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Sagarana LA PRESENZA


Lygia Fagundes Telles


LA PRESENZA



 

Quando entrò nel viale di ciottoli e fermò la macchina di fronte all’hotel, la coppia di vecchi che passeggiava sul prato si allontanò rapidamente e si mise a spiare da lontano. Anche il vecchio portiere che lo ricevette alla reception indietreggiò leggermente. Lui appoggiò la valigia per terra e chiese una stanza. Per quanto tempo? Non era molto sicuro, forse una ventina di giorni. O più. Il portiere lo esaminò dalla testa ai piedi. Forzò un sorriso paterno, mascherando lo spavento con un’esagerata cordialità. Ma il giovanotto voleva una stanza? Lì, in quell’hotel?! Ma era un hotel solo di vecchi, quasi tutti abitavano lì fissi da moltissimo tempo, che cosa poteva avere di buono per un giovane, un hotel così? Dopo le nove di sera, silenzio assoluto, perché tutti andavano a letto prestissimo. E il cibo così insipido, senza grassi, senza sale, con piatti preparati senza nessuna fantasia all’interno di diete rigorose – non erano, forse, tutti vecchi? E i vecchi hanno problemi di salute, tante malattie reali e immaginarie, artrite, bronchite cronica, asma, pressione alta, flebite, enfisema polmonare… Per non parlare delle malattie più drammatiche. Inutile enumerarle tutte. La vecchiaia stessa era già una malattia. Un giovane così in salute che passa le vacanze in un hotel freddo quanto un ospedale?! Negli ospedali almeno c’era una speranza, cioè che i pazienti ne uscissero guariti, ma la malattia della vecchiaia era senza cura e con l’aggravante di peggiorare col tempo. Ingiusto offrirgli questo quadro di decadenza che nonostante l’apparenza (gli ospiti appartenevano alla borghesia) era davvero troppo deprimente. Il piacere che prova la gioventù quando si vede riflessa in uno specchio! Ma la vecchiaia concentrata lì era così crudele che perfino gli specchi finirono per essere tolti. Nell’ultima ristrutturazione furono rimossi gli specchi che presentavano segni più evidenti di decomposizione nelle macchie porose e sui bordi ingialliti, contratti sotto il cristallo come un foglio di carta sottile leggermente bruciato. Con questi, furono tolti anche gli specchi più grandi, della sala da pranzo e che erano ancora in buono stato. La sostituzione non venne mai effettuata, né si tornò a parlare dell’argomento, ma ce n’era davvero bisogno? Era evidente il sollievo degli ospiti liberi da quei testimoni gelati che li captavano in ogni angolo: più che sufficienti gli specchi più piccoli dei bagni, giusto l’essenziale per una barba, una pettinata. Un irrisorio fard. E la quantità di specchi all’inaugurazione dell’hotel! Sarebbe stato disposto, il giovanotto, a sentire altro? Beh, era stato cinquant’anni fa. A quel tempo lui era solo un ragazzino che aiutava a portare i bagagli. Le famiglie arrivavano con le macchine stracolme di valigie, bauli, camerieri, bambini, biciclette. Nelle lunghe stagioni estive, la piscina (che ancora si conservava nonostante le enormi crepe) brulicava di gente. I balli fino all’alba. Il gioco. E le gare nel campo da tennis, le cavalcate in campagna, l’hotel disponeva di ottimi cavalli. Carrozze. Ma poco a poco gli ospiti più vecchi cominciarono a prevalere, man mano che i più giovani iniziavano a scarseggiare, non sapeva spiegarne il motivo, il fatto è che la trasformazione – anche se lenta – era stata definitiva. Un hotel-mausoleo. Che giovane potrebbe mai sentirsi bene in un hotel così? Se proseguisse sulla stessa strada da dove è venuto, qualche chilometro più in là troverebbe un hotel eccellente, c’erano varie frecce che indicavano la strada, stava in un bosco abbastanza ameno. E da quello che aveva sentito raccontare l’ambiente era allegro. Gioviale.
Lui tirò fuori i documenti dalla tasca della giacchetta di cuoio e li mise sul marmo del bancone: voleva una stanza in quell’hotel e non avrebbe insistito solo se nel regolamento ci fosse stata una clausola che proibiva l’accesso a un giovane di venticinque anni.
Il vecchio portiere passò la punta delle dita vacillanti sul colletto liso dell’uniforme scura. Non sorrideva più quando esaminò i documenti del nuovo arrivato. Li restituì. Gli occhi di un azzurro pallido erano freddi. Forse non era stato sufficientemente chiaro, forse, ma il fatto è che se a lui non dava fastidio la presenza dei vecchi, era molto probabile che ai vecchi desse fastidio (e quanto!) la sua presenza. È così facile da capire, perché un giovane così sagace non ci arrivava? I vecchi formavano una comunità coi suoi usi e costumi. Si erano uniti e l’antica fragilità, così aggredita fuori da quei portoni, si era trasformata in una forza. In un sistema. Erano esseri ostinati. Nella segreta lotta per la sopravvivenza avevano perso la memoria del mondo che li aveva rifiutati e se non erano felici, almeno avevano ottenuto questo, la sicurezza. Il diritto di morire in pace. Al secondo piano dell’hotel, per esempio, viveva un’attrice di teatro che era stata molto famosa. Molto amata. Ridotta ora a un semplice relitto, si era chiusa nella sua conchiglia, impaurita dalla curiosità del pubblico, dal realismo della stampa avida di fotografarla nella sua solitudine, Ma cosa volete da me? gridò lei al reporter che riuscì a catturarla con un tranello e a pubblicare la foto col titolo a caratteri cubitali che la fece piangere per due giorni. Quando si ruppe l’ascensore, solo lei, che ancora camminava con una certa agilità, continuò a restare al secondo piano, gli altri furono trasferiti al primo a causa della scala. A quel piano abitava un vecchio idolo dell’atletica che aveva partecipato a due olimpiadi. Viveva su una sedia a rotelle e dato che non leggeva i giornali né accendeva la televisione (chi voleva, aveva il proprio televisore privato) era riuscito a dimenticarsi che la corsa con la torcia accesa continuava gloriosa senza di lui. Dimenticò, così come fu dimenticato. Le medaglie e i trofei che nei primi tempi di infermità non poteva neanche vedere, erano ora esposti sulla mensola della sua stanza, a volte li guardava, ma senza l’emozione di prima, integrati nella sua senilità come la borsa dell’acqua calda o la sedia. Il vicino accanto era un commerciante sclerotico che in pochi anni era tornato alla giovinezza, poi all’adolescenza e adesso stava diventando bambino di nuovo. Ma un bambino che era protetto nientemeno che dal più nevrastenico degli ospiti, un omosessuale che viveva con un gatto vecchissimo. Aveva avuto, in gioventù, un’esperienza tragica: quando l’amico cercò di ucciderlo, tutti vennero a sapere quello che in modo stemperato aveva cercato di nascondere, entrambi avevano famiglia ed erano conosciutissimi. Oggi, è chiaro, a nessuno importerebbe nulla, ma a quel tempo era un rifiuto totale. Sofferenza. Aveva ritrovato un certo equilibrio, in quell’hotel, vedendo le gemelle del solitario aprire le carte a ventaglio nel taciturno gioco del silenzio. Ascoltando la grassa zitellona del mandolino che suonava puntualmente ogni sabato. Rileggendo nella piccola biblioteca (pochi volumi già logori) I tre moschettieri. O Il conte di Montecristo. Una cenere tenue era scesa su quelle teste. Sui loro tesori. E ora arrivava un giovane a stare lì. A ricordare (e con che veemenza!) quello che tutti avevano perso, bellezza. Amore. Un giovane con denti, muscoli e sesso, perfetto come un dio – No, poteva anche non ridere! –, l’antica misura di tutte le cose. Quella misura loro l’avevano già dimenticata. Con la sua semplice presenza, avrebbe stravolto tutto: la rivoluzione della memoria. Ed era passato il tempo delle rivoluzioni, nessuno voleva rinnovare, solo conservare. Assicurare quella sopravvivenza, che in sé era già un vero atto eroico, i più deboli erano morti tutti. Erano rimasti loro, impegnati in una lotta terribile perché mascherata, erano mascherati – chissà se gli era chiaro? Non erano buoni.
Lui accese la sigaretta e ne offrì una al portiere che ringraziò, non poteva fumare. Guardò il lampadario coi lunghi pendenti di cristallo a forma di lacrime pesanti di polvere. Sorrise mentre indicava in direzione del piccolo ascensore dorato e rotondo, Ma che bello, sembra una gabbietta! Aprì la cerniera della giacca di cuoio, faceva caldo. Il portiere si chinò sul grosso registro, bagnò la penna nel calamaio, ma restò con la mano sospesa in aria. Inarcò le sopracciglia stanche: ma forse l’amico non si rendeva conto che sarebbe stato inopportuno? Un intruso? Rappresentava il dritto del rovescio. O il rovescio di quel dritto? Il problema è che lui, un semplice portiere, non poteva neanche difenderlo se la comunità avesse deciso silenziosamente di escluderlo. Per quanto tonti quei vecchi potessero sembrare, serbavano il segreto di una saggezza che si affilava sulla pietra della morte. Era necessario ricordare che avrebbero usato tutti i mezzi per far rispettare le regole del gioco: fin dove sarebbe potuto arrivare l’odio per chi era venuto a umiliarli, ironico, provocatore, ad agitare la partita? Il giovane si era entusiasmato all’idea della piscina. Ma se in quella stessa piscina coperta di foglie comparisse un mattino il suo bel corpo galleggiante, spento quanto le foglie? Loro chiuderebbero subito la porta per la corrente, i vecchi non amano il vento. E tornerebbero soddisfatti alle loro occupazioni. Al loro giochetto della domenica, quell’allegra lotteria, i cartoncini coperti di grani di mais mentre l’annunciatore (nessun estraneo nei paraggi?) canta i numeri con le battute di sempre, sempre le stesse perché si divertono con le ripetizioni, come i bambini: numero ventidue, due anatroccoli nel laghetto! Quarantaquattro, cigno distratto! Numero tre, mosca tze tze. Che burloni questi vecchietti…
Il giovane rise, si tolse gli occhiali scuri e i suoi lineamenti s’accesero, aveva lamine dorate in fondo alle pupille. Per caso, signor portiere, legge romanzi polizieschi, i romanzi della vecchietta inglese? No? Ah, preferiva le parole crociate. Prese la valigia. Se possibile, una stanza al secondo piano. La cena era alle sette, no? Ottimo, aveva tempo per fare due belle bracciate, quel pomeriggio era una delizia. Non importava se la piscina era abbandonata, l’acqua non era corrente? Chiederebbe soltanto che gli portassero un po’ di ghiaccio, gli piaceva sorseggiare qualcosa in piscina. No, no non voleva whisky, si era portato la sua bottiglia.
            Una vecchietta col collarino lilla attraversò il patio sulla sua sedia a rotelle, sospinta da una calma infermiera con la cuffia: gesticolava, esasperata, lasciando scappare borbottii tra le gengive dure, mentre l’altra le stava dietro, voltandosi da una parte e dall’altra, sorridendo, Poor, poor darling! Oggi è un po’ nervosa, ma insomma, ha ottantanove anni!... Poor, poor darling! Il nuovo arrivato fece un profondo inchino in direzione di entrambe e si girò verso il portiere che mostrava, in un sorriso forzato, la dentiera opaca. Quindi insisteva proprio per restare? Bene, c’era una stanza molto luminosa al secondo piano che dava sulla piscina. Spero che ne resti soddisfatto, aggiunse mentre faceva cenno a un vecchio col grembiule fino alle ginocchia. Per favore, puoi accompagnare il nuovo ospite? Il giovane salì i gradini di velluto rosso a lunghe falcate e si mise ad aspettare l’inserviente in cima alla scala, tenendo la valigia che invano il vecchio aveva cercato di prendere. Quando entrò nella stanza seguito dall’inserviente col suo mazzo di chiavi, inspirò con un’espressione di piacere il pallido profumo che sembrava venire dai mobili antiquati, lavanda? E chiese, mentre apriva la valigia, se da quelle parti non c’erano fantasmi, aveva sempre sognato un hotel con fantasmi. I fantasmi siamo noi, gli rispose il vecchio e lui rise forte. Prese la bottiglia di whisky dalla valigia.
Accese la radio.
            Quando salì sul trampolino, notò un volto che spiava dalla tenda merlettata di una delle finestre. Abbassò lo sguardo divertito verso l’acqua di un verde profondo, dove le foglie galleggiavano ondeggiando calme. Aprì le braccia. Saltò. Mentre nuotava di schiena, intravide una testa canuta dallo spiraglio di una finestra del primo piano. Subito dopo apparve un’altra testa (d’uomo?) che restò un po’ indietro, nell’ombra. Gli arrivò vagamente il filo spezzettato di una discussione prima che la finestra si chiudesse con forza. Si sdraiò sulla panca di pietra e restò lì con le braccia penzoloni, il costume rosso che gocciolava, gli occhi chiusi. Passò dolcemente le punte delle dita sul petto dove i peli dorati dal sole iniziavano ad asciugarsi. Rise silenziosamente mentre prendeva il bicchiere che aveva lasciato a terra: i suoi movimenti si frammentavano in slow motion, calcolati.
A cena, ancora prima di assaggiare il cibo, si versò il sale, la salsa Worcester, il pepe e batté le mani vigorosamente ai tre musicisti – un pianista, un violinista e quel pelato del contrabbassista – che avevano suonato vecchi pezzi che alcuni ospiti (in pochi erano scesi per cenare) avevano ascoltato imperturbabili. Trovò una punta di amaro nel formaggio con la goiabada.
Andando a letto, dopo aver preso il tè delle ventuno, non si sentiva più tanto bene.




(Traduzione dal Portoghese di Serena Cacchioli.)




Lygia Fagundes Telles
Nata nel 1923 a São Paulo, Lygia Fagundes Telles è considerata la grande Dame della letteratura brasiliana. Ammirata dalla critica e dai lettori, ha pubblicato numerose raccolte di racconti e romanzi. La sua opera è tradotta in quattordici lingue e ha vinto numerosi premi, ottenendo enormi riconoscimenti internazionali. Nel 2005 ha vinto il premio Camões alla carriera, il più importante premio di letteratura portoghese. Considerata come uno dei più grandi nomi viventi della letteratura brasiliana, Lygia Fagundes Telles è sempre stata una voce critica della vita culturale e politica del suo Paese. In Italia è stato tradotto il suo più famoso romanzo "As Meninas": "Ragazze", Cavallo di Ferro, 2006




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