IL PARADISO

– Brano tratto dal romanzo Addio Anatolia



Didò Sotiríu



Se il paradiso esiste, il nostro paese, Kirkintzès, era la cosa che gli assomigliava di più al mondo. Le nostre case sfioravano la dimora celeste di Dio, poste com’erano sulla cima di monti boscosi da cui era possibile ammirare tutta la fertile vallata di Efeso, che ci apparteneva per intero fino al mare, lontano molte ore di marcia, ed era ricoperta da alberi di fichi e da uliveti, da campi di tabacco, di cotone, di frumento, di mais e di sesamo.

A Kirkintzès non c’erano grossi latifondisti pronti a sfruttare il nostro lavoro e a rovinarci a colpi di ipoteca. Ogni abitante del villaggio era proprietario della terra che lavorava. Aveva la sua casetta, di solito a due piani, e una piccola fattoria in campagna con tanto di orto, noci, mandorli, meli, peri e ciliegi. Nessuno di noi avrebbe mai rinunciato ad avere delle belle aiuole fiorite per abbellite la sua dimora, tanto più che non gli costava nulla, in quanto estate e inverno c’erano acqua limpida e ruscelli gorgoglianti in abbondanza. E quando l’orzo e il frumento giungevano a maturazione, i nostri campi sfolgoravano come l’oro. Per non parlare di nostri ulivi, fieri e robusti come in nessun’altra parte del mondo, e delle olive che producevano, abbondanti, saporite e lucenti come vezzose fanciulle d’oriente. Anche se la maggior ricchezza della nostra regione era l’olio, la borsa del contadino si riempiva di soldi grazie ai fichi, celebri in tutto il circondario di Aydini e famosissimi anche nel resto dell’Anatolia, in Europa e nelle Americhe. Erano frutti teneri, morbidi e gustosissimi, che contenevano tutto il calore e la dolcezza dell’Anatolia.

Dio aveva elargito alla nostra regione anche un altro dono, i laghi, che le bufere e le inondazioni rendevano una cosa sola con il mare. Ogni giorno il treno si fermava alla stazione di Ayasuluk per consentire ai viaggiatori e ai negozianti di acquistare grossi quantitativi di pesce saporito e freschissimo. Di pesce ce n’era così tanto che i venditori ambulanti non facevano a tempo a friggerlo e a distribuirlo ai clienti. Grazie a queste acque, i nostri prati erano accarezzati da una primavera perpetua e fornivano un pascolo ricchissimo ai nostri animali, grassi come pascià ben nutriti.

D’estate Kirkintzès si svuotava. Vi restavano soltanto alcuni guardiani. Tutti gli altri si trasferivano nelle fattorie in campagna, dove rimaneva fino alla fine di ottobre. Tornavano in paese giusto in tempo per la grande sagra di san Demetrio, allorquando gli abitanti di Kirkintzès imbiancavano a calce le loro case e si dedicavano alle grandi pulizie d’autunno. Cominciavano con il vasellame e non si fermavano finché non avevano pulito persino le strade del paese, le quali erano così splendenti che non ti veniva voglia di camminarci sopra. Tutti gli edifici, le botteghe, i caffè, le nostre due chiese e le nostre tre scuole, e anche il karakol, l’unico edificio turco che avevamo, venivano addobbati con rami di mirto e di alloro. Inoltre, poiché il raccolto era stato venduto a peso d’oro, i volti di grandi e piccini erano raggianti di gioia. Ogni famiglia metteva da parte un bel gruzzolo e si recava a Smirne per le provviste invernali, e per acquistare biancheria e articoli di merceria. I giovanotti si facevano confezionare pantaloni nuovi e acquistavano fazzoletti di seta da arrotolare intorno ai loro fez. Le ragazze invece si cucivano lunghi abiti di raso e si cingevano il collo con ciondoli d’oro più o meno lavorato, a seconda delle disponibilità economiche.

Inoltre, poiché le cerimonie nuziali si celebravano tutte il giorno di san Demetrio, entro quella data si concludevano anche le trattative matrimoniali. I preti avevano il loro bel daffare, in quanto non meno di quindici, venti coppie facevano ogni anno la fila per sposarsi.

Nel corso dell’anno altri momenti spensierati li vivevamo il giorno di san Giovanni Evangelista, in cui festeggiavamo gli uomini. Quel giorno i giovanotti più prestanti del paese, con tanto di pistole e coltelli alla cintura, in groppa ai loro splendidi destrieri, si esibivano in prove di gagliardia e coraggio. Ma quando arrivava la festa delle Santissima Trinità e maturava la ciliegia dalla polpa croccante, a cavallo non si vedevano soltanto uomini. All’equitazione si dedicavano anche le spose novelle, felici, piene di vita, agghindate con collane ciondoli di monete d’oro. A quell’epoca, i cavalieri e le cavallerizze di Kirkintzès non avevano rivali in tutto il circondario.

Tutto il giorno e tutta la notte le campagne erano percorse dalla melodia dei violini, degli ut, dei saz e dei dümbelek. All’ombra degli alberi la gente ballava danze popolari come il karşilama, il chasàpiko e lo zeybekiko. I corpi, affrancati dalle fatiche quotidiane, guizzavano verso il cielo come fiamme, baciati dalla luna e accarezzati dalla brezza, fino al sorgere del sole. Allora c’era appena il tempo di indossare i nostri abiti da lavoro e riprendere in mano la zappa.

Per niente al mondo avremmo fatto passare un giorno festivo senza celebrarlo degnamente! Natale, Capodanno, l’Epifania, Carnevale e Pasqua erano le ricorrenze più sentite, e poi c’era il primo lunedì di Quaresima, dedicato agli sposi novelli. Le coppie fresche di matrimonio andavano in campagna, accendevano falò, arrostivano castagne, bevevano rakí e raccontavano le loro innocenti mascalzonate: come si erano innamorati, come si incontravano di nascosto prima che si presentasse la persona incaricata di avanzare la proposta di matrimonio, i trucchi che inventavano per non farsi scoprire dai genitori, dagli zii e dai vicini.

Inoltre adoravamo cantare. Il calore dell’Anatolia e la generosità della nostra terra ci spingevano a cantare in ogni occasione, lieta o triste, sin dal momento in cui aprivamo gli occhi al mattino. Quando un giovane decideva di sposarsi, prima di tutto si costruiva la casa. si trattava di un passo indispensabile, perché la casa non la forniva mai la famiglia della futura sposa. Il giorno in cui avveniva la posa della prima pietra era consuetudine che tutti gli amici e il vicinato corressero a dargli una mano per trasportare il materiale edilizio e preparare la calce, e tutto questo veniva accompagnato dalle canzoni più struggenti e appassionate.

Anche i lavori agricoli erano inconcepibili senza canzoni. Da ottobre a febbraio c’era la raccolta delle olive; da febbraio a marzo diserbavamo i campi. Da aprile a luglio ci dedicavamo alla raccolta del tabacco, e subito dopo a quella dell’uva sultanina e dei fichi. Allora la pianura, i monti e le valli riecheggiavano delle nostre voci. Del resto, era impossibile che i giorni e le notti trascorressero nella malinconia dal momento che non avevamo problemi economici né ci faceva paura la morte. Fino al 1914 non avevamo mai avuto notizia che dalle nostre parti fosse stato sparso del sangue, tranne una volta, quando sue giovani si erano battuti in un duello leale e ad armi pari, con tanto di testimoni, per il cuore di una ragazza.

Nei pressi del nostro villaggio si trovavano anche le celebri rovine dell’antica Efeso, di cui, a dire il vero, ci importava poco o niente, tanto che i davanzali e le scalinate delle nostre case erano pieni di oggetti rinvenuti tra le ruderi. Le cosa che più ci rendeva orgogliosi, tuttavia, era che il nostro paesino veniva menzionato nel libri greci antichi: il suo nome era Oreiné Efesos, e questa era la prova che le nostre radici affondavano in un passato molto remoto.

Tutto questo me lo raccontò Pithagora Larios, un maestro originario di Samos che andava matto per quelle rovine. Trascorreva ore intere, smarrito nei suoi pensieri, a passeggiare in mezzo ai resti del tempio di Artemide, del Teatro, della fortezza bizantina e della Porta della Persecuzione. Come mezzo di trasporto usava il nostro asino. Mio padre, però, non si fidava affatto di lui e mi diceva:

“Va’ un po’ a vedere cosa combina quell’imbecille. Dio non voglia che all’asino succeda qualcosa e che ci tocchi pure ricomprarlo. Mi sembra un po’ scemo. A ore fisse, quando il sole e la luna tramontano e sorgono, lui parla da solo. E la lingua che parla non somiglia né al greco né al turco”.

Un giorno in cui anch’io ebbi modo di sentire quella lingua gli domandai:

“Signor maestro, che razza di lingua parli?”.

“Greco antico”, rispose scoppiando a ridere. “Dimmi un, po’, Emmanuíl, lo sai come si chiama il vostro medico?”.

“Certo che lo so! Si chiama Omero”.

“Giusto. Anch’io, dunque, recito passi di Omero”.

Allora il nostro bravo maestro cominciò a parlare di Omero, il quale, a quanto pare, era nato non lontano dal nostro villaggio, e continuò mettendo in fila una lunga serie di nomi, che adesso on ricordo, sempre passeggiando tra le rovine dell’antica Efeso. Ogni pietra nascondeva una storia mai sentita prima che io, tenendo gli occhi e gli orecchi ben aperti, ascoltavo senza fiatare, finché non le imparai a memoria come il Pater Noster.

Il maestro raccontava che Efeso, una delle città più splendide e gloriose dell’antichità, fu fondata da Androceo, figlio del re di Atene, Codro. Secondo un’altra versione, invece, la città era stata fondata da un pugno di schiavi provenienti da Samos, che si erano ribellati ai loro padroni, erano scappati ed erano giunti nella nostra terra. Io preferivo questa seconda versione, e quando con mio fratello Ghiorghis andavamo alle rovine per catturare piccioni mi sembrava di vedere quei mille valorosi combattenti per la libertà davanti a me, in carne e ossa.

Con il maestro andavamo a passeggiare anche tra le rovine d’epoca bizantina, e qui mi raccontava le storie dei relativi imperatori, di san Paolo apostolo, che aveva predicato nella città, e molte altre. Nei suoi racconti la cosa più impressionante di tutte era il ripetersi del numero sette. Una delle sette meraviglie del mondo, diceva, era il tempio della dea Artemide, mentre la chiesa bizantina di san Giovanni apostolo rappresentava una delle sette stelle dell’Apocalisse. Addirittura una grotta, nella quale trovammo rifugio un giorno per ripararci da un acquazzone improvviso, si chiamava Grotta dei sete dormienti. A mio padre, però, le passeggiate in compagnia del maestro e la mia sete di conoscenza non andavano molto a genio. Gli sembrava assurda la possibilità che abbandonassi i campi per diventare come Gutemberg. Questo era il nomignolo che i ragazzini avevano affibbiato al signor Larios, perché quando lui li trovava impreparati li colpiva sulla testa con l’enorme chiave della porta e diceva: Purtroppo è come se per voi Gutenberg non fosse ancora nato!”.

Quando però i viaggiatori europei e americani venivano a visitare le rovine dell’antica Efeso, con i loro abiti occidentali e le loro lingue incomprensibili, accompagnati da molti sapienti greci, tutti gli abitanti del villaggio, mio padre in testa, si gonfiavano di orgoglio. Non c’era dubbio, infatti, che la nostra terra avesse un fascino particolare. “È vicino il giorno in cui il nostro ultimo imperatore, Costantino Paleologo, risusciterà…”, dicevano i preti, e allora sentivamo dentro di noi, impellente, il desiderio di unirci alla Grecia. (…)


 


(Tratto dal romanzo Addio Anatolia, Crocetti editori, Milano, 2006, ed. orig. 162, traduzione dal greco di Maurizio De Rosa.)


Didò Sotiríu: Nata ad Aydini in Asia Minore nel 1909 da cui dovette fuggire nel 1921, si trasferì in Grecia poi in Francia, durante la Seconda Guerra Mondiale partecipò alla Resistenza greca, e in seguito fu insignita di importanti onorificenze letterarie in patria. Morì a Atene nel 2004. Addio Anatolia, tradotto in tutta Europa, è il maggior best seller della storia editoriale greca.

 

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