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Sagarana È ORA DI PARLARE DI LETTERATURA ITALIANA. SE NON ORA, QUANDO?


Lettera agli scrittori migranti italiani e a chi fosse interessato


Armando Gnisci


È ORA DI PARLARE DI LETTERATURA ITALIANA. SE NON ORA, QUANDO?



 

Nos, autem cui mundus est patria velut piscibus equor
[Noi, per i quali la patria è il mondo, come l’acqua è per i pesci]
Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, I, VI, 3
 
La verità si aspetta e si raggiunge insieme
Cyprian Norwid, 1853
 
 
Da molti anni parlo di Letteratura Italiana della Migrazione: la LIM. Si tratta di una formula né banale né impensata, anche se giovani e anziani critici letterari più o meno dilettanti ogni volta che affrontano l’argomento ormai ritualmente presentano e biasimano una situazione confusa e oscillante intorno alla definizione della LIM, con tante etichette proposte ma nessuna ben pensata e convincente. Il più delle volte queste anime giuste risolvono magnanimamente la apparente approssimazione e confusione, optando per una considerazione (falsa e impotente) ecumenica, che, a sua volta, finisce  in un porto delle nebbie. I più astuti tra loro concludono impugnando un argomento leonino o alfano:  etichettare il fenomeno della letteratura italofona contemporanea, o della letteratura degli immigrati, o della letteratura nascente, della LIM ecc. non ha alcun senso, anzi contiene ed esprime una mente passatista e forse addirittura tardo-positivista, creando e imponendo etichette che valgono come una ghettizzazione, vagamente razzista. È giusto e buono, invece, riconoscerla e salutarla, la letteratura dei migranti o allofoni o alieni e perfino alloglotti, lì dove lo meriti, con l’appellativo di “letteratura” e basta [in francese cosmopolita, tout court]. Questa proclamazione geniale incassa ogni volta il plauso frenetico di tutti gli scrittori migranti, ovviamente. E così diventa il crisma giusto e degno, il ritornello, il protocollo riconosciuto, o addirittura il canone spicciolo, sia del recensore sia dello scrittore sia dello scrivano.
Credo di aver mostrato fin dal mio primo libro sulla letteratura migrante, Il rovescio del gioco – pubblicato nel maggio del 1992 dall’editore Carucci in Roma e poi riproposto nel volume Creolizzare l’Europa. Letteratura e migrazione del 2003 per l’editore Meltemi – fino al mio ultimo saggio, che si trova nel libro La letteratura del mondo nel XXI secolo – scritto con Franca Sinopoli e Nora Moll e pubblicato da Bruno Mondadori a Milano, nell’ottobre del 2010 – che la letteratura migrante rappresenta, concretandola in maniera esemplare, la “letteratura mondiale” del nostro tempo e che al nostro tempo dà senso e valore, ovunque. Ho il sospetto che alla letteratura tout court credano ormai solo le anime nobili e pure, come quella di Pietro Citati e come quelle degli intellettuali di villaggio, (ma anche nelle città vivono molti villici, mentre le nostre campagne sono desolate).
            Lasciamo i sedicenti critici a se stessi e veniamo agli scrittori italiani della migrazione, immigrati in Italia nell’ultimo trentennio, ai quali mi rivolgo prima di tutti. Dopo venti anni di crescita della loro produzione e, per qualcuno di essi, anche di successi, penso che sia giunta l’ora di parlare tra di noi, e cioè tra gli scrittori e i loro lettori italiani, che crescono anch’essi, della condivisione attiva del patrimonio comune della letteratura italiana. Gli scrittori/trici stranieri immigrati in Italia, dopo un ventennio dalla loro nascita editoriale, sono aumentati a vista d’occhio, e tra di loro le donne hanno addirittura superato nel numero gli uomini, e non per poco. Secondo il prezioso Bollettino statistico annuale, curato da Maria Senette, della Base-dati BASILI, da me fondata nel 1997 e ora diretta da Franca Sinopoli, l’ultimo censimento, aggiornato alla data del 18 gennaio del 2010, traduce così la situazione: sul totale degli autori, 438, le donne sono 248, pari al 56,7%, e gli uomini 190, pari al 43,3 %. Molti tra di loro hanno pubblicato più di un libro, dimostrando di non essere scrittori per caso. Alcuni di loro hanno trovato riconoscimento e successo presso grandi e illustri editori italiani (basti pensare a Nicolai Lilin e a Anilda Ibrahimi editi da Einaudi) o presso medi editori, ma di grande prestigio letterario, come il romano E/O, presso il quale l’algerino Amara Lakhous ha pubblicato due romanzi che hanno riscosso molto successo, e di pubblico e di critica.Infine, i nostri scrittori della migrazione vengono sempre di più tradotti in tutto il mondo; qualche esempio: il poeta albanese Gëzim Hajdari, il narratore russo siberiano Nicolai Lilin, Amara Lakhous e ancora altri.
            L’enfasi sulla traduzione mondiale dei nostri scrittori migranti, mi permette, prima di approfondire la questione italiana e, al tempo stesso, europea, di definire in maniera sintetica la valenza mondiale della LIM, riprendendo il discorso che ho proposto proprio nel saggio che apre il volume La letteratura del mondo nel XXI secolo. Esso porta il titolo “Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura mondiale nel 2010?”. Sostengo che la letteratura italiana si mondializzi anche attraverso la traduzione letteraria e diretta di storie e di poemi non tradotti dalla letteratura italiana contemporanea, ma da opere di stranieri che scrivono oggi nella lingua italiana. Si tratta di libri che raccontano la guerra nella ex-Jugoslavia, come fanno Sarah Zuhra Lukanic e Tamara Jadrejcic,  o le favelas di Rio de Janeiro come fa Christiana de Caldas Brito, o l’Albania di Anilda Ibrahimi o la mafia siberiana e la guerra russo-cecena di Nicolai Lilin. E così, attraverso le traduzioni dei nostri scrittori migranti che raccontano di Bosnia, Cecenia e Brasile, i lettori giapponesi e nordamericani sono interessati a libri che nascono da dentro la tragedia balcanica e da dentro quella russo-cecenica, e dal contrappunto della miseria urbana brasiliana, e ciò avviene attraverso la letteratura in lingua italiana. A loro volta, i nostri scrittori migranti, quando leggono la letteratura italiana si mondializzano e mondializzano la nostra letteratura come lettori diversi, e cioè provenienti da tutte le lingue e le parti del mondo. E ancora di più, quando essi leggono in traduzione italiana i romanzi di Banana Yoshimoto o di Cormac McCarthy, le poesie di Wisłava Szymborska o la scrittura del massimo reporter di guerra del XX secolo, Ryszard Kapuściński, o i miei amatissimi Dostojevskij e Thomas Bernhard, per la maggior parte, credo, li leggono in italiano, invece che in giapponese, polacco, russo ecc., e non lo fanno, se non per casi singolari, in traduzione inglese o francese. Così operando, come lettori, oltre che come scrittori, i nostri autori migranti, mondializzano la letteratura italiana e se stessi.
In questa maniera multiversa, la mondializzazione e la italianizzazione diventano un nastro circolare e in movimento vicendevole e ininterrompibile, come il nastro di Möbius, nel quale noituttinsieme siamo coinvolti e rotanti, come dervisci sufi. Ecco perché Nicolai Lilin per me è uno scrittore mondiale e Baricco no. Quest’ultimo mi sembra che somigli a uno scrittore tout court: qualunque, vivente e italiano, tradotto a volte anche all’estero.
 
Che cosa intendo dire, allora, quando invito a discutere insieme di letteratura italiana, e perché è ora ormai di farlo? E se ne deve parlare solo perché lo impongo io, quasi militarmente? O dobbiamo parlarne perché ormai è proprio necessario e urgente affrontare la questione? E qual è la questione?
Vediamo. Innanzitutto, parlare di letteratura italiana non significa affermare di aver letto Malaparte o di amare Foscolo, di non saper ricordare bene chi fossero Bembo o De Amicis, ma di essersi promesso di leggere in agosto 2011, il poema di Ariosto. Le letterature nazionali vanno trattate, come vedremo meglio più avanti, propriamente e innanzitutto come letterature in una lingua nazionale e, al tempo stesso, come facenti parte di una civiltà letteraria, come quella europea, per noi, o in altri casi, quella araba, quella estremo-orientale (Cina-Giappone-Corea) o quella latino-americana. E proprio per questa ragione, esse si riconoscono dentro l’orizzonte più vasto della letteratura mondiale e della sua lingua instancabile, che è la traduzione. Ho imparato questa poetica-pensiero comparatistica e transculturale, da venti anni a questa parte, scoprendo scrittori del mondo come Aimé Césaire, Toni Morrison, Derek Walcott, Salman Rushdie, Èdouard Glissant, Ngugi wa Thiong’o, Amitav Gosh, Vikram Seth, Salman Rushdie e tanti altri, naturalmente, ma anche quando riconobbi con meraviglia nella confusione merceologica delle librerie, i primi scrittori migranti in Italia. Da subito, dopo averli letti, decisi di camminare con loro alla ricerca della traduzione delle verità del mondo attraverso la letteratura, che fine ad allora non mi era apparso, immerso com’ero in un “naturale” eurocentrismo.
Molti scrittori/trici stranieri che scrivono nella nostra lingua comune in questi anni hanno pubblicato tanto, ma, secondo me, si sono impegnati poco a far evolvere la loro personalità di scrittori italiani, diversi. Che voglio dire? “Diversi” nel loro destino letterario, ma anche in quello esistenziale; perché molti di loro non si sono formati dentro la civiltà europea. E “diversi”, perché non hanno richiesto ancora nulla, o quasi, alla cultura italiana, se non di pubblicare le loro opere, e di diventare famosi in un giorno. Non tutti, naturalmente, ma spesso è accaduto che alcuni virtuosi compagni di strada, anche per questo motivo, siano dovuti emigrare di nuovo, questa volta dall’Italia, per poter sopravvivere e per poter crescere culturalmente in maniera dignitosa. Ma altrove. Propongo tre casi esemplari di alcuni di loro, che conosco molto bene e che sono miei amici: i somali Garane Garane e Ali Mumin Ahad; il primo, dopo aver studiato in Italia e in Francia, è diventato professore di letteratura italiana nella università nordamericana del South Carolina, il secondo, storico e letterato, lavora all’università di Melbourne in Australia, dopo 15 anni di residenza, molto difficile, a Roma; e l’albanese Ron Kubati, laureato in filosofia e dottore di ricerca nell’università di Bari, costretto a emigrare negli USA, dove lavora nell’università di Chicago. Cervelli migranti, in fuga dal “bel paese”. Penso che in questi anni dal punto di vista culturale la società italiana abbia offerto pochissimo agli scrittori migranti, e che gran parte di loro è stato costretta a distrarsi da un impegno intellettuale più ricco e potente, accontentandosi di correre e girare tutto l’anno nel circo delle esposizioni festivaliere: presentazioni di libri e convegni, serate di lettura e kermesse, premi e conferenze, missioni nelle scuole, (benedette queste), trasmissioni radio-tv ecc. E immagino che alcuni tra loro si siano fatti ingenuamente catturare dal pensiero che questa fosse la società letteraria italiana e il riconoscimento da parte della cultura italiana. Ad alcuni di questi incontri ho partecipato anche io, e raramente lo ho sentiti parlare, di letteratura italiana, se non fuggevolmente e per caso. Né ho mai letto giudizi seri e importanti sulla loro relazione con la nostra lingua e sulla letteratura che abbiamo in comune. Penso che confrontarsi con la letteratura italiana significhi parlare a partire dalla lingua letteraria del nostro tempo, diciamo del secondo dopoguerra mondiale, e degli stili linguistico-letterari di Calvino e Pasolini, o di Gadda e Montale, fino a Eco, Magris, Tabucchi e Celati, Camilleri, per intenderci, nella cui dimensione linguistica e culturale essi e noi scriviamo. Non si tratta di allestire convegni accademici, ma di attivare ovunque seminari-colloqui per farci coevolvere con noi indigeni, come fa da molti anni a Lucca d’estate Julio Monteiro Martins..
            In questi anni ho potuto liberamente e proficuamente parlare di letteratura tout court e di letteratura italiana, con pochi compagni di strada: ricordo, oltre i tre amici emigrati nel mondo, Christiana de Caldas Brito e Julio Monteiro Martins, Gëzim Hajdari, Barbara Pumhösel, Amara Lakhous e Jarmila Očkajová. Forse tanti altri hanno una formazione e un impegno letterari onesti e molto importanti, e mi scuso con loro della mia ignoranza. E comunque, non sto costruendo un canone manuale dei letterati da me eletti in base alle conoscenze personali, ma sto sollevando una questione culturale generale e penso di farlo con qualche potere, se dovessimo convocare una “verifica dei poteri”. [Essa discende da quella procedura minuziosa e rigorosa della democrazia parlamentare che è iniziata in Europa con l’auto-convocazione della Assemblea Nazionale, poi Costituente, che fu il primo passo, il 17 giugno del 1789, della Rivoluzione francese. Tutto questo mi fu ricordato, negli anni del mio studentato universitario, dalla lettura di un libro di saggi critici di Franco Fortini, Verifica dei poteri, uscito nel 1965. Da allora il sigillo di quel concetto-frase rievocato e ripreso da lui per interpretare l’attualità dell’impegno intellettuale alla luce del lume rivoluzionario del 1789, è rimasto perennemente fermo nella mia mente tanto che ogni tanto lo riafferro e lo ragguaglio al momento e ai casi che sto vivendo. Anche ora, dopo tanto tempo.]
Questo punto dolente del discorso mi permette, però, di enunciare una tesi di fondo che spiega la mia pretesa di una “verifica dei poteri” interculturale tra di noi. Cerco di sintetizzarla: “lo spirito di una lingua”, come amavano dire i nostri Antichi Maestri, consiste in ciò che essa ha permesso ai suoi poeti – nel senso di scrittori che abbiano creato mondi immaginari e condivisi dai lettori, sia con le storie che con i poemi che con la drammaturgia ecc. Queste opere stratificate e interconnesse dei tanti passati di una lingua formano non soltanto la biblioteca, la tradizione e la storia letteraria in quella lingua, ma anche la promessa e  la premessa al potere che quella lingua “presente e viva” – come dice Leopardi nella sua poesia più famosa – permette per agire a noi ora e da ora in poi. Gli scrittori inventano e rinnovano la lingua di una comunità linguistica e civile perché stabiliscono, al fronte dell’avanguardia culturale e incessantemente, il potere di una lingua letteraria di saper tradurre il mondo e di saper farsi riconoscere e tradurre come una lingua letteraria del mondo.
Questa ipotesi-dichiarazione – che non è una teoria ma una poetica, o meglio una po-etica, come scrive Iain Chambers – mi permette  anche di rivelare e illustrare meglio il senso e l’importanza della parola “Italiana” nella definizione: “Letteratura Italiana della Migrazione”. Essa, infatti, giustifica la mia constatazione critica del fatto che fino ad ora si sia parlato molto della Letteratura della Migrazione e dei suoi protagonisti, ma ancora mai della relazione della LIM con la Letteratura Italiana, che la contiene necessariamente come la propria Letteratura della Migrazione in Italia, e che tutto ciò accada per la prima volta nella storia d’Italia, dopo le calate dei “barbari” da nord-est, quando l’impero romano si slacciò. Anche se tutto ciò sta avvenendo “a loro insaputa”: degli scrittori migranti e degli italianisti, sia accademici che critici delle patrie lettere. Gli unici cattedratici italiani che abbiano mostrato interesse al fenomeno LIM sono: Ermanno Paccagnini dell’Università Cattolica di Milano e Alfredo Luzi della Università di Macerata). Se non si viene ancora riconosciuti come scrittori italiani migranti, dipende anche dal fatto che nessuno fino ad ora abbia rivendicato il diritto di essere riconosciuti dalla società letteraria nazionale come scrittori italiani di origine straniera.  Questa pochezza eclatante verifica la mancanza di un concerto polifonico delle voci e delle presenze migranti, che possa diventare, prima o dopo, un potere culturale. Se questa è una ragione che verifica, diventa allora ancora più ingenuo e pusillanime, la sragione della categoria “scrittori tout court”. Come ci può accontentare rivendicando la nobiltà di essere scrittori e basta? e pensare che tale sparuto e villico riconoscimento – negli ultimi anni, spesso emanato da qualche giovanotto o da qualche fanciulla italiani che hanno preso il dottorato di post-colonial studies  o di gender studies nel mondo anglofono – possa rappresentare un riconoscimento e un giudizio di valore da parte della critica letteraria italiana, una patente, insomma?
Credo che tutto ciò muove a pensare che sia ora di discutere insieme le poetiche degli scrittori migranti rispetto alla lingua letteraria nella quale stanno vivendo e scrivendo e rispetto alla civiltà letteraria che li e ci contiene. Così facendo, a mio vedere, si pone la questione della LIM nella dimensione corretta criticamente e politicamente: quella linguistico-letteraria, ma anche e inevitabilmente, storica e civile, di una nazione europea, nella quale lo straordinario fenomeno transculturale della LIM sta entrando a far parte, da venti anni. E che ciò accada, come ripeto, senza che la cultura letteraria italiana “ufficiale” ne riconosca l’esistenza e la novità.
La letteratura italiana già da molti secoli guida una tradizione che è la più longeva, oltre che la più antica, dell’Occidente europeo. La più antica, perché ha le sue origini nel Duecento. Origini che si presentano decisive e divaricate fin dal cominciamento: da una parte, la “Scuola siciliana, alla corte palermitana dell’imperatore laico Federico II – una leggenda afferma che egli fosse ateo, per aver scritto un libro, che nessuno, però, aveva letto, sui “Tre impostori”: Mosé Cristo e Maometto – e dall’altra il Cantico cristianissimo di Frate Francesco di Assisi. Ai quali seguirono tanti “poeti novisti” fino all’erezione dell’arco del trionfo inaugurale, quello delle Tre Corone del Trecento: Dante, Petrarca, Boccaccio. I nostri tre Antichissimi Maestri segnano il cominciamento e non certo la fine di una lunga storia, la quale, però, è anche la più “longeva” dell’Occidente – e cioè di lunga durata. Essa, infatti, è la discendente più diretta (prima, ma insieme alle altre europee, sia occidentali che centro-continentali) della cultura “classica”, greca e latina, ovvero del nostro albero geneaologico piantato nel pelago mediterraneo. Questa “identità” è riconosciuta e condivisa da tutte le nazioni europee, anche perché non propone una gerarchia che esprima e giustifichi l’egemonia italiana sulla hit parade di nobiltà tra le letterature nazionali europee, ma serve per ricordare il “legato classico” che la letteratura italiana porta con sé, che rappresenta anche la responsabilità della cura del patrimonio della civiltà pre-europea, non solo letteraria, che la letteratura italiana ha ereditato dall’antichità. È una cura, o badanza, del passato che gli italiani vanno progressivamente obliando smentendo e avvilendo, nella nostra decadenza civile e politica che ormai preoccupa tutte le altre nazioni europee e del mondo. E gli immigrati.
Alt! Fermiamoci qui, per poco: non è un ex-professore universitario di Letteratura comparata della Sapienza che straparla e invita con arroganza gli scrittori immigratia sottoporsi a una perquisizione intellettuale con un interrogatorio accademico che li faccia accedere – uno per volta, come sul barcone che parte di notte dalla Libia o dalla Tunisia, dove la verifica dei poteri è micidiale, perché riguarda il pagamento della corsa – ad un umiliante esame di Letteratura italiana per stranieri. Mi sono dimesso volontariamente dall’università italiana, e non faccio più il professore. Né intendo farlo più e in alcun modo da ora in poi. Sto cercando di mettere meglio a fuoco e in campo una questione, una ragione e un confronto ormai inevitabili e che dobbiamo decidere ad affrontare, avendo tutti noi ormai l’età giusta per farlo e quindi: se non ora, quando?
Ripartiamo proprio da qui, dal: “Se non ora, quando?” Avrete sicuramente riconosciuto, sia che siate stranieri italianizzati che italiani autoctoni, lo slogan efficacissimo, breve ma pieno di indignazione e umore, di saggezza e di resistenza attiva, proposto in una recente manifestazione popolare contro l’attacco alla Costituzione e alle donne portato dal nostro burlesco Presidente dello Sconsiglio. Avrete pensato: “che bella questa nuova parola d’ordine italiana!”. Non è nuova, però. Da dove viene? e da dove è arrivata sulle bocche della gente a Roma in Piazza del Popolo il 13 febbraio del 2011? Arriva a noi da molto lontano, e ogni tanto taglia la strada al futuro delle genti e delle persone e le affascina. La fonte letteraria più vicina è il romanzo del 1982 Se non ora quando? dello scrittore torinese Primo Levi, ebreo, deportato dai nazisti nel campo di concentramento di Auschwitz, in Polonia. Levi è uno dei pochi scrittori italiani del secondo Novecento che abbia avuto un riconoscimento mondiale profondo. Nel romanzo del 1963, La Tregua, Levi racconta la sua liberazione dal lager, insieme ad altri deportati, per l’arrivo vittorioso dell’Armata rossa, e poi la lunga peregrinazione a piedi per tornare in Italia. Nel 1997, il regista Francesco Rosi  trasse un film, decoroso, dal romanzo. L’attore statunitense John Turturro interpretò il ruolo dello scrittore. Levi sopravvisse all’Olocausto e lo raccontò. Egli fu tra i salvati, ma non tanto da poter e saper sfuggire all’orrore della violenza estrema dell’uomo sull’uomo e al successivo e diverso dolore dell’esistere ancora, da salvato, invece che tra i sommersi e periti nell’oscuro e immane lager tedesco; così come oggi “i clandestini” del mondo muoiono sommersi nel mare scuro dello stretto di notte tra Europa e Africa. I sommersi e i salvati è il titolo di un saggio di Levi pubblicato da Einaudi nel 1986. L’11 aprile del 1987 lo scrittore fu trovato morto sul pavimento di base della tromba delle scale della casa in cui abitava, a Torino. Il suo libro di racconti Il sistema periodico, del 1975, porta a pagina 1 un exerga in yiddish: “Ibergelumene tsores iz gut tsu dertseyln”, tradotto in italiano da Levi: “È bello raccontare i guai passati”. Penso che Levi non abbia mai creduto fino in fondo a questo motto e alla letizia del ricordare che gli scampati a volte provano, anche se lo mise all’inizio della sua scrittura; forse per dare solo un po’ di fiato a se stesso.
Torniamo al detto delle fonti della frase-grido di Piazza del Popolo. Primo Levi non ha inventato quella domanda perentoria, suggestiva ma anche un po’ inquieta e come senza fiato. Essa ci arriva da un antico scritto ebraico, che si trova nel grande calderone del Talmud, e che contiene i Detti degli Antichi Padri, il Pirqué Abot, o Pirké Avhot. Levi nella “Nota” finale del libro del 1982, a pagina 261, ci spiega la fonte. Ascoltiamolo insieme: “…sono parole che ho trovato nei Pirké Avoth («Le Massime dei Padri»), una raccolta di detti di rabbini famosi che fu redatta nel II secolo dopo Cristo e che fa parte del Talmud. Vi si legge (cap. I, par. 13: “Egli [il rabbino Hillel] diceva pure: “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?””. Lo slogan di Piazza del Popolo è arrivato dal secolo II dopo Cristo attraverso i millenni e le innumerevoli voci perdute di chi l’ha riusato, e ha, come vedete, una formulazione più complessa. In quel secolo visse anche il grande imperatore romano Adriano. Egli fu nemico devastante degli ebrei, ne fece morire 500.000 nella terza guerra giudaica, dal 132 al 135, e tolse il nome autoctono a Gerusalemme, ri-battezzandola col nome latino di Aelia Capitolina. Negli anni 70 e 80 del secolo scorso, il motto rabbinico che chiama all’azione giusta nel momento giusto riprese vita nella lotta di molti di noi – che ancora lottiamo – per salvare la Terra-Gaia e la nostra specie. Fu adottato, infatti, dall’ecologia del “pensiero verde”, al quale partecipai anche con alcuni corsi universitari e con due libri: Il colore di Gaia. Azzurro del 1989 e Lettere & Ecologia del 1990, entrambi editi da Carucci. Nel 1989 fondai una rivista internazionale di letteratura comparata, fatta con i miei allievi, che intitolai I Quaderni di Gaia. Rivista semestrale di letteratura comparata e di cultura transdisciplinare. Visse per un decennio fino al 1999. La transdisciplinarità diventò subito dopo transculturazione per me; ma allora, a mia insaputa. Solo da poco, infatti, sto ricostruendo la memoria critica di me stesso. Continuerei a raccontarvi storie come questa, che risalgono indietro nei millenni per cercare i fili delle ragioni e delle trasformazioni del nostro cercare e trovare nella stratificazione di tutto il trapassato remoto e di quello più vicino, che ci danno da pensare, interpretare e tradurre presso di noi il peregrinare delle verità. È proprio questa la via, infatti, sulla quale siamo in cammino tutti insieme ora, se scriviamo e leggiamo in italiano. Sono queste le storie che dovete pretendere da noi europei, se sanno raccontarle. Per capire insieme in che mondo andiamo spendendo la nostra avventura umana. E storie equivalenti vorremmo che voi ci raccontaste delle vostre civiltà e del vostro divorzio da esse, e della vostra saudade.E di tanto altro ancora.
A questo punto, dopo la rilevazione e il riconoscimento della mondialità degli scrittori migranti e chiarito il senso amichevole della mia esortazione a conoscere meglio la letteratura italiana e la sua lingua, è necessario pensare a come intendere e praticare una italianizzazione-europeizzazione reciproca, critica e creativa. Prima di fare qualche altra riflessione su questa ragione, però, dobbiamo mostrare meglio come italiano ed europeo, o francese ed europeo o estone ed europeo ecc. sia, contemporaneamente, la storia immensa che dobbiamo imparare a condividere in maniera ermeneutica. Ciò significa anche che diventi improcrastinabile ai nostri occhi della ragione la necessità di una nuova appropriazione da parte di noitutticonvoi ora della nostra civiltà e della storia d’Europa. Possiamo farlo inoltrandoci nelle tante vie complanari. Ho scelto di prendere la deviazione che  ricorda e parla di una tradizione secolare dei dotti e dei letterati europei, quando concepirono l’idea di una Repubblica delle Lettere [e delle Arti]. Questa bella idea è ormai una reliquia erudita della storia culturale occidentale, e come tale è conosciuta e studiata, ormai solo accademicamente. Eppure la sua vivacità non è scomparsa nel XXI secolo, non è blindata nei musei europei come una mummia in una bara di cristallo. Anzi, credo che essa si sia evoluta verso una specie di “Democrazia mondiale delle lettere”, nella quale i lettori, gli scrittori, i traduttori, le macchine editoriali e le loro fiere, i critici e gli strumenti della comunicazione di massa, sono continuamente in contatto, dentro una logica commerciale – quello che videro Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, quando scrissero di un Weltmarkt [mercato mondiale] che trovava una ragione anche in una Weltliteratur [letteratura mondiale] – oltre che estetica e di gusto. Nonostante tutto, questo mondo nuovo letterario oggi ha una portata e una diffusione planetaria e continua a comportarsi, ora più che mai, come una vastissima Repubblica. Che è diventata democratica non appartenendo più a una casta di pochissimi illuminati. Noi, voi ed io, insieme a chiunque ci stia leggendo, entriamo in questa comunità più che altro come lettori o scrittori, e sempre attraverso una lingua. Tra la mondialità culturale e la nazionalità specifica di una lingua letteraria, però, esiste un terzo grado di mezzo, quello della civiltà culturale. Per tutti noialtri, questa cittadinanza culturale e letteraria si riconosce nella civiltà e nella storia comune delle nazioni europee, tante e tutte di piccola grandezza e con lingue diverse, a volte lontanissime dal grande incrocio del ceppo neo-latino con quello anglo-germanico (pensate al basco, all’ungherese e al finnico, o a lingue di minoranza, come il catalano e il gallego in Spagna, o, in Italia ai minuscoli, ladino e l’arbëresh). Da qualche diecina di anni –  dopo due millenni di guerre interne e poi da noi esportate e diffuse nel Novecento come mondiali – andiamo costruendo una “unità” europea: un gruppo unito, ma ancora scombinato, di nazioni che si è allargato progressivamente e che ora ci trova insieme in una bandiera azzurra con 27 stelle dorate in cerchio. Tuttora ci sono altre nazioni che aspettano in lista d’attesa, come la Serbia, o le piccole Albania e Macedonia, o la grossa Turchia.
È ancora per questa ragione, come letterato europeo, che credo che non si possa mai scrittori tout court o universali lanciati direttamente, senza primarie, nella ridda del mondo provenendo dal nulla, ma scrittori (in) inglese, (in) italiano ecc. La caratterizzazione linguistica nazionale vale anche come certificazione di una cittadinanza storica, civile e culturale diversa e più grande, quella europea, che ci accompagna nella “casa ruotante” – come nel soave quadro di Paul Klee che porta questo titolo – della letteratura mondiale.
Italianizzare letterariamente gli scrittori migranti, quindi, vuol dire nello stesso tempo europeizzarli, perché l’Italia fa parte di una civiltà comune di molte nazioni che formano una comunità storica fatta di conflitti e stermini, ma anche di una rete letteraria, artistica, culturale e di gusto, indimenticabile, e tradotta in tutto il mondo da 5 secoli di modernità Gli scrittori migranti hanno il diritto-dovere di europeizzarsi, sia che vengano dalla vecchia Europa dell’Est che dai continenti extra-europei. Si diventa culturalmente europei leggendo e discutendo. E non si diventa scrittori italiani-europei senza aver letto e continuare a leggere senza mai finire le opere letterarie e quelle artistiche, musicali, teatrali e cinematografiche d’Europa. Naturalmente, insieme a quelle del “mondo tutto”, come scrisse Èdouard Glissant. E confermo che non si possa diventare cittadino scrittore dentro e attraverso una lingua nazionale della civiltà europea, senza conoscere il nuovo vecchio mondo nel quale si è capitati a venire a vivere. Il problema grave è che noialtri e noistessi europei “antichi indigeni” sappiamo ancora riconoscerci come cittadini di una civiltà europea. Al primo posto di questa incapacità, siamo noialtri italiani. Anzi, credo che molti di noi abbiamo cominciato a interrogarci criticamente su noi stessi e sulle nostre istituzioni, nazionali e comunitarie, in una maniera criticamente aggiornata, ma anche un po’ agitata, proprio da quando sono venuti a vivere tra noi milioni di extra-comunitari. E vediamo tutti come stiamo reagendo a questa invasione pacifica: come barbari indigeni che siamo, noialtri europei. Barbari potenti che 5 secoli fa hanno barbaramente invaso tutti i continenti del pianeta, portando violenza, rapina e sterminio, schiavitù e sfruttamento. E tuttora continuiamo a operare così nel mondo, anche se le nostre nazioni ex-imperi non comandano più, il mondo. Ci troviamo, infatti, subito dopo la caduta del muro di Berlino, ad esportare guerra e democrazia, in Africa e in Asia soprattutto, come alleati degli USA. Insieme su una strada nel deserto.
Cittadini europei si diventa non solo per nascita. Cittadini europei, soprattutto nel “settore” letterario, si diventa attraverso un allenamento civile. Innanzitutto istituzionalmente, attraverso le agenzie pubbliche della scuola e dell’università. La scuola e l’università italiane, però, oggi sono tra le peggiori in Europa, e indietreggiano a vista d’occhio. Esse non offrono alcuna riforma progressiva del piano formativo di una cittadinanza europea e mondiale, e nemmeno italiana.. Se vengono “riformate”,  tali riforme risultano tagli, menzogne e devastazioni. La società letteraria italiana, poi, è la più servile e rissosa in Europa. Come la nazione e l’egemonia disperata che la sgoverna.
Torniamo alla letteratura. Propongo che, attraverso l’esperienza della lettura e della pratica della scrittura e attraverso una reciproca co-evoluzione transculturale, gli amici letterati stranieri e migranti in Italia debbano provare a mettere in gioco insieme con noi l’idea di una loro ri-formazione italianista ed europea, che sia creativa e critica e che non vada respinta perché a qualcuno sembra che sia un inganno, nazionalista e assimilatore. Per il semplice motivo, anche, che pochissime persone in Italia stanno lavorando per bene in questa missione. Non sto riproponendo il “fardello dell’uomo bianco” di Kipling, al contrario, questa sfida ci riunisce attorno a un tavolo per farci lavorare e produrre insieme una cultura diversa in Italia. Entrare in una lingua straniera per condividerla e usarla per lavorare è difficile. Ancora più difficile è farlo da scrittore che scrive ora in una lingua non solo straniera ma anche letterariamente ignota e linguisticamente opaca. Chi scrive letteratura nella lingua straniera della sua nuova residenza migratoria, più di qualsiasi altro straniero che viva in terra straniera, deve coltivare e costruire una scuola libera e solidale del proprio studio linguistico e culturale che l’aiuti a riformulare la sua visione del mondo. Ma non da solo e forzato. E quindi, che egli/ella debba pretendere dalla cultura civile della nazione nella quale abbiano scelto di vivere anche come scrittori, di fornire loro le opportunità giuste di una proficua e reciproca creolizzazione transculturale. Perché, per noi che li abbiamo riconosciuti, la loro viva presenza è l’assoluta novità epocale e una straordinaria opportunità vivente, non solo per noi, ma per tutti  gli italiani, lettori, scrittori e cittadini. [“Epocale” è diventata in Italia una parola legata alla menzogna e alla volgarità. Aiutiamoci anche a disinquinare e a raddrizzare la ricchezza delle parole della nostra lingua].
Lo scrittore migrante deve decidersi ad abitare meglio nel mondo della nuova lingua e della sua letteratura, senza delegare la soluzione della questione linguistica e letteraria ai redattori delle loro case editrici. Per lo scrittore migrante tutto ciò ha un senso molto impegnativo, perché egli/ella deve appropriarsi in una nuova personalità linguistica, culturale e immaginativa: che è la persona e la scena del nuovo mondo che forma ora “la persona anche italiana” che egli/ella sta diventando, del suo nuovo sé e del mondo comune con noi. Da scrittore deve mettere a punto una raffinatissima attenzione anche e proprio al suo star diventando uno scrittore italiano. Perché egli/ella vivrà ormai e sempre come un “uomo tradotto” e “in traduzione”: translated e in translation, come ci ha insegnato Salman Rushdie. È così che si arriva a riconoscere che solo e  proprio questa è la condizione che definisce il letterato come tale: quella del tradurre il mondo presso gli umani. Con finezza, come ha scritto Josif Brodskij.
Al fine del perfezionarsi come scrittore italiano egli/ella deve imparare criticamente anche la lingua letteraria italiana. A partire da quella della seconda metà del Novecento, come ho già detto, ma non rinunciando a fare scorribande nei secoli precedenti. Non dimenticando che la lingua letteraria va anche conosciuta leggendo la sua storia e la sua critica, oltre che le opere.. Ciò non significa affatto voler proporre una specie di “sindrome dell’influenza italianista”. Al contrario, sto cercando di ragionare per formulare correttamente  l’invito a incontrarci ancora per cominciare a parlare di questa faccenda comune, con onestà intellettuale e amicizia. Sicuri che questa faccenda non finisce mai perché diventa la dimensione infinita e la più umana della formazione civile di un nuovo cittadino del mondo. Proprio come fa la lettura della letteratura, che non smette mai nella vita dei lettori forti. Chiunque ami leggere letteratura sa che si possono mettere da parte i libri noiosi, ma non la letteratura del mondo.
Ripeto: non si è mai scrittori tout court, ma, prima di tutto, scrittori (in) inglese, (in) italiano ecc. E la caratterizzazione linguistica è al tempo stesso la certificazione di una cittadinanza storica, civile e culturale. Dirò di più, impadronirsi di una lingua nuova, non per diletto o per lavoro, ma per vivere e scrivere – come ama dire Christiana de Caldas Brito –  nel mondo di quella lingua, porta a acquisire una vera capacità di emancipazione politica, apre a una mondializzazione della mente e a un nuovo potere critico. Quello che è espresso da Calibano, il selvaggio scontroso e astuto ma già schiavizzato [“a savage and deformed slave”] messo in scena da Shakespeare ne La Tempesta, il quale dichiara al suo padrone venuto dal mare, l’europeo Prospero, che ha fatto naufragio sulla sua isola, gli ha tolto il regno e lo ha costretto ad imparare la sua lingua, coloniale: dice il cannibale: “Mi hai insegnato a parlare e così ho imparato a maledirti. Possa tu morire di peste rossa, per avermi insegnato la tua lingua.” Shakespeare, con Montaigne e Cervantes, forma le Tre Corone Europee della modernità. Quando concepisce e detta il contrappunto drammaturgico tra Calibano e Prospero, concepisce anche l’inizio e, perfettamente, il senso doppio della colonizzazione-civilizzazione europea del mondo & della messa in schiavitù dei nativi scoperti e nudi. Shakespeare ci insegna che la violenza oppressiva esercitata dall’europeo invasore è bilanciata solo dall’apprendimento della sua lingua da parte dell’oppresso. È così che questo imparato coatto diventa il guadagno agito, che possa servire alla rivolta. La migrazione in Europa succede oggi e non nel 1611, e porta nel senso inverso rispetto a quello della colonizzazione europea iniziata alla fine del Quattrocento. La Grande Migrazione ora viene da fuori dell’Europa verso e dentro l’Europa. Ma oggi possiamo cominciare a rivalutare criticamente il nostro pensiero europeo della modernità invece che riconoscerci come sottaceti postmoderni, andati a male. “La maledizione di Calibano” è l’emblema e la messa al mondo del potere rivoltoso della lingua seconda, che l’oppresso è costretto ad imparare dal padrone. Ma che già (1611) sa che un giorno servirà per lottare. Anche il migrante è costretto a imparare la lingua della nazione nella quale è arrivato e che vuole abitare pacificamente, ma ancora non sa che essa serve, anche, ad apprendere a  mettere a frutto il suo potere critico, e della lingua e del migrante che non si stanca mai per apprenderla. Il suo potere diventa il suo studium, come dicevano i latini: sapere, sapere di sapere, non smettere mai di sapere, con la passione di una ascesi – pur continuando a mangiare e bere con gusto, a viaggiare ecc. Lo scrittore migrante diventa il custode e il fochista, il contrappunto e il proclama della libertà critica, e addirittura della scoperta della acquisizione di un potere politico nella appropriazione della lingua seconda, altrui. Lo scrittore migrante diventa la fonte e il maestro di questo diritto. Un diritto di tutti e per tutti, anche per noialtri indigeni, così “fortunati” ma ormai sordi e avviliti.
Nel saggio “Di cosa parliamo quando parliamo di letteratura mondiale nel 2010?”, ho proposto una formula brevissima per riassumere la completezza-competenza mondialista della democrazia letteraria planetaria che avanza nel nostro tempo, sia per gli scrittori che per i lettori, che sono i due poli della letteratura mondiale, connessi attraverso la linea meridiana della traduzione. Si tratta di una doppia figura ruotante in un nastro palindromo: NEM&MEN. La rotazione a stella doppia girae precipitaincessantementenel suo rovescio vicendevole, l’una nell’altra nelle due corse tornanti. Essa rappresenta il movimento infinito della letteratura: dentro il mondo dei lettori e dal mondo che la letteratura traduce per noi per opera degli scrittori. Come nel nastro di Möbius.
N indica la Nazione di appartenenza-cittadinanza linguistica e culturale. E indica la Civiltà di appartenenza-cittadinanza , perché per noialtri è l’Europa. M indicail mondo, di tuttinoinsieme, al quale siamo tutti esposti, il Tout-Monde di Glissant, anche se, e propriamente perché, oggi le  appartenenze sono “liquide”, come oggi si ama dire, e in continuo mutamento. Nella casella della Nazione ognuno segna la sua lingua letteraria con la lettera iniziale del nome, e quindi, per noialtri scrittori-lettori in italiano la I. Così che per noialtri l’acronimo definitivo è IEM&MEI. L’unica casella piena, addirittura a priori, che non può svuotarsi e cambiarsi mai, è quella del Mondo, che ricorda la carta finale, la 21, del mazzo degli Arcani maggiori del Gioco del mondo: i Tarocchi. Il mazzo ha 22 carte per altrettante figure degli Arcani maggiori. Vi lascio questo ultimo piccolo scherzo-mistero del mazzo di 22 carte la cui ultima però è la 21esima, aggiungendo che Italo Calvino scrisse un libro di narrativa sui tarocchi.  È ovvio che ciò vale solo per le lingue neo-latine. Gli anglosassoni e i germanici, of course, avranno al posto della M la W[World/Welt]
Nel 2010 abbiamo ricordato il ventennale della nascita della Letteratura Italiana della Migrazione. E nel 2011, noialtri italiani vecchi e nuovi, andiamo festeggiando malamente il centocinquantesimo anniversario della nazione unita e scomposta. E quindi: Se non ora quando? E perché rimandare? Propongo di ragionare su questa faccenda continuando a camminare insieme. Infatti, siamo ancora insieme sulla strada, per fortuna, con il desiderio di co-evolvere e di arrivare solo se insieme, alla verità, come ha scritto Norwid, il poeta polacco dell’Ottocento. Vi prego di scrivermi:
agnisci@yahoo.it




Armando Gnisci
Armando Gnisci è nato in Puglia nel 1946. Dal 1983 è stato professore di Letteratura comparata nell’università della Sapienza di Roma. Dal 1 novembre del 2010 è andato in pensione con le dimissioni volontarie. I suoi ultimi libri: Decolonizzare l’Italia, Bulzoni, Roma 2007, L’educazione del te, Sinnos, Roma 2009 e, con Franca Sinopoli e Nora Moll, La letteratura del mondo nel XXI secolo, Bruno Mondadori, Milano 2010. Ora vive nel mondo.




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