L'infanzia

Il mio primo amore è Keti. Keti è figlia di Koseta e Koseta è amica di mia madre. Io e Keti mangiavamo gelati insieme sulla spiaggia. L'avevo vista, un giorno, mentre mia madre lavava i vetri della finestra della mia stanza, che dà sulla strada, e Koseta e Keti si fermavano a salutare. Io mi affacciai alla finestra. Keti era una bambina veramente bellina. Avevo quattro anni ed ero contemporaneamente innamorato della mia maestra d'asilo che portava un profumo molto piacevole. Poi le dimenticai per Elona, che conobbi durante la prima elementare. Elona ogni mattina offriva spettacolo gratis quando sua madre, dottoressa Sofia, l'accompagnava in classe sempre tardi perché non voleva venire a scuola. Ci volevano sempre dieci minuti per staccarle. Ad Elona non smettevano tutto il giorno di dire che era una bambina deliziosa e per questo lei si tirava un po'. Io le esprimevo il mio amore in tre modi: con lo sgambetto, con le spinte passionevoli e tirandole i capelli. I maschietti della mia classe si erano divisi in due gruppi innamorandosi o di Ornela o di Elona. Spesso però ci davamo una mano. Per esempio, se Beni mi accompagnava in un inseguimento fino a casa di Elona, io gli restituivo il favore per Ornela. Scoppiò una grande amicizia a base di amori e francobolli.


Un giorno venni pescato mentre passavo il muro e fraternizzavo, bastone in mano, con il cane del vicino. Punizione: un giorno intero davanti al televisore. Era il giorno sbagliato: in tv trasmettevano in diretta una partita di calcio. Giocava il Tirana. Il mio idolo Tit Dibra andò a sbagliare un rigore e Tirana perse. Non è possibile, Tirana non può perdere! Allora diedi uno sputo a quell'infame di televisore. Ero convinto che fosse colpa sua e perciò gli mandai contro anche una pantofola versione terra-aria. I miei nonni si scandalizzarono. Io scappai. Nelle vicinanze c'era un locale dove i vecchi del quartiere si riunivano. Ogni domenica collegavano la radio con un megafono e sentivano le partite. Andai a sentire i risultati lì. Incredibile! Tirana aveva perso davvero e Tit Dibra aveva buttato fuori un rigore. Ultimamente succedevano cose strane… non capivo più niente. Cominciavo a star male veramente e i miei nonni decisero di confidarmi un segreto. Non dovevo assolutamente farne parola con gli altri ma potevo risolvere le cose pregando. Ero un bambino e Dio mi avrebbe ascoltato. Perché non me l'avevano detto prima! Mi misi subito all'opera. Formulai tre richieste dettagliate e andai nel capanno ad urlarle a squarciagola. Temevo che lassù non si potessero sentire bene le voci di quaggiù, anche se i miei nonni mi avevano assicurato che Dio sente tutto. Chiesi a Dio di far uscire mio padre lunedì e... no… era meglio che mio padre uscisse venerdì. Così sabato mi avrebbe portato in montagna, domenica avremmo guardato insieme la partita e lunedì lui sarebbe andato al lavoro ed io a scuola dove avrei potuto incontrare Eltona.
In vece di Dio mi sentì il figlio grande del vicino e per risposta mi arrivò un "coglione" passionale. Deluso andai a protestare dai miei nonni, ma dissero che dovevo insistere. Perché? Per un po' usai la preghiera per scansare le interrogazioni e con grande sorpresa scoprii che funzionava davvero. Bisognava soltanto ripeterla tre volte e alla fine toccarsi i capelli.


Il lager di Spaç


Le ultime ventiquattro ore a Spaç scivolarono lente.
Stanchi e storditi, aspettarono la notte parlando tra loro. Sembrava che avessero paura di uscire di lì. Nessuno si aspettava di riprendere la vita lì dove l'aveva lasciata prima di andare a Spaç. Nulla sarebbe stato uguale a prima. I loro sguardi, le loro parole, i loro incubi, avrebbero conservato qualcosa di comune, qualcosa di ineludibilmente spaçiano. Spaç era una fessura temporale da cui si aprivano passato e futuro, il prima e il dopo Spaç. I dopo-Spaç temevano di non saper più come comportarsi "là fuori", dove non c'erano isolamenti, appelli, condanne e ricondanne, gallerie, mense, barbieri, comandanti, commissari, operativi… Questo era ciò che lasciavano. Non sapevano altro.
La notte era lunata e fredda. Una moglie, una figlia, una madre, un amico, un nemico erano nei discorsi confusi di una notte che, per la prima volta, sembrava avere un cielo. Ad un certo punto Viktor vide Dhimiter allontanarsi. Alzò la mano per farsi vedere. Dhimiter non lo vide. Viktor lo chiamò. Dhimiter non sentì. Provò di nuovo. Non rispose. Viktor lo seguì e, quando fu più vicino, lo chiamò di nuovo. Dhimiter girò la testa ma non si fermò. Viktor insistette. Dhimiter allungò il passo. Viktor fece altrettanto. All'improvviso, come se avesse visto qualcosa in fondo alla notte, Dhimiter si mise a correre. Viktor non capiva. Mentre la distanza aumentava, qualcosa gli balenò in testa.
- No, no Dhimiter… - Parlò con voce lenta come se lo stesse pregando. - No, Dhimiter no, noo! - Si mise a correre. Dhimiter corse ancor più velocemente. I presenti che si fermarono a guardare, capirono.
- No, non lo fare, noo, nooo!
Dhimiter era lanciato verso la rete. Il soldato che faceva la guardia sulla piramide ebbe una scossa.
- No, non sparare, non può scappare, eh no! E' libero! Noo… ehi! Non sparare! Domani se ne andrà! No!
Il soldato prese la mira. Dhimiter arrivò alla rete e si aggrappò senza tentare di salire.
- Nooooo...
Si sentirono tre colpi secchi. Poi, più niente. Viktor rimase gelato e fermo.
- Che uomo! - Qualcuno gli si era avvicinato. Viktor non si girò. Altri si avvicinarono. Si fermarono a guardare Dhimiter raccolto sotto la rete.
- Bravo!
Viktor percepiva, insensibile, l'ammirazione di chi era grato a Dhimiter per avergli fatto provare un sentimento limite, la massima commozione nei confronti di Dhimiter e di se stessi, l'unica in grado di rivitalizzare il loro animo ineludibilmente stemperato. Per avergli lasciato qualcosa in cui credere anche là fuori. Era per questo che continuavano a ripetere - Che uomo! (…)"


La rivoluzione


Il mercoledì mattina la situazione divenne incandescente. La folla che accerchiava il palazzo degli studenti si era notevolmente ingrossata. La regia era passata, pian piano, dagli esponenti contenuti del Partito democratico, a quelli dei sindacati liberi. Erano molto simpatici. Avevano mani grosse e non conoscevano mezzi termini. Quando tre di noi svennero e furono portati con urgenza in ospedale, si mise fine alle parole e la folla decise di redimere la propria esistenza. Si versò prima nei pressi del palazzo presidenziale, poi, divisa in branchi, attaccò la piazza centrale di Tirana, piazza Scanderbeg. Era lì che si erano concentrate tutte le forze della polizia che, armi in pugno, stavano proteggendo l'enorme statua del dittatore Enver Hoxha. La folla aveva soltanto uno scopo: uccidere il dittatore. Centinaia di migliaia di persone invasero la piazza. La polizia cominciò a sparare in aria. Il ministro degli interni osservava nascosto da qualche parte, in continuo contatto via radio con il presidente Alia. Tra i due qualcosa andò storto, perché in seguito si sarebbero accusati a vicenda di aver dato l'ordine di sparare sulla folla. Per fortuna non fu eseguito. Adesso la statua poteva essere violentata dalla folla, ma era pesante e stabile. Le difficoltà chiamarono in scena gli specialisti. Un mio amico giurò di aver visto in azione Edmond insieme ad altri visi conosciuti, ma non si seppe mai niente di preciso sulla loro identità. Inizialmente provarono con la dinamite, ma la polizia riuscì a disinnescarla. Quando i poliziotti s'arresero, gli specialisti, attrezzati per ogni evenienza, fecero sbucare un cavo dal nulla. Enver Hoxha fu preso per il collo, ma il suo collo era troppo massiccio. Pare si sia fatto avanti un ingegnere che consigliò di esercitare l'attrazione con un angolatura di quarantacinque gradi. Enver Hoxha puntò i piedi per un po', poi, divenne insicuro, traballante, infine cadde sciaguroso senza schiacciare nessuno. Piazza Scanderbeg urlò come mai prima. Tutti desideravano vedere Enver Hoxha da un'altra angolatura: steso per terra.
Noi studenti eravamo ancora chiusi. La cronaca ci fu riferita quasi in diretta dai continui andirivieni dei nostri corrispondenti volontari. Qualche minuto dopo la caduta di Enver Hoxha, arrivò il numero due del Partito democratico, Gramoz Pashko, che salì su una sedia e ci diede la notizia. Poi, ultra commosso come tutti noi, prese a urlare: "L'abbiamo tolto, l'abbiamo tolto! Abbiamo tolto la carogna!"
In piazza Scanderbeg la partita non era finita. La statua aveva ceduto più facilmente del previsto. La folla era scontenta. Voleva altro. Furono prese in considerazione diverse possibilità. Due erano le più gettonate: andare al cimitero degli eroi nazionali per aprire e bruciare la tomba di Enver Hoxha e andare nel Bllok, la zona residenziale della politburo comunista. I due luoghi erano entrambi sulla strada verso la città dello studente, perciò, strada facendo, vinse la terza possibilità. La folla tornò da noi. La statua non poteva essere lasciata sola. Forse qualcuno temeva che s'alzasse e salisse di nuovo sul piedistallo. Decisero di portarla in dono a noi. Il camion che si prestò per il trasporto non era sufficiente. Enver Hoxha fu di nuovo legato per il collo, trascinato con cavi verso la città dello studente. Strada facendo perse la testa che si staccò dal collo. In un modo o in un altro, il cadavere d'acciaio riuscì ad arrivare da noi. Alcuni entusiasti cercarono di far entrare nel palazzo la testa come un trofeo, poi cambiarono idea temendo di trasformarci in un bersaglio per la polizia. La statua fu smontata e ognuno prese un pezzo. Si disse anche che gli inviati della piccola città di Kavaja, la prima che si era sollevata, avevano avanzato la loro candidatura per il possesso della testa. Sarebbero stati freddati dalla polizia mentre tornavano con il bottino.
Noi non uscimmo dallo sciopero. Chiedemmo che i notiziari trasmettessero la notizia che il governo aveva accettato la nostra richiesta. Le persone venivano ad incontrarci dalla finestra e le donne cercavano di toccarci e baciarci ad ogni costo. Piangevano. Non erano lacrime di gioia, erano lacrime veramente amare. Avevano scoperto che il mostro Dio era vulnerabile e che le loro sofferenze avrebbero potuto non essere. Piangevano per una vita bruciata inutilmente.
Per la prima volta nella sua storia, la televisione fece il suo dovere. Fu trasmesso il filmato della statua che cadeva.
Molte altre città avevano imitato Tirana. Il crollo era cominciato.


Elena

Mi stava accadendo ciò che a posteriori avrei chiamato esplosione di senso. Che ore sono? Ten to eleven, two hours to Elena. Dove ti trovi? Venti chilometri a sud di Elena. Che fai dopo? Vado da Elena. Cosa stai pensando? Elena. Che mangi oggi? Elena .... vertiginosamente Elena. Il sole splende elenamente. Pioggia eleniana! In fondo a un faticoso lavoro, a una difficile giornata, c'era lei, il mio sponsor, il mio premio. Ero paurosamente partito. E non avevo nessuna voglia di guardare giù.

Castana

Lunghi capelli castani
spargono malinconia nella pioggia del pomeriggio,
per pensieri che gocciolano pigri
e pi-gri pi-gri,
scivolano sul vetro freddo della finestra chiusa.
Speranze d'autunno giacciono gialle
sul camino di desideri clandestini
che comunque portano
ove il cervello sobrio non osa.
Fantasie pendenti sul morbido calore
promesso con ansia
da forme d'intimità,
nascoste sotto il vestito leggero;
sorridono allegre ai miei sensi.
Invece un gatto triste,
strofina la testa dietro i miei pantaloni
e poi miagola
alla rimbambita domenica galleggiante
tra solitari sorsi di cognac
e questa dolce noia castana.

Chiamo il dodici. Mi danno un altro numero. Tramite il numero di telefono risalgo all'indirizzo di Elena. Poi salgo in macchina e punto verso di lei. E' la prima volta che faccio questa strada, naturalmente mi sbaglio. Finisco con l'ammirare il paesaggio mutevole di tutte le campagne della zona. Con la faccia dell'esploratore convinto fermo ogni venti minuti un contadino. "Scusi… a sinistra? Grazie. Scusi… diritto? Molto gentile." Un paio d'ore dopo arrivo a destinazione. Mi inoltro e decido di chiedere. "Scusi, via Croce? Vado dritto e poi chiedo? Grazie." Vado dritto, "Croce, grazie." Giro a sinistra, "Croce, grazie." Diritto, destra, sinistra, destra, "Croce, grazie" e non arrivo. Becco tutti i controsensi e i semafori rossi. Sfioro un paio di volte la collisione con altri smarriti. Rischio di investire anche un vigile. Strade che si curvano all'improvviso, palazzi diffidenti, persone sospettose, costruzioni che un minuto prima fiancheggiano un percorso e un minuto dopo, alle mie spalle, lo scompongono per rifarne un altro che porta chissà dove, benzinai che bevono birra. Supermercati, supermercati, troppi supermercati. Niente centro, solo periferie piene di case ugualmente abitabili da Elena… sento la sua presenza sparsa un po' ovunque. Non l'ho mai desiderata tanto.


L'altrimenti e l'altrove

Rivoluzionari o immigrati, emigranti o ribelli perché giovani, oltre un regime, oltre il muro, oltre il mare, oltre il giorno, che rinchiudono, fissano, realizzano una realtà che vogliamo cambiare o abbandonare, irresistibilmente attratti dal futuro dall'altra parte del muro, dall'altra parte del mare, di notte alla ricerca di un altrimenti che può essere altrove, o di un altrove che è anche altrimenti, che comunque non si svelano che di colpo, senza preavviso, ad alba arrivata.
Il mattino dopo, in migliaia, quando ci siamo tutti, la nave si muove. Il mare la trascina verso non si sa dove. Non siamo noi ad attraversare il mare. E' il mare che si fa attraversare. L'Alba è grigia, fredda e ventosa. Già in partenza, siamo digiuni da più di ventiquattro ore. Non capiamo più niente. Il nostro sguardo registra tutto ciò che succede per ritrasmetterlo solo ad avventura finita, in forma di memorie. Ognuno s'è aggrappato a qualcosa per poter affrontare meglio le onde e la pioggia che si confondono sopra di noi. La città alle nostre spalle diventa sempre più piccola ma davanti a noi non si vede niente.

Dalla finestra di una stanza
la notte promette giorno.
Dall'orizzonte di uno sguardo
il fuori si promette al dentro.
Il mare chiama una zattera,
le stelle un sogno, un astronave.
Dal dolore di una fine,
un inizio si promette
come un altrimenti o altrove,
che ci chiama.


Brani tratti dal romanzo di Ron Kubati, Va e non torna, Besa Editrice, 2000.