L’ALTRO DA SÉ




Che razza di nome ha questo buco,
in cui uno dopo l'altro scompariamo?

Thomas Brasch, “Tigre di carta”


“Al posto di un’altra torre, di un’altra colata di cemento, perché non una voragine o un precipizio?”. Era stato il primo pensiero di Cesare Bardella quando nel marzo del 2008 aveva visto sul Corriere della Sera il progetto architettonico dell’Esposizione Universale a Milano. Non poteva indovinare allora che un mese più tardi sarebbe stato scelto, in una decisione bipartisan del sindaco Letizia Moratti e dell’uscente Presidente del Consiglio Romano Prodi, come direttore del comitato della Expo e che avrebbe dovuto gestire la gigantesca cifra di 50 miliardi di euro.

Bardella ero stato selezionato per avere, in passato, risanato la Banca di Credito Immobiliare di Siena dalla delicata situazione finanziaria in cui si era trovata dopo l’esplosione del debito argentino, e per aver salvato dal fallimento la PMG-Italia, dopo l’entrata dei cinesi nel mercato del macchinario cartotecnico. E ora era in testa al più grande evento legato alla nutrizione e alla sicurezza alimentare mai realizzato (e che ironia! Bardella da più di quindici anni era in rigorosa dieta: con settantadue anni, pressione alta, in costante sovrappeso e con il colesterolo alle stelle era escluso dai piaceri culinari come un mutilato di guerra dal walzer di capodanno al palazzo Hofburg).

Arrivò al suo ufficio, atterrando sull’elisuperficie – progettata dall’Italelica S.r.l – dell’ultimo piano della stessa torre che un giorno aveva osteggiato proponendo un precipizio al suo posto, in un elicottero messogli a disposizione dalla Finmeccanica. Da lì prese il tapis roulant fabbricato dalla Tirrenia Divisione Meccanica, con copertura antipioggia della Tempotest Sunblock.

Cinquanta miliardi di euro. Polverizzati in una galassia – con un buco nero al centro, come tutte le galassie degne di questo nome – di decine di migliaia di ditte, banche, servizi, negozi, industrie e fabbrichette dell’indotto. Una matassa grande come la stessa Milano, labirintica, stipata, infernale. Sul suo tavolo di lavoro – creato espressamente per lui dalla Foppapedretti SpA – una dozzina di pile di dossier aspettavano una sua lettura e una sua firma. La notte precedente aveva dormito solo tre ore. Adesso, roso dalla fame forzata e punzecchiato dai nervi come peli drizzati sotto la pelle, si ritrovava con un terribile mal di testa. Sentiva il corpo pesante, indolenzito, e la mente martoriata. Quel corpo che finalmente si ribellava contro la rimozione a cui era sottoposto giorno e notte e si ripresentava spaventoso alla coscienza.

Prese il dossier più colorato, l’unico che sembrava contenere più fotografie che fogli scritti, più disegni che cifre. Era una richiesta di autorizzazione – e più avanti si capiva, anche di finanziamento – per l’apertura di un ristorante di lusso sulla torre dell’Expo, il “Casanova”. Secondo il dépliant “la sua decorazione si ispira al grande cinema italiano, ai meravigliosi scenari creati da Federico Fellini e agli stupefacenti costumi che avevano regalato l’Oscar a Danilo Donati”. E più avanti: “nel ristorante ‘Casanova’ i clienti provenienti da tutto il mondo potranno godere dell’atmosfera poetica e sensuale della Venezia del Settecento e delle corti europee, palcoscenici di un lusso inimitabile, di un erotismo e di un misticismo immaginifico e seducente, ricreato dallo sguardo di un genio del nostro tempo”. E alla fine la ditta Venti-15Architetti Riuniti S.r.l. chiedeva al comitato nientemeno che quattro milioni di euro a fondo perduto, spacciando l’imbroglio per atto di patriottismo tricolore.

Richiuse la cartella e appoggiò la fronte sulle mani incrociate, gli occhi chiusi, sempre osservato dal suo discreto segretario ticinese, Enrico Fraschina, ora ombrato da un velo di inquietudine. Bardella scivolò in un stato di semitrance, di dissociazione psichica dentro il dormiveglia. Fraschina decise allora di manifestarsi e chiedergli se si sentisse bene o se avesse bisogno di qualcosa. “Sto bene, non preoccuparti. Anzi, siediti qui che voglio raccontarti una storia, una vecchia storia”. Enrico esitò un momento, poi prese posto nella poltrona accanto a quella del titolare.




Quando aprii la seconda porta e feci capolino, capii subito di avere sbagliato sala di montaggio, ma decisi di entrare lo stesso e di avvicinarmi in silenzio al gruppetto che in piedi guardava da sopra le spalle di Ruggero Mastroianni. In quel preciso momento, girando i bottoni della moviola, si apprestava a tagliare lo spezzone che raffigurava Donald Sutherland intento nel minuetto con la bambola meccanica. La sequenza, il ballo dell’uomo-oggetto con la donna-oggetto per eccellenza, avrebbe fatto il giro del mondo l’anno seguente, quello stesso 1976 in cui sarebbe uscito per un ciclo di soli tre giorni in un piccolo cinema d’essai il mio primo e ultimo lungometraggio. Ma questa storia te la racconterò più avanti. Ora torniamo al Casanova.

Tra i volti illuminati dalla luce fiocca che emanava lo schermo della moviola ho riconosciuto Federico Fellini, e accanto a lui lo sceneggiatore, un tipo sinistro e aristocratico, Bernardino Zapponi. C’era anche Tonino Guerra, che aveva delle poesie sue recitate dal protagonista, e infine un giovanotto che anni più tardi ho capito essere Gigi Proietti, che si preparava per il doppiaggio dei monologhi squisitamente barocchi ed esuberanti del Casanova felliniano, inframmezzati dalle sue urla orgasmiche e dai versi funebri di Torquato Tasso. Tutto il resto del Casanova, eccetto quella scena della bambola, lo avrei conosciuto solo un anno più tardi. Allora le aspettative riguardo al mio film erano già naufragate e avevo nuovamente la disponibilità mentale per andare a vedere cosa avevano fatto nel frattempo i miei colleghi. E “i miei colleghi” erano principalmente, o quasi unicamente, Federico Fellini.

Del Casanova, come dicevo, avevo visto soltanto l’imitazione dei gesti della passione amorosa attraverso i grotteschi scatti geometrici e il ritmo marziale della bambola scandito dai ticchettii, dai giri di rotelle e ingranaggi, il tutto a comporre il rovescio perfetto dell’erotismo, con una cadenza nevrotica che sospingeva fino all’estasi il libertino di Venezia.

Ho scoperto allora che lo stesso ballo con la bambola meccanica compariva due volte all’interno del film. Nell’ultima scena Giacomo Casanova sogna ad occhi aperti un mare ghiacciato, sul quale cammina insieme all’automa in una luce funebre, spettrale. È lei, la morte, la dama del walzer definitivo, la freddissima e estrema sintesi di tante donne in calore, di tanti grembi febbrili, la donna-orologio che suona l’allarme a gioco finito, il ticchettio che tace.




Il rapporto tra i nuovi dirigenti della Lega Nord – partito in forte crescita e condomino del potere italiano – e i grandi imprenditori milanesi non era molto diverso da quello che Luchino Visconti ha ritratto nel suo “La caduta degli dei”, del 1969, tra i nazisti e le grande famiglie della borghesia tedesca, come i Krupp o i von Thyssen. Questi disprezzavano i gerarchi del partito, considerandoli gentaccia volgare, ma li tolleravano come un male minore, un rospo da inghiottire e poi sputare non appena avessero cancellato dalla mappa della Germania gli ebrei e i comunisti che minacciavano i loro progetti affaristici.

Sul tavolo del direttore c’era un promemoria ricordandogli l’impegno di quella sera: una cena in omaggio del nuovo presidente leghista della Lombardia. Bardella però non aveva mai sottovalutato i legami siamesi, i tanti vasi comunicanti tra affari e politica in Italia. Il business tra l’Expo Milano e i leghisti doveva procedere liscio, senza intralci di sorta. Magari sarebbe stato il caso di offrire loro degli spazi pubblicitari, uno stand della “Padania Libera” o qualcosa del genere, dove potessero sventolare le loro bandiere verdi con il crociato dalla spada tratta. Si doveva cercare di limitare l’ingordigia dei loro interessi dal grosso giro d’affari che si stava preannunciando, possibilmente costituendo una sorta di consorzio trasversale tra i fiduciari del potere.

Che si preparasse allora per lo squallido rito sociale della sera! Si dovrà turare il naso e fare buon viso a cattivo gioco, mentre serpeggeranno tra quello stuolo variopinto di faccendieri, spacconi e tamarre agghindate con l’oro di Verona, discorsi razzisti e dozzinali, allusioni a non sempre metaforiche erezioni di un organo virtuale, oltre a minacce contro i lavoratori stranieri da cui anche loro dipendevano, attacchi contro tutti quelli che “cucinano con spezie misteriose”. Dovrà sorridere e annuire col capo alla becera congiura xenofoba mascherata di zelo per la sicurezza dei cittadini, tante giustificazioni zoppicanti dell’odio irrazionale contro tutto ciò che è nuovo o diverso, dell’avversione per l’altro, l’altro che non deve esserci, che non può esistere.

Non si faceva illusioni. Doveva sorvolare con pacche sulle spalle e battutine spiritose tutto quel barbaro addentellarsi del potere, assicurandosi così che la sua baracca non sarebbe stata compromessa, indipendentemente da chi avrebbe avuto il boccone più grosso tra le fauci nella fase finale del progetto. Una nuova stagione di scalate finanziarie si stava avvicinando, questa volta con altri protagonisti – scalatori leghisti, forti del voto popolare e zeppi di soldi freschi che l’impadronirsi del potere ha sempre la facoltà di calamitare. Gli affari dell’Expo 2015 erano per loro una pietanza fin troppo appetibile. In fondo sapeva che sarebbe stato impossibile proteggere quel business dalla loro incombente voracità.




Conosci questi versi, “Io non voglio la Patria divisa / né per sette coltelli dissanguata”? No, non sono mica un monito contro il separatismo della Lega Nord… Sono i primi versi della poesia “Aqui me quedo”, che Victor Jara ha scritto insieme a Pablo Neruda. Neruda sai chi è, no? Meno male. Ho dato anche il suo nome a mio figlio. Victor Jara invece era un cantante folk cileno di sinistra, molto bravo, che scriveva delle bellissime canzoni rivoluzionarie. Nel 1973, quando c’è stato il golpe in Cile, lui che sosteneva il presidente deposto Salvador Allende, è stato arrestato e portato insieme a migliaia di altri giovani nello Stadio di Santiago. L’ordine della giunta militare era di torturare e uccidere tutti gli oppositori per poi fare sparire i loro corpi. È stata un’enorme carneficina.

Dopo essere stato prelevato dalle aule dell’università dove insegnava, Jara fu portato in quel lager improvvisato, e lì è stato ammazzato come un cane. Ma prima, a spregio della sua musica, i militari gli hanno spezzato col il calcio del fucile le dita delle mani, e poi gli hanno chiesto di suonare. Lui, con le mani martoriate, si è alzato e ha cominciato a cantare una delle sue canzoni politiche e tutti i prigionieri lo hanno accompagnato. A quel punto i soldati lo hanno crivellato di colpi di fronte agli altri detenuti. Quelli erano gli stessi militari che “mentre torturavano avevano l’espressione piena di dolcezza delle massaie”, così aveva scritto di loro una volta.

Più tardi, hanno abbandonato il corpo in città per simulare l’uccisione durante una sparatoria. Invece, l’unica arma che avesse mai usato era stata la sua chitarra. Dopo la sua morte, i militari non solo hanno proibito la vendita dei suoi dischi, ma hanno ordinato anche la distruzione delle matrici.

Probabilmente ti starai chiedendo perché ti abbia raccontato questa vecchia storia, la tragedia di un artista comunista dall’altra parte del pianeta, tanto tempo fa. Ebbene, perché il mio film, Jara, era la storia della sua vita. Una produzione italo-francese con la Gaumont, girata in Calabria, dove il paesaggio ricordava il litorale cileno, con Dina Sfat, Gianfrancesco Guarnieri e Geraldo Del Rey nel ruolo di Victor, oltre a un sacco di attori sconosciuti, quasi tutti sudamericani esiliati a Parigi. La sceneggiatura è stata scritta a quattro mani insieme a un certo Roberto, uno scrittore cileno, che era stato anche amico di Victor, e la colonna sonora era del brasiliano Alberto Chicayban, con l’aggiunta di alcune delle canzoni di Jara. Era un film onesto, essenziale e molto commovente, soprattutto se inquadrato nell’atmosfera ideologica di quelli anni.

Tutto per solo tre giorni di proiezione in un piccolissimo cinema, l’Azzurro Scipione, che era appena stato aperto a Roma da Silvano Agosti, un amico di allora. Tre giorni e basta. Poi, scomparso, desaparecido. Come mai? Anch’io per molti anni me lo sono chiesto. Ma oggi credo di sapere cos’è successo, o meglio, cosa non è successo. L’idea che mi sono fatto è questa: Anche l’ambiente culturale di sinistra, non credere, è un sistema di potere chiuso, e la visibilità, il prestigio di un film e quello di un regista, dipendono solo in parte dal suo talento. Il prestigio si forma e si consolida attraverso altri canali, vecchie amicizie, intimità con la logica del sistema, con i riti della stampa, e anche attraverso il carisma personale, la capacità di vendere un personaggio o le diversità del proprio stile ai critici e agli addetti ai lavori, qualità che sicuramente non possedevo. Solo più tardi, troppo tardi direi, mi sono accorto di essere sempre stato escluso da un circuito al quale credevo ingenuamente di appartenere. Ero un outsider, un cane sciolto. I francesi hanno investito sul mio film perché non hanno capito in tempo che non ero nessuno, che non conoscevo nessuno e nessuno mi conosceva. Ero solo un povero illuso, nient’altro. E ho bruciato in quella produzione i risparmi di una intera vita di mia madre. Per niente. Che cretino! Ma il film era bello, devo ammettere. Bellissimo. Peccato che nessuno l’abbia visto, oltre a Silvano, i suoi amici cinefili che guardavano proprio tutto, e quelli che ci hanno lavorato, e nemmeno tutti per la verità.

Sai qual’è stato il mio momento di gloria come regista? Il giorno in cui ho sbagliato porta e sono entrato nella sala di montaggio dove Federico Fellini e compagnia bella stavano montando una scena del Casanova. Ma nessuno mi ha notato. Sono rimasto lì in piedi per un po’, dietro di loro, e poi me ne sono andato, silenzioso e trasparente come quando sono entrato. Nessuno si è accorto della mia “gloria”. Neppure io. E poi, niente. Qualche anno a leccarmi le ferite, domandandomi se la vita non fosse così brutta per pura furbizia, in modo che l’idea della morte fosse meno dolorosa. Poi è arrivata la mia carriera da manager o come vuoi chiamarla tu.

Quando un giorno, incontrando Silvano per strada, ho saputo che Gaumont aveva presentato Jara in un festival a L’Avana, e che le persone si erano addirittura alzate per applaudire il film, niente di quello m’interessava più. Lavoravo sodo per rimettere in sesto, insieme ai nuovi soci tedeschi, le cartiere toscane di mio suocero. La mia vita a quel punto aveva preso tutta un’altra direzione.

Ora, se vuoi farmi un piacere, Enrico, vai nella tua cartella mentale dove si trova questo file, “selezionalo” e poi “eliminalo”. E eliminalo anche dal tuo cestino. È come se io non l’avessi mai aperto, va bene?




2008. Londra. Mostra fotografica di Walter Schels. Cesare Bardella, in città per contatti con le banche della City, decise di farci un salto, ma se ne uscì dopo un breve giro. Il suo segretario pensò che fosse per l’argomento sinistro dell’esposizione. Le foto di Schels rubavano i volti di malati terminali qualche giorno prima del loro decesso, e subito dopo la morte, gli uni accanto agli altri. L’effetto di questo accostamento era spiazzante, al contempo agghiacciante e consolatorio, perché la seconda foto riproduceva lo stesso volto ma liberato dalle contrazioni di dolore e dagli sguardi di sdegnato panico, e spacciava corpi senza vita per corpi senza problemi, facce cadaveriche per facce rasserenate, palpebre morte per palpebre riposate.

La ragione per cui Bardella abbandonò in tutta fretta la mostra di Schels era un’altra. Sotto ogni foto era inserita una nota che descriveva più o meno dettagliatamente le circostanze della morte della persona. Una di queste note, in fondo alle due foto del “prima e dopo”, presentava il caso di una donna sulla quarantina, Beate, vittima di un cancro generalizzato e incurabile. La nota riportava a un certo punto: “Beate sentiva che dover lasciare suo marito e i suoi figli per sempre sarebbe stato troppo difficile e doloroso se loro fossero restati insieme a lei. Per questo, nel momento della morte, è voluta rimanere sola – il marito era in cucina a prepararsi un tè. Più tardi ha dichiarato la sua tristezza nel non esserle potuto stare accanto nel momento finale, reggendole la mano.”

Il resoconto della morte di Beate corrispondeva quasi esattamente a quello, dieci anni prima, della morte di Mariateresa, la moglie precedente. Su sua richiesta, il figlio Pablo era stato mandato a Saint Moritz per qualche giorno e Cesare passava le giornate solo in studio, a piangere in silenzio di fronte allo schermo del computer, mentre lei moriva sola come aveva deciso, proteggendo la sua ultima intimità senza il sipario solitamente offerto dalle unità di terapia intensiva. Agonizzava in mezzo al vuoto, presa da un inedito pudore, determinata a nascondere a tutti, anche al proprio marito, quella estrema, ineluttabile oscenità.




Mio figlio Pablo se ne è andato di casa dodici anni fa, e penso che la malattia successiva di Mariateresa c’entri con questo. Lei non se n’è fatta mai una ragione. Dalla morte della madre non mi ha più cercato, e nemmeno io in verità. Credevo che in qualche modo avrei sempre saputo dove fosse, cosa facesse. Ma non è così. Da anni non so più con chi vive, come campa. Quando nel 2001 ci sono stati gli scontri del G-8 a Genova, mi sembra di averlo riconosciuto in un servizio al telegiornale. Ma forse non era lui. Si somigliano tutti.

Pablo è nato quando ancora stavo vivendo il lutto per la mia vita precedente, quella del cinema impegnato, e in un certo senso, un po’ misteriosamente, lui ha incarnato in sé quello spirito, come un cristallo rimasto intatto, un cristallo della sensibilità di un padre che non esisteva più. Pablo è la vecchia versione di me stesso, prima delle “trasformazioni manageriali”, quindi era inevitabile che tra noi nel lungo periodo si creasse un’incompatibilità. Per più di venti anni, mia moglie ha cercato di mediare le nostre reciproche avversioni, di fare da cuscinetto, ma alla fine, quando si è ammalata, la tensione è esplosa in modo irreparabile.

Pablo è uno di questi no-global, ciò che per me non è altro che un modo più moderno di dire che uno è comunista. Il mio unico figlio è venuto fuori così, un comunista e nel peggior momento possibile, proprio ora che sono trattati da tutti come quei pupazzi del medioevo, i saracini, che i candidati a cavaliere o a scudiero dovevano colpire. Un orribile stigma sociale del nostro tempo. Mi dispiace per lui. Ma cosa potevo fare? Non avevo nemmeno la forza per controbattere quando diceva cose che non condividevo, perché in fondo non ero poi così sicuro di non condividerle, giacché un giorno ho pensato quelle stesse cose e un po’ si sono sedimentate in me, il sufficiente perché i miei argomenti mancassero di forza. E poi, avevo altro a cui pensare, ormai ero troppo dentro il mondo che lui rinnegava per poterlo giudicare da fuori. E comunque non avevo più alcun interesse nel farlo.

Pablo diceva che il sistema distorceva a proprio vantaggio le sue idee, che erano vilipendiate. Lui per esempio non aveva niente a che vedere con il vecchio Stalinismo, non voleva mica imporre a nessuno la coabitazione o il gulag come nell’Unione Sovietica, e attribuire a quelli come lui idee del genere era un atto di propaganda ingannevole, di manipolazione. Mi accusava di lavorare per “la mercificazione totale dell’esistenza”, era questa l’espressione che usava, e mi dava dell’ “agente del neoliberalismo”. E poi, faceva un discorso un po’ buffo, molto nel suo stile, diceva così: “in un pezzo di carta sta scritto che la valle X appartiene al signor Giovanni e solo a lui, invece il signor Giuseppe un pezzo di carta come quello non lo ha mai avuto, e allora toccherà al signor Giuseppe lavorare per il signor Giovanni, che di lavorare non avrà alcun bisogno, e a causa di quel pezzo di carta anche Giuseppe Junior dovrà obbedire, dipendere e temere Giovanni Junior, e così accadrà a Giuseppe Terzo nei confronti di Giovanni Terzo, eternamente. E tuttavia, prima e dopo l’esistenza di quel pezzo di carta e senza aver niente a che vedere con esso, la valle X è sempre stata lì, con i suoi uccelli, i suoi alberi e il fiume.” Secondo Pablo questa favola ridicola era entrata a far parte del consenso collettivo ed era accettata da tutti come una cosa normale e naturale, anzi, positiva e inevitabile. E invece non era né normale, né naturale, né logica, né onesta, e nemmeno accettabile. E aggiungeva indignato: “questo è il sistema patrimoniale che tu difendi, papà, la tua religione. Sei una sorta di cardinale dell’istituzione della proprietà privata, del privilegio, e non riesci a vedere che tutto questo è profondamente ingiusto e immorale, che nella sua prepotenza vuole addirittura spacciarsi come l’unica alternativa possibile. E guai a chi osa soltanto immaginare delle regole diverse di convivenza tra gli uomini, che non siano riconducibili a un rapporto condizionato dai loro diritti di proprietà e dai loro privilegi. Ma io non ci sto, papà…” E così via. Per Pablo, ero quello che avevo recintato con filo spinato la sua “bella valle X” e poi l’avevo lottizzata e venduta a chi poteva permettersela. E forse l’ho fatto davvero, con qualche altra valle…. Ma le cose stanno così. Tutti lo sanno e si conformano, tranne quella mezza dozzina di scapestrati come Pablo, una specie in estinzione, come hanno dimostrato le ultime elezioni. Fra poco non ci saranno più i rompiscatole di sinistra,non ci sarà più nessuno al mondo che si opponga alla proprietà, al mercato, a tutto quello che ci fa campare e andare avanti. Meno male, forse così potremo lavorare più tranquilli. Gestire gli interessi che seguono una logica precisa è molto più facile che gestire le ideologie, che non sono cose razionali, sono solo intoppi e nient’altro.

Ma mi manca mio figlio. Mi manca tanto. E mi viene un nodo in gola quando penso a lui, così idealista, un ragazzo puro intrappolato in queste utopie fuori tempo… Sembra quasi che abbia preso da me il residuo di materia pura che mi era rimasto e lo abbia amplificato a dismisura, scartando il resto. Un ramo secco del mio tronco, che in lui è rifiorito e si è trasformato nell’albero intero. E ora, dopo tutti questi anni senza vederlo, la sua immagine comincia a confondersi con quella di Victor Jara. Nei miei sogni vedo lui, mio figlio, con le mani mozzate, lo cerco nello stadio gremito e non lo trovo, ma sento la sua voce che canta “Ti recuerdo, Amanda”, con la voce strozzata dalle lacrime, forse dal sangue, e mi sveglio stordito, terrorizzato, senza sapere cosa fare. Per realizzare dopo qualche secondo che non c’è niente da fare. Non c’è proprio più niente da fare, capisci?




Sono un uomo di successo? Tu pensi di sì, vero, Enrico? Tanta gente pensa di sì. Persino Mariateresa pensava di sì. Ma, mica è vero. Non sono altro che “un fallito molto considerato”. Il successo si misura dal divarico tra ciò che hai sognato per te stesso e ciò che di quel sogno sei riuscito a realizzare. Io, il mio sogno l’ho abbandonato a metà strada per far partorire un altro personaggio, non quello agognato ma quello possibile, prima che diventasse troppo tardi anche per questo. Chi rinuncia alla sua identità ideale deve scontare una sorta di pena: passare il resto della vita in compagnia dell’altro da sé che ha usurpato il posto del vero io. Una presenza ingombrante, spesso anche antipatica, ma ineluttabile. Non posso non pensare che sarei stato un uomo ben diverso, più vicino a me stesso, se il mio Jara avesse raccolto un’attenzione più generosa. Ma così non è stato, e non ci devo più pensare.

In un documentario di qualche anno fa sulla vita di Karajan, l’ex-cancelliere Helmut Schmidt ha detto una terribile e spietata verità, e cioè che l’artista, se non suscita più ammirazione, può solo emigrare o uccidersi. Per non morire, sono emigrato in quest’altro personaggio che conosci. Ed essere ciò che sono diventato è una forma di esilio come qualsiasi altra. Ma come fai a capire… Scusami, sono un idiota.




Quasi l’una del pomeriggio. Cesare Bardella decide che da lì a poco sarebbe tornato a casa e che quel giorno non avrebbe più lavorato. “Casa” era solo un modo di dire. Una vera casa lui non l’aveva più da molto tempo. C’era invece quell’appartamento decorato secondo i gusti della nuova moglie Ljupka che sembrava un gigantesco consultorio dentario. E Ljupka stessa – una volta che siamo in argomento – in verità non era molto diversa dalla donna automa di Fellini.

Riprende la cartella del ristorante Casanova e firma una nota autorizzando il finanziamento richiesto. Tanto, chi se ne frega. Se la cosa era arrivata al suo tavolo era perché qualcuno aveva avuto la forza di farla arrivare lì, e quindi era a lui che i soldi dovevano andare. Era così. Se dopo trent’anni vedendo sempre le stesse cose uno non capisce come andranno a finire, dev’essere un totale idiota.

Prende altri documenti riservati e li infila nella cartella porta notebook di Ferrè. Decide di tornare a casa in macchina così da avere una mezz’oretta di privacy prima di arrivare e dover sottomettersi ai riti più o meno piacevoli e più o meno sinceri dell’appartamento. Scende nell’ascensore Schindler fino al garage dove l'aspetta con il motore già acceso la Lancia Thesis di ordinanza (l’immagine gli imponeva di prediligere l’industria italiana).

È stanco. In fondo dubita di poter arrivare in sella al 2015, anche se manca meno di un anno all’apertura ufficiale. È così stanco. Guarda il riflesso della propria immagine sul finestrino e pensa al Casanova anziano che nel palazzo dove faceva da bibliotecario doveva imbattersi spesso nella sua effigie incollata sui muri e imbrattata di merda. Forse prima o poi succede a tutti, pensa. Gli viene un’onda di compassione verso quell’altro da sé, quel vecchio tanto distinto, con cui aveva scambiato così poco. Beffardamente, aveva dovuto diventare un altro per continuare a esistere in qualche modo. Povero disgraziato, abbandonato anche da se stesso. Non esisteva al mondo un altro uomo così maledettamente solo.

La macchina ora passa ora di fronte al Luna Park, con le sue luci colorate, le coppiette a sbaciucchiarsi tra autoscontri, montagne russe e tunnel dell’orrore. Tunnel dell’orrore. Bardella era stato ingenuo una volta, un’unica volta, tanti anni prima. E quasi gli piacerebbe poter essere ingenuo di nuovo, una seconda volta, al punto di credere che il proprio passato sia esistito veramente, un intreccio di eventi collegati in una catena logica – ma anche illogica – di cause e di effetti. Il proprio passato come qualcosa di solido e stabile, al di là delle lenti imbrattate, delle oscillazioni di fuoco della memoria. Ma non ci riusciva a crederlo. Erano ormai troppi gli anni varcati con lo sguardo smaliziato su tutto, anche sul trascorrere del tempo. Sapeva riconoscere un artificio quando si presentava, e la memoria non era un’eccezione. Vedeva il presente come un vetro sospeso in aria, senza nessuna impalcatura che lo reggesse. Non aveva la fissazione di ricordare, e dove gli altri vedevano il marmo, Bardella vedeva solo il vuoto e non si sgomentava. Guardava indifferente, senza paure né desideri, quella fine lastra di cristallo a librare effimera e improbabile contro la gravità terrestre.

Mentre la Lancia silenziosa percorre i lunghi viali milanesi, Cesare si leva lentamente la cravatta di Gucci e se la mette in tasca. Chiude nuovamente gli occhi – le palpebre esauste, bramose di tenebra – e le mani si toccano, le ossa delle dita si tastano a riconoscersi. Sono mani smarrite, che da tempo immemore non sanno più a cosa servono e per questo si confondono in quelle piccole carezze, in quel discreto congedo tra falangi.


Julio Monteiro Martins


Il Direttore