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Sagarana LE RAGIONI DI UN MONDO SOTTOSOPRA


Karim Metref


LE RAGIONI DI UN MONDO SOTTOSOPRA



 

Le versioni più diffuse intorno alle rivolte attuali nel mondo arabo fanno risalire l'inizio al sacrificio di Mohammed Bouazizi, il giovane fruttivendolo-laureato che si è dato fuoco a Sidi Bouzid, in Tunisia. In realtà le prove generali di ribellione sono in corso da anni, in tutta la regione. E questa volta per dirla tutta, la primissima scintilla è partita dalla città di El Aioune, Sahara Occidentale. Le popolazioni sahrawi, sotto occupazione marocchina da 30 anni, stufe di discriminazioni, repressione, terrore di stato, sono uscite in mezzo al deserto e hanno improvvisato un accampamento in mezzo al nulla. Dopo pochi giorni di tensione, il campo è stato sgomberato in un bagno di sangue. Dopo questa protesta, lo scenario si è ripetuto all'infinito, in centinaia di città arabe e non: protesta pacifica, repressione violenta. Ma la cappa di paura si è spezzata. Queste rivoluzioni sono innanzitutto culturali. Da qualche parte nella testa della gente, un tabù è caduto: i regimi non solo possono essere criticati ma possono essere rimossi, devono andarsene: “dégage! “[1]
 
Il mondo arabo è sottosopra. Nello stato attuale delle cose, questa è l'unica certezza che possiamo avere. Come e perché tutto ciò che succede sia possibile? Quanto sia spontaneo e quanto sia fomentato da piani di riorganizzazione degli equilibri internazionali...? A queste domande nessuno può veramente rispondere. Tutte domande che ci poniamo sopratutto noi che stiamo a guardare. Per chi sta in mezzo, in realtà, l'unico vero dubbio è: Come andrà a finire? E quello è ancora tutto da definire.
I popoli del mondo arabo, giovani in prima fila, hanno deciso di muoversi. Hanno deciso di scuotere il giogo dell'oppressione. L'impressione più condivisa era che le cose non potevano andare avanti così. I giovani si consideravano morti viventi. Non hanno più paura, perché un morto non può aver paura della morte. Era proprio questo lo slogan dei giovani cabili in protesta, in Algeria, già nel lontano 2001: “ Non potete ucciderci, siamo già morti!”
Con modalità e intensità diverse, le rivolte oggi toccano ben 11 paesi diversi: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Giordania, Siria, Iraq, Iran, Bahrein, Yemen. Ma la situazione non è stabile nemmeno negli altri paesi. I movimenti che stanno dietro sono molto spesso spontanei e policentrici. Sembrano qualche volta addirittura acefali. Non c'è un piano rivoluzionario ben preciso, un progetto di società... C'è solo e sempre la chiara volontà di uscire dalla povertà e dalla dittatura. Pane e libertà sono le rivendicazioni più diffuse.
In Tunisia il risultato è stato folgorante. In poche settimane di rivolte, la strada è riuscita a cacciare via Zine El Abidine Ben Ali, il dittatore in posto da più di 24 anni, e a rifondare la repubblica da capo. Chi conosceva la Tunisia dell'era Ben Ali, non si sarebbe mai atteso una rivolta di queste dimensioni. In paese da decenni regnava il terrore più assoluto. La gente aveva paura di parlare anche in privato. Si poteva finire in galera, essere torturati, assassinati per poche parole di dissenso.
Molto simbolico di questo fatto sono i cosiddetti “ragazzi di Zarzis”. Sono una quindicina di liceali un po' curiosi, un po' ribelli, come sarebbe normale alla loro età. Abitano la cittadina di Zarzis, nel sud della Tunisia. Sono sotto stretta sorveglianza perché al liceo dove studiano sono ritenuti un po' come dei piccoli agitatori. Contestano i professori. Portano avanti alcune rivendicazioni sulla qualità della scuola, etc... Un giorno della primavera del 2003 commettono un errore fatale. Entrano in un cyber café e visitano alcuni siti proibiti. L'arresto fu quasi immediato e le condanne pesantissime: 19 anni di carcere, in condizioni disastrose (torture, pestaggi, freddo umidità, cibo pessimo...) che hanno rovinato definitivamente la salute di molti di loro. Questi ragazzi sono usciti solo dopo le rivolte di quest'anno
La storia dei ragazzi di Zarzis dà il polso della situazione nella Tunisia di Ben Ali. Nel paradiso del turismo di massa, c'erano 130.000 poliziotti per 13 milioni di abitanti. Un poliziotto per ogni 100 persone. Senza contare le spie, gli informatori vari, l'apparato del partito al potere che teneva sotto stretta sorveglianza tutta la società. Carcere duro per 13 milioni di persone.
 
In Egitto la situazione è molto diversa. Così diversa è in ogni paese della zona. Si sbaglia di grosso chi vede il mondo arabo come un tutt'uno dove si vive, si parla, si riflette e si agisce della stessa maniera. In realtà sono tanti mondi. L'Egitto è un pilastro centrale di questo mondo. É centrale sia geograficamente che economicamente e politicamente. Ma soprattutto culturalmente.
È stato il primo paese dell'area a prendere l'indipendenza e ad organizzare uno stato moderno. Questo fatto gli ha dato una certo anticipo su tutti gli altri. Primo governo autonomo, prima organizzazione amministrativa, prime università, prima radio, prima industria cinematografica, primo processo rivoluzionario moderno: il colpo di stato degli Ufficiali Liberi del 1952 contro la monarchia ... Questo ha fatto dell'Egitto un modello in tutto. La sua “rivoluzione” e il suo modello di sviluppo furono imitati da tanti. Radio il Cairo, prima radio internazionale, nell'area, non appartenente ad una potenza coloniale, era ascoltata da Dakar, la punta più ad ovest dell'Africa sull'Oceano Atlantico, fino a Sur la punta più ad Est della penisola Araba, sull'Oceano Indiano. Il Cinema Egiziano, per molto tempo terzo produttore mondiale, ha regnato senza condivisione su tutta la regione, imponendo il dialetto del Cairo come lingua dell'immaginario collettivo e delle questioni di cuore. Così fu per la letteratura, la musica, lo sport...
Da questa posizione centrale deriva anche l'importanza geostrategica dell'Egitto. Assicurarsi la lealtà dell'Egitto vuol dire controllare la zona. Tenuto anche conto del fatto che è il paese più popolato della zona (80 milioni di anime) e quello con l'esercito più grande.
Per tutto questo le rivolte pur decise e intense non potevano negoziarsi nei tempi e nei termini in cui si è fatto in Tunisia. Ma alla fine un risultato c'è stato. Se non altro, al livello culturale e mentale. Il dibattito intenso e altamente democratico che sta coinvolgendo la società intera e nelle sue diversità e nella sua complessità è una rivoluzione in se stesso.
 
La caduta di Mubarak ha avuto un effetto dopante per tutte le altre rivolte che erano in corso ma che hanno subito dopo aumentato di intensità e di cadenza. Yemen, Siria, Bahrein, Algeria, Marocco... Ma la più folgorante di tutte è stata senz'altro quella libica.
La Libia è uno strano paese che è passato dalla povertà estrema ad una ricchezza assurda in pochi anni. Il Colonnello Gheddafi in testa ad un gruppo di ufficiali (in stile rivoluzione egiziana) prende il potere nel 1969. finora il Re Idriss Senoussi e tutta la famiglia reale libica erano stati deboli e si sono occupati solo del loro benessere materiale mentre le risorse del paese erano in mano agli Inglesi che non lasciavano niente per la popolazione locale. Alla presa di potere seguì la nazionalizzazione delle risorse energetiche. Il petrolio libico, che agli inglesi costava finora meno caro di tutti gli altri, è in realtà quello più pregiato in assoluto e richiestissimo sul mercato. Questo permise un arricchimento veloce e massivo dello stato libico. Ma se il popolo è stato ampiamente sfamato con queste ricchezze, lo stato instaurato dopo la “rivoluzione verde” non intraprese nessun percorso serio verso lo sviluppo sociale e culturale. La guida suprema della rivoluzione ha tenuto il popolo con un misto di carota e di bastone, che si può riassumere in: mangia e stai zitto.
Ignoranza programmata con bassa qualità delle scuole e delle unversità. Ogni partito politico è stato dichiarato illegale, e ogni voce di dissenso è stata soffocata. Il terrore regnava sul paese. I pochi tentativi di proteste sono sempre stati duramente repressi.
È quindi per questo che la velocità con la quale s'è propagata la rivolta libica ha stupito tutti. Poco dopo aver annunciato che anche in Libia il popolo si muove, le agenzie internazionali annunciano che la protesta è ovunque ed è anche armata, e ancora, pochi giorni dopo, che il paese è in mano ai ribelli e che Gheddafi sarebbe in fuga. Poi si scopre che Gheddafi non era in fuga e nemmeno asserragliato nei suoi palazzi. Allora si passa a raccontare i crimini contro l'umanità già commessi e quelli imminenti. In pochi giorni, il Tribunale Internazionale dichiara Gheddafi Criminale contro l'umanità. Non per le centinaia di richiedenti asilo che ha effettivamente fatto morire direttamente o indirettamente, per conto della fortezza Europa, ma per le migliaia di libici che avrebbe massacrato e di cui non c'è nessuna prova. Poi l'Onu esce con una risoluzione che tutto sommato chiama alla protezione dei civili e all'istituzione di una no Fly zone, l'embargo sulle armi e il congelamento dei beni dello stato libico nelle banche internazionali. Poche ore dopo l'adozione di questa risoluzione, gli aerei dell'esercito Francesi colpivano le prime postazioni dell'esercito Libico, dando il via così ad una ennesima guerra detta umanitaria. Stranamente ancora una volta in un territorio ricco di risorse e strategicamente importante.
Comunque la rivolta popolare c'è stata anche in Libia. Non vuol dire che la cosa è stata una montatura sin dall'inizio, ma vuol dire che qualcuno guardava da vicino e da tempo il frutto sull'albero e che adesso che è maturo, sta facendo in modo che cada direttamente nella sua bocca.
Le tre principali potenze militari del pianeta, che a sua epoca avevano sbranato l'imponente apparato militare di Saddam Hussein in pochi giorni, stanno giocando con Gheddafi e i ribelli, come in una specie di macabra altalena. Facendo ora vincere questo e ora quello. Questo è segno, se mai, del fatto che l'opposizione libica non è del tutto nelle loro mani e più forte si sente il pericolo di una vincita di Gheddafi e dei suoi fedeli, più facilmente i ribelli accetteranno tutte le condizioni delle potenze occidentali e delle loro multinazionali del petrolio.
 
Ma nel frattempo la protesta continua in tutto il mondo arabo. Dopo lo Yemen e la Libia è il turno della Siria, dell'Iraq. I due paesi sono veramente completamente sconvolti e i governi rispettivi non sanno dove sbattere la testa. Tra repressione e promesse di cambiamento. La febbre della protesta tocca anche i due più grandi paesi del Maghreb: Algeria e Marocco. Ma qui, le cose evolvono molto lentamente. Nei due paesi le proteste non sono una novità e quindi i due regimi sono diventati maestri nella manipolazione e nella repressione sottile. Da una parte in Marocco, le migliorie portate dal Re Mohammed VI alla vita politica e alla libertà di espressione sono significative, dopo l'era del terrore che fu il regno di suo padre Hassan II. Queste migliorie hanno in qualche modo ravvicinato al palazzo molti movimenti d'opposizione piccola borghese. Ma non avendo in nessun modo toccato le questioni sociali e la grave disparità esistente tra la classe ricca e quella povera nel paese, queste riforme stanno esaurendo il loro effetto benefico. Le nuove generazioni, quelle che non hanno conosciuto l'era nera, fanno giustamente notare che se è meglio il carcere comune, rispetto alla cella d'isolamento, ma non lo si può spacciare per la vita vera.
 
In Algeria invece è il fantasma della guerra civile che sembra paralizzare la protesta. I giovani anche qua sono stufi, hanno voglia di “spaccare tutto”. Ma si sente come una paura profonda che trattiene il resto della società dalla mobilitazione generale. I conti con il passato sono ancora aperti. Nessuno è mai stato processato per le stragi degli anni 90, né militari, né integralisti armati. Come se fu colpa delle vittime se si sono trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. I parenti delle vittime del terrorismo e quelli degli scomparsi (per lo più rapiti dalle forze di sicurezza) dopo essersi guardati in cagnesco per anni, oggi si avvicinano gli uni dagli altri e si riuniscono nel dolore e nella solitudine. Solitudine di chi continua a chiedere giustizia ad un mondo che non ha orecchie. In piazza i giovani scendono da soli. Mettono le strade a fuoco, poi le forze politiche scendono ognuna per conto suo. Poi i lavoratori dei vari settori si mettono in sciopero. Ci sono tutti gli ingredienti per una insurrezione generale ma manca il cuore.
 
Comunque in genere, se si fa fatica a capire le dinamiche reali che muovono queste rivolte, sul loro futuro il buio è ancora più totale. Dove possono condurre queste sollevazioni che non trovano paragoni che nei tormenti di inizio secolo che portarono alla fine dell'era coloniale. Sarà la fine di una era, anche questa? É, come la descrivono alcuni, una specie di caduta del muro di Berlino? Porteranno ad un miglioramento della qualità della vita, attraverso una maggiore apertura democratica dei regimi? O invece porterà a più frammentazione, più etnicizzazione e ad una regione che rimarrà, come è oggi buona parte dell'Africa, in balia alle guerre “tribali” e alle manipolazioni delle multinazionali? Solo il futuro ce lo potrà dire. Con il tempo, forse, si riuscirà a capire le cause, gli effetti, le dinamiche interne ed esterne scatenate da queste rivolte. Per ora regna una grande confusione e basta. Rimane che la guerra libica e la chiara volontà delle potenze occidentali di assicurarsi il controllo del dopo-rivolte, ha intaccato seriamente l'apparente purezza iniziale di questi movimenti. Le polemiche sono accese tra pro e contro le rivolte e tra pro e contro intervento occidentale. E come succede spesso in questi casi, la passione prende il sopravvento sulla riflessione. Invece la riflessione è proprio ciò che ci vuole in questo caso. Una riflessione pacata, profonda... con l'aiuto di informazioni, analisi, argomenti, punti di vista e opinioni diversi.
Da questa riflessione e dalla comprensione migliore dei fenomeni in corso dipende anche la solidarietà dei movimenti internazionali per la pace e la giustizia nel mondo.
 


[1]    Vattene. Slogan tunisino ripreso poi da tutti.




Karim Metref


Karim Metref, nato in Algeria nel 1967, è stato insegnante per circa dieci anni in Algeria, impegnandosi nella militanza per i diritti culturali dei Berberi e per l’accesso ai diritti democratici in Algeria. Il giornalismo e la scrittura sono strumenti per veicolare le sue convinzioni politiche e le nuove forme di pedagogia che ha imparato e diffuso come formatore a partire dal 1998. Ha scritto Tislit n Wanzar, novella per ragazzi in lingua berbera (Algeria, 1997), e Quando la testa ritrova il corpo, manuale di giochi educativi per le scuole dell’infanzia, con Sigrid Loos, (Ega- Torino). È anche autore di Il ritorno degli Aarch – i villaggi della Cabilia scuotono l’Algeria (video 60’ ed. Metissart - Carta). Ha pubblicato articoli e dossier sulle riviste "Carta", "Cem-mondialità", "Guerre e Pace", "Diario" e "DeriveApprodi", nonché sui siti delle agenzie Migranews e di Peacereporter. Ha lavorato come animatore radiofonico presso Radio Torino Popolare nella trasmissione “Babalasala” poi “Mondonotizie”, entrambe dedicate al mondo dell’immigrazione. Ha lavorato nel Balcani, in Medio Oriente ed in Asia sempre in situazioni di emergenza o conflitto. Nel 2006 ha pubblicato per Traccediverse edizioni (collana Mangrovie) Caravan to Bagdad e Tagliato per l’esilio. (Fonte scheda: www.comune.fe.it/vocidalsilenzio/)





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