PIOGGIA: LA BENSOGNATA


Mia Couto

Sono seduto vicino alla finestra e guardo la pioggia che cade da tre giorni. Che nostalgia mi procurava il tintinnio umido dell’acquerugiola. La terra profumeggiante assomiglia alla donna in prossimità di una carezza. Da quanti anni non pioveva così? Per quanto è durata, la siccità ha ammutolito la nostra miseria. Il cielo osservava la progressiva scomparsa della terra e, nello specchio, si vedeva morire. La gente pluvindagava: forse si può ricominciare di nuovo, forse la felicità è ancora possibile?
Ora, la pioggia cade, abbondante, benedetta. Il suolo, questo indigena indigente, sta acquisendo varietà di bellezze. Spio la strada come se stessi alla finestra del mio paese intero. Mentre, là fuori, le pozzanghere si riempiono, vecchia Tristeresa riordina la stanza. Per Tristeresa la pioggia non è un tema del clima ma un messaggio degli spiriti. L’anziana si concede grandi sorrisi: questa volta indosserò io il vestito per cui lei insiste così tanto con me. Indumento troppo presentabile, mente io vesto jeans e maglietta. Tristeresa scuote nella sua testa la mia caparbietà: ci sarà un buon motivo perché appaia così svelato, senza assoggettarmi alle dovute apparenze? Lei non comprende.
Nel lisciare i lenzuoli, tocca altri argomenti. La vecchia signora non ha dubbi: la pioggia è sopraggiunta grazie alle preghiere e alle cerimonie offerte agli antenati. In tutto il Mozambico la guerra sta per finire. Sì, adesso le piogge possono ricominciare. Per molti anni gli dei ci hanno castigato con la siccità. I morti, anche i più importanti, laggiù in profondità, rinsecchivano. Tristeresa spazzola la giacca che non metterò mai e proferisce le sue certezze:
La nostra terra era piena di sangue. Oggi verrà pulita. Immagina che essa siano i panni che ho lavato. Ma nemmeno adesso, per favore, nemmeno adesso, permette che questo vestito sia da lei indossato?
— Ma zia Tristeresa, non è che sta piovendo troppo? Troppo? No, la pioggia non ha dimenticato i modi di cadere, afferma l’anziana. E mi spiega: l’acqua sa quanti granelli contiene la sabbia. Per ogni granello essa fa una goccia. Come la madre che lavora a maglia la giacca del figlio assente.
Per Tristeresa la natura ha i suoi compiti, svolti in modo semplice come i suoi. Gli acquazzoni sono stati ordinati al momento giusto: gli sfollati, ritornando ai loro luoghi, troveranno la terra bagnata concorde con il sapore delle semi. La Pace ha altri governi che non passano per la volontà dei politici.
Ma dentro di me rimane un sospetto: questa pioggia, zia mia, non sarà prolungatamente troppa? Non sarà che alla calamità del caldo seguirà la punizione delle alluvioni?
Tristeresa osserva il paesaggio inondato e mi illustra altre conoscenze meteorologiche che il mio sapere non può raggiungere. Una stoffa si riconosce sempre dal rovescio, suole dirmi. Dio fece i bianchi e i negri per comprendere l’uomo dalle spalle degli uni e degli altri. Ed indicando le nuvole gonfie mi confessa:
— Lassù, signore, ci sono pesci e crostacei. Sì, animali che sempre accompagnano l’acqua. Aggiunge, poi: ne cadono sempre molti durante le tempeste.
— Non crede, signore? Anche nella mia casa sono già caduti.

Sì, fingo di crederci. E che tipo di pesci?
Negativo: questi pesci non possono ricevere nessun nome. Ci vorrebbero parole sacre ed esse non rientrano nelle nostre voci umane. Di nuovo, allontana i suoi occhi attraverso la finestra. Là fuori continua a piovere. Il cielo restituisce il mare che in esso aveva alloggiato in lente migrazioni di azzurro. Sembra proprio che questa volta il cielo sia intenzionato ad invadere la terra intera ed unire fraternamente i fiumi. Torno a chiedere: forse, non cadranno troppe acque in maligna bontà? La voce di Tristeresa si ripete nella monotonia della pioggia e sussurride: signore, scusi la mia bocca, ma sembra un animale in cerca del bosco. Prosegue:
— La pioggia sta pulendo la sabbia. I morti saranno soddisfatti. Ora, era buon riguardo, che indossasse questo vestito. Per convenire alla festa del Mozambico…
Tristeresa mi guarda di nuovo, dubbiosa. Poi, rassegnata, appende la giacca. Il vestito sembra sospirare. La mia caparbietà è rimasta appesa ad un attaccapanni. Spio la strada, righe bagnate di tristezza scendono dai vetri. Per quale motivo cerco così tanto l’evasione? E perché alla vecchia zia piace vivere dentro casa? Forse, per appartenere di più al mondo Tristeresa non sente come me il desiderio di uscire. Crede che sia finito il tempo di soffrire, la nostra terra si sta lavando dal passato.
La vecchia ha concluso il suo lavoro, si congeda mentre chiude le porte con un lento fluttuare di mani. Nel suo animo è entrata la tristezza, ed io sono il colpevole. Osservo come, là fuori, spuntano le piante. Il verde parla la lingua di tutti i colori. La zia esce dopo aver salutato per la seconda volta quando io la chiamo:
— Tristeresa, prendi la mia giacca.
Lei si illumina di meraviglia. Mentre sveste l’attaccapanni, la pioggia si arresta. Soltanto le ultime gocce cadono sulla mia giacca. Tristeresa mi dice: non scuoterla, quest’acquetta porta fortuna. E a braccetto uscimmo, calpestando le pozzanghere, noncuranti, come due bambini che conoscono del mondo la felicità di un giocattolo infinito.

(Questo racconto è tratto dalla raccolta di racconti Estórias Abensonhadas, Editorial Caminho, Lisbona, 1994. Tradotto in Italiano da Maria Grazia Orsi).

 

L’ORIGINALE IN PORTOGHESE:

CHUVA: A ABENSONHADA

Estou sentado junto da janela olhando a chuva que cai há três dias. Que saudade me fazia o molhado tintintinar do chuvisco. A terra perfumegante semelha a mulher em véspera de carícia. Há quantos anos não chovia assim? De tanto durar, a seca foi emudecendo a nossa miséria. O céu olhava o sucessivo falecimento da terra, e em espelho, se via morrer. A gente se indaguava: será que ainda podemos recomeçar, será que a alegria ainda tem cabimento?
Agora, a chuva cai, cantarosa, abençoada. O chão, esse indigente indígena, vai ganhando variedades de belezas. Estou espreitando a rua como se estivesse à janela do meu inteiro país. Enquanto, lá fora, se repletam os charcos a velha Tristereza vai arrumando o quarto. Para Tia Tristereza a chuva não é de clima mas recado dos espíritos. E a velha se atribui amplos sorrisos: desta vez é que eu envergarei o fato que ela tanto me insiste. Indumentária tão exibível e eu e envergando mangas e gangas. Tristereza sacode em sua cabeça a minha teimosia: haverá razoável argumento para eu me apresentar assim tão descortinado, sem me sujeitar às devidas aparências? Ela não entende.
Enquanto alisa os lençóis, vai puxando outros assuntos. A idosa senhora não tem dúvidas: a chuva está a acontecer devido das rezas, cerimónias oferecidas aos antepassados. Em todo o Moçambique a guerra está parar. Sim, agora já as chuvas podem recomeçar. Todos estes anos, os deuses nos castigaram com a seca. Os mortos, mesmo os mais veteranos, já se ressequiam lá nas profundezas. Tristereza vai escovando o casaco que eu nunca hei-de usar e profere suas certezas:
— Nossa terra estava cheia do sangue. Hoje, está ser limpa, faz conta é essa roupa que lavei. Mas nem agora, desculpe o favor, nem agora o senhor dá vez a este seu fato?
— Ma, Tia Tristereza: não será está chover de mais?
De mais? Não, a chuva não esqueceu os modos de tombar, diz a velha. E me explica: a água sabe quantos grãos tem a areia. Para cada grão ela faz uma gota. Tal igual a mãe que tricota o agasalho de um ausente filho. Para Tristereza a natureza tem seus serviços, decorridos em simples modos como os dela. As chuvadas foram no justo tempo encomendadas: os deslocados que regressam a seus lugares já encontrarão o chão molhado, conforme o gosto das sementes. A Paz tem outros governos que não passam pela vontade dos políticos.
Mas dentro de mim persiste uma desconfiança: esta chuva, minha tia, não será prolongadamente demasiada? Não será que à calamidade do estio se seguirá a punição das cheias?
Tristereza olha a encharcada paisagem e me mostra outros entendimentos meteorológicos que minha sabedoria não pode tocar. Um pano sempre se reconhece pelo avesso, ela costuma me dizer. Deus fez os brancos e os pretos para, nas costas de uns e outros, poder decifrar o Homem. E apontando as nuvens gordas me confessa:
— Lá em cima, senhor, há peixes e caranguejos.
Sim, bichos que sempre acompanham a água.
E adianta: tais bichezas sempre caem durante as tempestades.
— Não acredita, senhor? Mesmo em minha casa já caíram.
— Sim, finjo acreditar. E quais tipos de peixes?
Negativo: tais peixes não podem receber nenhum nome. Seriam precisas sagradas palavras e essas não cabem em nossas humanas vozes. De novo, ela lonjeia seus olhos pela janela. Lá fora continua chovendo. O céu devolve o mar que nele se havia alojado em lentas migrações de azul. Mas parece que, desta feita, o céu entende invadir a inteira terra, juntar os rios, ombro a ombro. E volto a interrogar: não serão demasiadas águas, tombando em maligna bondade? A voz de Tristereza se repete em monotonia de chuva. E ela vai murmurrindo: o senhor, desculpe a minha boca, mas parece um bicho à procura da floresta. E acrescenta:
— A chuva está limpar a areia. Os falecidos vão ficar satisfeitos. Agora, era bom respeito o senhor usar este fato. Para condizer com a festa de Moçambique...
Tristereza ainda me olha, em dúvida. Depois, resignada, pendura o casaco. A roupa parece suspirar. Minha teimosia ficou suspensa num cabide. Espreito a rua, riscos molhados de tristeza vão descendo pelos vidros. Por que motivo eu tanto procuro a evasão? E por que razão a velha tia se aceita interior, toda ela vestida de casa? Talvez por pertencer mais ao mundo, Tristereza não sinta, como eu, a atracção de sair. Ela acredita que acabou o tempo de sofrer, nossa terra se está lavando do passado. Eu tenho dúvidas, preciso olhar a rua. A janela: não é onde a casa sonha ser mundo?
A velha acabou o serviço, se despede enquanto vai fechando as portas, com lentos vagares. Entrou uma tristeza na sua alma e eu sou o culpado. Reparo como as plantas despontam lá fora. O verde fala a língua de todas as cores. A Tia já dobrou as despedidas e está a sair quanto eu a chamo:
— Tristereza, tira o meu casaco.
Ela se ilumina de espanto. Enquanto despe o cabide, a chuva vai parando. Apenas uns restantes pingos vão tombando sobre o meu casaco. Tristereza me pede: não sacuda, essa aguinha dá sorte. E de braço dado, saímos os dois pisando charcos, em descuido de meninos que sabem do mundo a alegria de um infinito brinquedo.


Un breve saggio sull’autore:

MIA COUTO, IL MAESTRO DELLA MOZAMBICANITÀ

La letteratura è il terreno sacro dove si inventa un suolo e ci sediamo con gli dei. Il luogo dove anche noi siamo dei. Durante questa relazione creiamo un tempo fuori dal tempo e ci leghiamo di nuovo con l’universo. Ciò trasforma in un momento divino quel piccolo delirio che è l’atto di inventare.
Senza ombra di dubbio, Mia Couto è oggi lo scrittore mozambicano maggiormente conosciuto fuori dal Mozambico ed uno degli autori contemporanei di lingua portoghese più letti, premiati e tradotti.
Se la sua carta di identità ci mostra il nome di António Emílio Leite Couto, figlio di Maria de Jesus e di Fernando Couto, nato nel luglio del 1955 a Beira — seconda città di una delle ex-colonie portoghesi ? la sua scrittura ci anticipa un paese inventato a partire dal sogno di un bambino bianco che si è voluto chiamare Mia e ha “mozambicanizzato” la lingua portoghese per ricreare un mondo a misura dell’Uomo Mozambicano.
Nel 1971, terminato il liceo, Mia si iscrive alla facoltà di Medicina dell’Università di Lourenço Marques. Il suo sogno è di diventare psichiatra, ma nel 1974 scambia l’università con il giornalismo. Da allora, inizia un periodo importante nella sua vita personale e professionale che lo segnerà in modo definitivo e lo trasformerà in elemento attivo della costruzione del Mozambico, con ogni virtù ed errore. Questa scelta, infatti, colloca il giovane mozambicano al centro nevralgico della nascita del paese e spiega, in gran parte, le numerose affermazioni con cui egli suole sorprenderci nel dichiararsi il beneficiario di un’unica situazione, come se «avesse preso un passaggio dalla Storia».
Da Tribuna1, dove aveva lavorato a fianco di Rui Knopfli, passa alla direzione dell’Agenzia di Informazione Nazionale, nella quale rimane per circa tre anni, spostandosi spesso da un luogo all’altro del paese. Partecipa a diverse manifestazioni, forma quadri e reti di corrispondenti. Intanto, è nominato direttore della rivista Tempo, incarico che ricopre fino al 1981. Dopo, passa al giornale Notícias, da cui si dimette nel 1985.
Nell’esaminare tutti questi organi di informazione non riconosciamo alcun segno particolare dello scrittore: si tratta di un lavoro collettivo a scopo militante e nazionalistico, in cui non possono rientrare personalità o ideali che diano corpo a manifestazioni artistiche di tipo individuale. Nel frattempo, iniziano però a comparire delle eccezioni a questa militanza totalizzante, ed è proprio nel giornale che le cronache di Mia Couto sorgono come brecce creative di differenza a livello linguistico, tematico e concettuale. Il pubblico mozambicano si sente spinto a partecipare alle riflessioni che gli vengono proposte, e i giornali vanno subito a ruba. Nel 1983 Mia Couto pubblica il suo primo libro, Raiz de Orvalho, una sorta di pamphlet contro il dominio assoluto della poesia militante.
Uno dei motivi che portano Mia Couto a lasciare la direzione di Notícias, è il desiderio di ritornare all’università, quello che di fatto accadrà nel 1985, ma allora per iscriversi a Biologia. La convivenza con i giovani colleghi e la riscoperta dell’antico piacere della confabulazione rappresentano, per Mia, un nuovo apprendistanto: egli sente che ci sono tante storie da raccontare e tante difficoltà nel farlo.
Nel giugno del 1986 gli otto racconti di Vozez Anoitecidas sono, senza dubbio, la rivelazione dello scrittore. Il proprio «desiderio di raccontare e di inventare» ha rotto il silenzio della parola e corrotto la scrittura con tonalità di voci sconosciute nello spazio di un autentico incontro tra uomini e donne che raccontano, al tramonto, le storie antiche di ieri e di sempre. Karingana ua Karingana2 è la formula magica che ci sembra di ascoltare, capace di trasportarci nell’infanzia del racconto meraviglioso e nell’età adulta della convivenza e della solidarietà con i popoli sapienti di vita(e) ed ignoranti di tecniche e scienze. Esiste un certo fascino in questa scoperta e in questo incontro di culture. Fascino che permane in tutta la narrativa di Couto e costituisce lo scenario, se non la ragione di essere, degli stessi racconti, in grado di spiegare, probabilmente, la magia di questa scrittura orale.
I racconti, storie poeticamente sentite e raccontate alla maniera del griot africano, sono una costante in tutto il percorso letterario dello scrittore e spesso sono pubblicati per la prima volta in un giornale di lingua portoghese.
Nonostante l’autore si identifichi come poeta, l’opera(e) di poesia di Mia Couto corrisponde(ono), secondo noi, ad un’area meno significativa della complessità creativa dell’autore. Si tratta di un insieme di momenti poetici – alcuni di maggior lirismo rispetto ad altri – che ben esemplificano il bisogno di rivelare al mondo sentimenti molto intimi, oltre al modo di essere, da un lato, in conflitto con l’assenza generalizzata di valori umani e con una certa condivisione dell’affetto individualizzata. Dall’altro, essi sottolineano il modo di essere esplosivo della loro potenziale creatività, non ancora incanalizzata verso «altre dimensioni della parola».
Vale la pena ricordare che l’opera narrativa di Mia Couto conta anche di un racconto infantile, un racconto lungo e sei romanzi.
Aldilà delle opere pubblicate, Mia Couto collabora regolarmente a diverse rubriche di riviste e quotidiani sia mozambicani che stranieri, come il giornale Domingo, la rivista África e il quotidiano portoghese Público. Ugualmente riconosciuto, è anche il suo interesse per il teatro, sia come autore di testi, adattati e rappresentati da diverse compagnie teatrali, che come drammaturgo e collaboratore del «Grupo Teatral Mutumbela Gogo». Il cinema, allo stesso modo, è andato a cercare trame e personaggi nelle storie di Couto. João Ribeiro, nel 1992, ha diretto e scritto il cortometraggio, Fogata, basato sul racconto «A Fogueira» della raccolta di racconti Vozes Anoitecidas. Nel 1994, António Forjaz ha realizzato il suo primo lavoro, Mississe, a partire dal racconto «Patanhoca ou o Cobreiro Apaixonado» di Vozes Anoitecidas. Nello stesso anno, Mia scrive il soggetto per la telenovela Não é preciso Empurrar, per la regia di Sol de Carvalho e con la partecipazione della famosa attrice brasiliana, Maitê Proença. Sulla base del racconto «Saíde, o Lata de Água», la Ébano Multimédia ha realizzato un episodio di circa trenta minuti: O Olhar das Estrelas. Questo cortometraggio girato, nel 1996, fa parte di un progetto della TV Pubblica Sudafricana dal titolo, «Sonhos Africanos». L’anno prima, Sol de Carvalho aveva diretto Sementes em ruínas da consciência a partire da un testo di Mia Couto.
Nel corso del suo percorso letterario, Couto ha sempre affermato di fare lo scrittore ma, in realtà, di non esserlo. Siamo di fronte a chi ha scelto di raccontare agli altri le storie del proprio popolo – il popolo che fa parte/farà parte di un paese in costruzione, e per realizzare questo sente il bisogno di andare alla ricerca di forme adeguate. La difficoltà di questa adeguatezza risulta, però, dal tentativo di far corrispondere all’oralità creativa e genuina delle diverse culture mozambicane la scrittura unificatrice e normativa, espressione di una cultura in cui i mozambicani si riconoscano o si riconosceranno. A tale scrittura corrisponde una lingua in mutazione che parte da una matrice europea (quella dei colonizzatori) e va acquisendo forme e sfumature africane, senza che quest’opera di trasgressione risulti essere alla fine un’imitazione propriamente detta né, tanto meno, una ricreazione caotica e superficiale.
Nonostante questo compito gli occupi buona parte del tempo, lo scrittore è biologo e in questa condizione si riconosce professionalmente. Inoltre, è come biologo che entra in contatto con le popolazioni e (ri)apprende la genuinità delle comunità non urbane che vivono ancora secondo le tradizioni degli antenati e di queste informano le nuove generazioni. Si tratta quindi di un movimento circolare: lo scrittore «si alimenta» della vita del biologo e il biologo si prepara per una nuova vita grazie all’immaginazione dello scrittore. Questa conoscenza delle realtà diffuse nel paese autentico è tanto più ricca quanto diversificata è la composizione etnica delle nazioni mozambicane.
Riteniamo, infine, che la lettura della narrativa di Mia Couto sia anche un esercizio di (ri)conoscimento delle marche della mozambicanità dal punto di vista culturale e lo stesso Mia Couto sia un «maestro della mozambicanità».

LE OPERE

1983. Raiz de Orvalho, Cadernos Tempo, Colecção Gostar de Ler, Maputo [Poesie]
1986. Vozes Anoitecidas, A.E.M.O., Colecção Karingana – Prosa – 1, Maputo [Racconti]
1988. Cronicando, Edições Notícias, Colecção Tarimba, n° 1, Maputo [Cronache e racconti]
1990. Cada Homem É Uma Raça, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 44, Lisbona (Racconti)
1991. Cronicando, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 52, Lisbona (2ª ed. rivista ed ampliata - 1ª ed. portoghese) [Cronache e racconti]
1992. Terra Sonâmbula, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 62, Lisbona [Romanzo]
1994. Estórias Abensonhadas, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 69, Lisbona [Racconti]
1996. A Varanda do Frangipani, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 69, Lisbona [Romanzo]
1997. Contos do Nascer da Terra, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 86, Lisbona [Racconti]
1997. Mar Me Quer, EXPO 98 Mares, n° 75, Lisbona [Racconto lungo]
1999. Vinte e Zinco, Editorial Caminho, Lisbona [Romanzo]
1999. Raiz de Orvalho e Outros Poemas, Editorial Caminho, Colecção Uma Terra sem Amos, n° 105, Lisbona [Poesie]
2000. O Último Voo do Flamingo, Editorial Caminho, Colecção Uma Terra sem Amos, n° 114, Lisbona [Romanzo]
2001. Na Berma de Nenhuma Estrada e Outros Contos, Editorial Caminho, Colecção Uma Terra sem Amos, n° 117, Lisbona [Racconti]
2001. O Gato e o Escuro, Editorial Caminho, con illustrazione di Danuta Wojciechowska, Lisbona [Racconto per l’infanzia]
2002. Um Rio Chamado Tempo, Uma Casa Chamada Terra, Editorial Caminho, Ccolecção Outras Margens, n° 1, Lisbona [Romanzo]

OPERE DELL’AUTORE TRADOTTE IN ITALIANO

1989. Voci all’imbrunire, Edizioni Lavoro, Roma (Ed. or. Vozes Anoitecidas, A.E.M.O., Maputo, 1986)
1998. Il dono del viandante e altri racconti, Ed. Ibis, Como-Pavia (Selezione di racconti tratti dalla raccolta Cronicando, Editorial Caminho, Lisbona, 1991)
1999 Terra Sonnambula, Guanda, Collana La Frontiera Scomparsa, Parma (Ed. or. Terra Sonâmbula, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 62, Lisbona)
2002 Terra Sonnambula, Guanda, Collana Le Fenici Tascabili, Parma (Ed. or. Terra Sonâmbula, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 62, Lisbona)
2002. Sotto l’albero del Frangipani, Guanda, Collana La Frontiera Scomparsa, Parma (Ed. or. A Varanda do Frangipani, Editorial Caminho, Colecção Uma terra sem Amos, n° 69, Lisbona)

Pioggia: la bensognata

Queste storie parlano della terra in cui stiamo ricostruendo e bagnando di speranza il volto della pioggia, acqua bensognata. Di questa terra, dove tutti gli uomini sono uguali semplicemente fingendo che siano, sognando che saranno, inventando che torneranno3.

Il settimo racconto di Estórias Abensonhadas4 riprende l’aggettivo qualificativo del titolo dell’opera e mette a fuoco un tema ricorrente nella realtà africana in generale e, in particolare, in quella mozambicana: l’importanza dell’acqua. Il fatto che il racconto corrisponda al numero sette, simbolo quest’ultimo dell’armonia, non può passare inosservato. Il sette, infatti, si usa associare in quasi tutte le religioni all’idea di perfezione e di totalità e si presenta, fin dall’Antichità, come la manifestazione dell’Ordine e dell’Organizzazione del Cosmo.
La benedizione sognata della pace che queste Estórias Abensonhadas – scritte dopo la guerra – festeggiano, sottolinea la speranza che la pioggia benedica l’avvenire della vita mozambicana nella difficoltà della (ri)costruzione e nell’affermazione di un’identità che includa tutte le differenze, senza negarle anzi, alimentandosi di queste, in grado di accrescere un patrimonio comune da (re)inventare. Questa idea, però, va aldilà del pensiero dell’uomo mozambicano comune ed è espressa nei seguenti termini a proposito delle prime elezioni libere: «Abbiamo fatto la guerra e Dio, come punizione, ci ha mandato una lunga siccità che provoca tanta fame. Con le elezioni arriveranno le piogge, e l’acqua laverà il terreno dal sangue dei nostri fratelli, che tuttora sporca il nostro terreno. Coltiveremo i nostri campi e non avremo più fame».
Il narratore autodiegetico (che si può confondere con l’autore) racconta un episodio che ha vissuto con zia Tristeresa, un’anziana signora, sua domestica. Sebbene non sia esplicito nel testo, osiamo indovinare il colore della pelle dei personaggi: il padrone bianco, la serva negra. Allo stesso modo, deduciamo che il narratore sia abbastanza giovane, non solo perché veste con jeans, ma anche per la sua non conoscenza delle tradizioni di cui i più vecchi sono fedeli depositari.

È da tre giorni che piove e il narratore si delizia con lo spettacolo della terra «profumeggiante simile alla donna in prossimità di una carezza». Questa similitudine traduce perfettamente agli occhi di un uomo urbano, in pieno istinto sessuale, l’odore e l’aspetto della terra africana bagnata dall’acqua della pioggia. Per Tristeresa – che riordina la stanza – la pioggia non è un fattore climatico, bensì un messaggio degli spiriti. Infatti, l’idea che la pioggia sia inviata dagli dei antenati è condivisa pienamente da diverse etnie mozambicane. Soltanto a titolo di esempio, riportiamo dall’opera di Henri Junod5 il seguente passo: «Se non arrivano gli acquazzoni primaverili per annaffiare la terra, si pensa subito che bisogna offrire agli dei antenati un sacrificio. La pioggia non può cadere perché il paese non compie le leggi della vita. La pioggia teme questo luogo. […] abbiamo allontanato la disgrazia originata da queste donne. Il paese è nuovamente puro. La pioggia potrà cadere! Gli xikwembu sono i signori di tutte le cose: terra, colture, alberi, pioggia, adulti, bambini, persino dei valoyi o detentori di sorte! Sono onnipresenti su tutte queste persone e su tutte queste cose. […] Gli dei possono benedire. Se l’albero è carico di frutti è perché essi hanno fatto sì che crescesse, se i raccolti sono abbondanti, è perché hanno costretto i detentori di sorte a moltiplicare i semi o hanno impedito che li distruggessero. […] Ma possono anche maledire e far cadere sui propri discendenti disgrazie a non finire. Se non piove, è per causa della loro collera. Se un tronco cade su qualcuno, sono stati loro a farlo cadere. Se un bambino ha la febbre e smania, essi sono dentro di lui e gli tormentano l’anima».
Aldilà di questa differenza di intendimento del fenomeno naturale legato alla pioggia, l’autore evidenzia la personalità di ognuno dei personaggi in base alle loro scelte riguardo l’abbigliamento. L’anziana signora disapprova il modo di vestire del suo padrone e non comprende la caparbietà di questo a non voler indossare un vestito di cui essa si prende tanto cura e considera più adatto a lui.

Durante la conversazione tra i due personaggi risalta la saggezza ancestrale, infusa di credenze, di Tristeresa e il tentativo di comprendere da parte di un narratore sfiduciato e preoccupato con il futuro. È così che veniamo a sapere, per esempio, che «la natura ha i suoi compiti, svolti in modo semplice»; ciò che garantisce alla pioggia di non essere mai troppa, è che gli spiriti degli antenati si prendono cura dei vivi e dentro le nuvole vi abitano pesci e crostacei, «animali che accompagnano sempre l’acqua», come è ben dimostrato dalla pozione della pioggia prodotta su larga scala. Tutti gli ingredienti di questa pozione magica sono prodotti del mare: ricci, alghe, letteralmente corde del mare, pezzi di ossa di balena o di pesci marini, conchiglie bivalve ed anche pezzi di legno di nave naufraghe, dal momento che crediamo che il simile crei il proprio simile.
Una volta terminati i lavori, la vecchia, rassegnata, riappende il vestito all’attaccapanni, e insiste sulla sua idea: quella era una buona occasione – per la festa del Mozambico – perché il narratore «permettesse che quel vestito fosse indossato»; il narratore non resiste e le ordina: «Tristeresa, prendi la mia giacca». È il momento della svolta, verso un finale di riequilibrio. Mentre l’anziana spoglia l’attaccapanni, la pioggia smette di cadere. Quando escono, «noncuranti, come due bambini che conoscono del mondo la felicità di un giocattolo infinito», soltanto alcune gocce cadono sulla giacca. Ancora una volta, Tristeresa esercita il suo compito di maestra della mozambicanità e chiede al narratore di «non scuoterla, perché quest’acquetta porta fortuna».
Sembra quasi che in questa vecchia africana siano contenute una dolcezza e una generosità profonde (comunemente attribuite alle Terese) mescolate alla tristezza, che le ribattezza il nome: Tristeresa, colei che svela l’amalgama delle qualità che portano all’atteggiamento finale del narratore e che contribuisce a costruire l’immagine della donna e della terra mozambicane.

 

Note:

1 Tribuna, una rivista che si pubblicava a Lourenço Marques tra il 1962 e il 1975, alla quale collaborarono molti autori della letteratura mozambicana, come Heliodoro Baptista, José Craveirinha, Luís Carlos Patraquim, Mia Couto, Orlando Mendes, Reinaldo Ferreira, Rui Knopfli e Virgílio de Lemos.
2 «C’era una volta». Formula iniziale utilizzata dai cantastorie ronga.

3 In Introduzione a Estórias Abensonhadas, Editorial Caminho, Lisbona, 1994, p. 7.
4 Ventisei racconti compongono Estórias Abensonhadas: undici inediti, gli altri pubblicati precedentemente sul quotidiano portoghese Público.
5 Junod, Henri A. Usos e Costumes dos Bantu, 2 voll., Arquivo Histórico de Moçambique, Maputo, 1996, pp. 266-68; p. 330.

 

Testo critico e bibliografia compilati dalla Prof.ssa Fernanda Maria Cavacas ricercatrice in Letterature Africane di Espressione Portoghese e specialista dell’opera di Mia Couto.

Traduzione dall’originale e organizzazione delle opere dell’autore tradotte in italiano di Maria Grazia Orsi.




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