GIORDANO BRUNO

– La divina follia contrapposta alla scienza –


Umberto Galimberti



Giordano Bruno: un'occasione per pensare profondamente, dove la "profondità" non va cercata nell'"approfondimento" del pensiero tecnico-scientifico che da tre secoli condiziona l'Occidente limitando le sue possibilità espressive e conoscitive, ma va cercata nell'inconscio della scienza che è a un tempo ciò da cui la scienza scaturisce e ciò che la scienza rimuove. Immagino che questo discorso infastidisca gli scienziati e i filosofi della scienza, il cui sapere è accreditato dai successi del loro metodo che sono sotto gli occhi di tutti. In Occidente infatti la società è progredita per effetto della scienza e non della magia, le possibilità dell'uomo si sono ampliate per effetto delle scoperte scientifiche, la vita stessa dell'uomo è più sana e più lunga grazie alla medicina scientifica. Ma in ordine alla felicità dell'uomo, in ordine alla sua pace interiore, in ordine alla sua armonia con la natura e più ampiamente col Tutto, non pare si siano fatti passi innanzi. Anzi, sembra proprio che il progresso scientifico dell'Occidente abbia dislocato l'uomo dal suo habitat naturale, per cui ci si trova più a proprio agio di fronte a un computer che di fronte a una distesa verde, a un mare trasognato, a un cielo propizio. Immagino che questo discorso infastidisca anche gli uomini di religione che, per quanto antiscientifici possano apparire, dal processo di Galileo all'opposizione alla biologia darwiniana, su su fino alle recenti scoperte della biologia molecolare e della genetica, in realtà hanno sempre marciato nella direzione di un accordo con la ragione, prima con la ragione platonico-aristotelica, poi con la ragione cartesiana, perdendo della dimensione sacrale, di cui dovrebbero essere i "sacer-doti", non solo l'origine, ma anche la traccia.
Per questo non obiettarono nulla alla fisica cartesiana, si limitarono a processare Galileo per difendere la "letteralità" biblica, ma non esitarono a bruciare Giordano Bruno perché propugnatore di una "nova filosofia" che non era scientifica, perché si appoggiava alla magia naturale, alla "prisca Aegiptorum sapientia". Oggi Adelphi pubblica di Giordano Bruno le Opere magiche (pagg. 1.590, lire 200.000). Un'edizione lussuosa con il testo latino a fronte, diretta da Michele Ciliberto che oggi in Italia è senz'altro uno dei maggiori conoscitori di Giordano Bruno. Queste opere furono pubblicate per la prima volta a fine Ottocento da F. Tocco ed E. Vitelli che però invitarono a trattarle con "cautela e prudenza", quasi fossero un "errore", lungo il tragitto che il pensiero della modernità si accingeva a percorrere. Nel nostro secolo Giovanni Gentile giudicò queste opere "non filosofiche perché ebbero in odio la logica", ribadendo in tal modo il pregiudizio della modernità, secondo cui il pensiero o è logica o non è nulla. Ma allora che dire di Socrate che filosofava a partire dal demone che dentro gli dettava in condizione di "atopia" che non è epilessia, già nota ai tempi di Ippocrate, ma propriamente "dis-locazione (a-topia)" rispetto al modo abituale di pensare? Che dire di Platone che alla fine della sua vita sconfessa tutte le sue opere scritte, perché la vera sapienza non si può trasmettere se non per comunicazione orale, come aveva appreso in Egitto dal suo maestro di iniziazione Sechenuf? Platone fonda la ragione d'Occidente: il principio di non contraddizione, di identità, di causalità. Ordina il linguaggio secondo una grammatica e una logica che garantiscono l'univocità dei significati, sottraendoli una volta per tutte a quell'ambivalenza simbolica che li lasciava in una perenne oscillazione. Ma poi parla anche di una "divina follia" di gran lunga "superiore alla ragione logico-matematica (uperballein ta mathemata olka)" che Platone e non altri aveva ideato e consegnato all'Occidente come forma del suo pensiero e del suo linguaggio. Questa "divina follia" trova il suo spazio scenico nella Gnosi e nel Neoplatonismo, per quanto conflittuali siano state queste due forme di pensiero, e poi venne sepolta da Agostino, logico e retore, che saldò il cristianesimo alla "logica" greca.
La divina follia, questo pensiero che procede per immagini e non per concetti, che dell'immagine sono l'impoverimento e la riduzione, prosegue sotterranea nel pensiero medioevale.
La ritroviamo alla base delle tecniche mnemoniche di Raimondo Lullo, e poi in modo esplosivo nel Rinascimento con Cusano, Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e appunto Giordano Bruno. Ma nel Rinascimento nasce anche la scienza moderna con Bacone, Galileo, Cartesio.
L'impianto logico-matematico che Platone aveva inaugurato viene rigorizzato, e l'altro modo di pensare, il pensiero per immagini, viene di nuovo sepolto, senza però sparire, se è vero che è possibile scoprirlo nascosto dietro le riflessioni di Leibniz sulla lingua e sulla scrittura, errabondo nella fenomenologia di Hegel, pervasivo nella filosofia di Schopenhauer, esplosivo in quella di Nietzsche, e via via nei "grafi" della semiotica di Peirce, nell'ardua meditazione di Wittgenstein sulla logica della raffigurazione, e nella categorica distinzione heideggeriana tra "pensiero calcolante" e "pensiero pensante". Del pensiero per immagini s'è impadronita la psicoanalisi: Jung più di Freud, e oggi James Hillman che denuncia di "insufficienza immaginale" la psicoanalisi, la quale, nel tentativo di accreditarsi come scienza, ha perso l'anima. La magia di Bruno si colloca in questa sotterranea corrente di pensiero, il "pensiero per immagini", che, anche se è risultato perdente in Occidente, continua ad essere la fonte segreta del pensare. Ad essa si accede, come voleva Platone, non con architetture logiche, ma con pratiche erotiche. Si legga a questo proposito il Simposio e il Fedro dove si parla d'amore e di divina follia. Lì si dice che amore è una forma di follia a cui gli amanti ricorrono "per dire quel che altrimenti non riuscirebbero a dire, e perciò parlano in modo enigmatico e buio". Lo stesso Socrate, noto per la sua "dotta ignoranza", dice che di una sola cosa ha "episteme", cioè un sapere certo: delle cose d'amore (ta aphrodisia). Le ha apprese da una donna, Diotima, che gli ha insegnato come Amore sia interprete tra gli "umani" e i "divini", i cui linguaggi non sono compatibili e perciò vanno interpretati (ermeneuein) e tradotti (diaporthmeuein). "E chi ha frequentazione con Amore che colma lo spazio vuoto che separa questi due mondi è un uomo demonico (daimonios) a differenza di chi, non avendo frequentazione, è uomo comune (banausos)". Amore sa "comprendere" quel che la ragione non sa "spiegare". E su questa distinzione Jaspers nel secolo scorso imprimerà una svolta radicale alla psicopatologia, segnalando che la psichiatria "può tutto spiegare, senza nulla comprendere". L'impresa jaspersiana, in linea con l'erotica bruniana che ha le sue radici in quella platonica, sarà sconfitta dal discorso egemone della biochimica e oggi della genetica, per cui, come diceva Jaspers finiremo col sapere che cos'è la schizofrenia e non riusciremo a parlare con uno schizofrenico. La discussione sull'Illuminismo, opportunamente inaugurata da Scalfari sulle pagine di Repubblica, ha messo in luce la grandezza della ragione scientifica su cui l'Occidente ha costruito se stesso, ma insieme il suo limite, a cui l'immaginazione romantica cercherà di porre rimedio portando l'attenzione sull'intima connessione del Tutto rispetto all'analitica scansione delle parti, in cui il pensiero logico-razionale, per le esigenze del suo metodo, trattiene se stesso, smarrendo i "vincoli" che legano fra loro tutte le cose. Questo è il programma della magia di Giordano Bruno per il quale "non essendoci nell'universo parte più importante dell'altra" non è concesso all'uomo quel primato, prima biblico e poi cartesiano, che lo prevede "possessore e dominatore del mondo", ma semplice "cooperatore dell'operante natura (operanti naturae homines cooperatores esse possint)". Questa differenza è decisiva perché smaschera quella sotterranea parentela che, al di là delle dispute, lega la tradizione cristiana all'agnosticismo scientifico. L'una e l'altro infatti condividono la persuasione che l'uomo, disponendo dell'anima come vuole la religione o della facoltà razionale come vuole la scienza, è , tra gli enti di natura, l'ente privilegiato che può sottomettere a sé tutte le cose. A questa enfatizzazione cartesiana del soggetto (Ego cogito) preparata dalla tradizione giudaico-cristiana (per la quale l'uomo è immagine di Dio e quindi nel diritto di dominare su tutte le cose), Giordano Bruno contrappone un percorso radicalmente diverso da quello che caratterizzerà per secoli il pensiero europeo. Non il primato dell'uomo, ma il primato degli equilibri sempre instabili e sempre da ricostruire tra soggetto e oggetto, tra uomo e natura. La magia, che non è potere sulla natura, ma scoperta dai vincoli con cui tutte le cose si incatenano, secondo il modello eracliteo dell'"invisibile armonia", è la proposta filosofica di Bruno, antitetica sia alla scienza matematica che si alimenta della progettualità umana, sia alla religione che, se da un lato subordina l'uomo a Dio, non esita a considerarlo, fin dal giorno della sua cacciata dal paradiso terrestre, dominatore di tutte le cose. Giordano Bruno fu trascurato dagli scienziati del suo tempo che stavano inaugurando il sentiero che sarà poi percorso dal pensiero occidentale, e bruciato vivo a Roma, in Campo de' Fiori, dalla Chiesa che allora, per dire la sua, disponeva di metodi più spicci. Ma oggi che il potere dell'uomo sulla natura inquieta l'uomo stesso, perché il suo potere di "fare" è enormemente superiore al suo potere di "prevedere" e di "governare" la propria storia, forse è opportuno un ritorno al pensiero di Bruno, per scorgervi non l'anticipatore degli "infiniti mondi" contro il geocentrismo del suo tempo, ma colui che, proprio in forza degli "infiniti mondi" dubita che l'uomo possa essere pensato come il centro dell'universo e quindi in diritto di disporne, questa volta sì ingenuamente, secondo i modesti e al tempo stesso terribili schemi della sua acritica progettualità, perché alla legge del Tutto, a cui si volgeva la magia bruniana, impone la legge dell'uomo (occidentale) sul Tutto.


(Testo tratto dal SWIF Sito Web Italiano per la Filosofia,)


Umberto Galimberti: Laureatosi all'Università Cattolica di Milano sotto la guida di Emanuele Severino, poco più che ventenne si trasferisce a Basilea dove conosce e frequenta regolarmente Karl Jaspers, di cui sarà uno dei principali traduttori e divulgatori italiani. Dopo qualche anno di insegnamento presso istituti superiori, diviene nel 1976 professore incaricato di antropologia culturale presso la neonata facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, di cui Severino è uno dei fondatori. Diviene professore associato di filosofia della storia nel 1983 ed è ordinario di filosofia della storia e di psicologia dinamica dal 1999. Ha insegnato inoltre filosofia morale. Dal 1985 è membro ordinario dell’International Association for Analytical Psychology. È inoltre dal 2003 vicepresidente dell’Associazione Italiana per la Consulenza Filosofica “Phronesis”. Ha collaborato con “Il Sole 24 Ore” dal 1987 al 1995, e successivamente con “La Repubblica” sia con editoriali su temi d’attualità sia con approfondimenti di carattere culturale. Cura inoltre la rubrica epistolare di “D, La Repubblica delle Donne”, inserto settimanale de “La Repubblica”. Nel 2002 gli è stato assegnato il premio internazionale “Maestro e traditore della psicanalisi”.



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