altra parte, a favore della diceria della morte per amore, veniva riferita l'affermazione del medico accorso al capezzale del moribondo. "Se quest'uomo si fosse reso conto che alla sua età certe cose non si fanno, sarebbe ancora vivo." Altri sostenevano invece che il medico si era limitato a dire alla ragazza, dopo aver visitato Balestrieri: "Signorina, lei lo ha ucciso," soggiun­gendo però, subito dopo: "O meglio, lo ha aiutato ad ucci­dersi." Ma nessuno sapeva chi fosse questo medico e dove si trovasse; forse il medico di guardia di una delle numerose farmacie del quartiere; né io mi curai di rintracciarlo. (…)

 


(Brano tratto dal romanzo La noia, Bompiani editori, Milano, 1960.)



Alberto Moravia

 

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