IL FIORILEGIO DI CONTRONOMI

- Brano tratto dal saggio Gomorra -


Roberto Saviano



(...) Paolo Di Lauro è conosciuto come "Ciruzzo 'o milionario": un contronome ridicolo, ma soprannomi e contronomi hanno una precisa logica, una sedimentazione calibrata. Ho sempre sentito chiamare gli appartenenti al Sistema con il soprannome, al punto che il nome e il cognome in molti casi arriva a diluirsi, a essere dimenticato. Non si sceglie un proprio contronome, spunta d'improvviso da qualcosa, per qualche motivo, e qualcuno lo riprende. Così per mero fato nascono i soprannomi di camorra. Paolo Di Lauro è stato ribattezzato "Ciruzzo 'o milionario" dal boss Luigi Giuliano che lo vide una sera presentarsi al tavolo da poker mentre lasciava cadere dalle tasche decine di biglietti da centomila lire. Giuliano esclamò: "E chi è venuto, Ciruzzo 'o milionario?". Un nome uscito in una serata brilla, un attimo, una trovata giusta.
Ma il florilegio di contronomi è infinito. Carmine Alfieri "'o'ntufato", l'arrabbiato, il boss della Nuova Famiglia, venne chiamato così per il ghigno di insoddisfazione e rabbia sempre presente sul suo viso. Poi ci sono i contronomi che provengono dai soprannomi degli avi di famiglia e che si appiccicano anche agli eredi, come il boss Mario Fabbrocino detto "'o graunar"", il carbonaio: i suoi avi vendevano il carbone e tanto era bastato per definire così il boss che aveva colonizzato l'Argentina con i capitali della camorra vesuviana. Ci sono soprannomi dovuti alle passioni dei singoli camorristi come Nicola Luongo, detto "'o wrangler", un affiliato fissato con i fuoristrada Wrangler, divenuti veri e propri modelli prediletti dagli uomini di Sistema. Poi i contronomi nati sulla scorta di particolari tratti fisici, Giovanni Birra "'a mazza" per il suo corpo secco e lungo, Costantino Iacomino "capaianca" per i capelli bianchi che gli spuntarono prestissimo in testa, Ciro Mazzarella "'o scellone" dalle scapole visibili, Nicola Pianese chiamato "'o mussuto" ossia il baccalà per la sua pelle bianchissima, Rosario Privato "mignolino", Dario De Simone "'o nano", il nano. Contronomi inspiegabili come Antonio Di Fraia detto "'u urpacchiello", un termine che sta per frustino, di quelli ricavati essiccando il pene dell'asino. E poi Carmine Di Girolamo detto "'o sbirro" per la capacità di coinvolgere nelle sue operazioni poliziotti e carabinieri. Ciro Monteriso "'o mago" per chissà quale ragione. Pasquale Gallo di Torre Annunziata dal viso grazioso detto "'o bellillo", i Lo Russo definiti "i capitoni" come i Mallardo i "Carlantoni" e i Belforte i "Mazzacane" e i Piccolo i "Quaqquaroni", vecchi nomi dei ceppi di famiglia. Vincenzo Mazzarella "'o pazzo" e Antonio Di Biasi, soprannominato "pavesino" perché quando usciva a fare operazioni militari si portava sempre dietro i biscotti pavesini da sgranocchiare. Domenico Russo, soprannominato "Mimi dei cani", boss dei Quartieri Spagnoli, chiamato così perché da ragazzino vendeva cuccioli di cane lungo via Toledo. E poi Antonio Carlo D'Onofrio "Carlucciello 'o mangiavatt'" ossia Carletto il mangiagatti, leggenda vuole che avesse imparato a sparare usando i gatti randagi come bersaglio. Gennaro Di Chiara che scattava violentemente ogni qual volta qualcuno gli toccava il viso era detto "file scupierto", filo scoperto. Poi ci sono contronomi dovuti a espressioni onomatopeiche intraducibili come Agostino Tardi detto "picc pocc" o Domenico di Ronza "scipp scipp" o la famiglia De Simone detta "quaglia quaglia", gli Aversano detti "zig zag", Raffaele Giuliano "'o zul", Antonio Bifone "zuzù".
Gli è bastato ordinare spesso la stessa bevanda e Antonio Di Vicino è divenuto "lemon", Vincenzo Benitozzi con un viso tondo veniva chiamato "Cicciobello", Gennaro Lauro, forse per il numero civico dove abitava, detto "'o diciassette", poi Giovanni Aprea "punt 'e curtiello" perché il nonno, nel 1974, partecipò al film di Pasquale Squitieri I guappi, interpretando il ruolo del vecchio camorrista che allenava i "guaglioni" a tirare di coltello.
Ci sono invece contronomi calibrati che possono fare la fortuna o sfortuna mediatica di un boss come quello celebre di Francesco Schiavone detto Sandokan, un contronome feroce scelto per la sua somiglianza con Kabir Bedi, l'attore che interpretò l'eroe salgariano. Pasquale Tavoletta detto Zorro per la somiglianza, a sua volta, con l'attore del telefilm televisivo, o quello di Luigi Giuliano "'o re", detto anche Lovigino, contronome ispirato dalle sue amanti americane che nell'intimità gli sussurravano "I love Luigino". Da qui Lovigino. Il contronome di suo fratello Carmine "'o lione", e quello di Francesco Verde alias "'o negus" come l'imperatore di Etiopia per la sua ieraticità e per il suo essere boss da lungo tempo. Mario Schiavone chiamato "Menelik" come il famoso imperatore etiope che si oppose alle truppe italiane, e Vincenzo Carobene detto "Gheddafi" per la sua straordinaria somiglianza con il figlio del generale libico. Il boss Francesco Bidognetti è conosciuto come "Cicciotto di Mezzanotte", un contronome nato dal fatto che chiunque si fosse frapposto tra lui e un suo affare avrebbe visto calare su di sé la mezzanotte anche all'alba. Qualcuno sostiene che il soprannome gli fu affibbiato perché da ragazzo aveva iniziato la scalata ai vertici del clan proteggendo le puttane. Tutto il suo clan veniva definito ormai "il clan dei Mezzanotte".
Quasi tutti i boss hanno un contronome: è in assoluto il tratto unico, identificatore. Il soprannome per il boss è come le stimiate per un santo. La dimostrazione dell'appartenenza al Sistema. Tutti possono essere Francesco Schiavone, ma solo uno sarà Sandokan, tutti possono chiamarsi Carmine Alfieri, ma uno solo si girerà quando verrà chiamato "'o 'ntufato", chiunque può chiamarsi Francesco Verde, solo uno risponderà ai nome di "'o negus", tutti possono essere stati iscritti all'anagrafe come Paolo Di Lauro, uno solo sarà "Ciruzzo 'o milionario".

Ciruzzo aveva deciso per un'organizzazione silenziosa dei suoi affari, con un profilo militare capillare ma a bassa intensità. Era stato un boss sconosciuto per lungo tempo persino alle forze di polizia. L'unica volta, prima di darsi alla latitanza, che era stato convocato dai magistrati era stato a causa di suo figlio Nunzio che aveva aggredito un professore perché aveva osato rimproverarlo. Paolo Di Lauro era in grado di connettersi direttamente ai cartelli sudamericani e di creare reti di grossa distribuzione attraverso l'alleanza con i cartelli albanesi. La strada del narcotraffico negli ultimi anni ha rotte precise. La coca parte dal Sudamerica, giunge in Spagna e qui o viene direttamente prelevata, o viene smistata in Albania via terra. L'eroina invece parte dall'Afghanistan e prende le strade della Bulgaria, del Kosovo, dell'Albania; l'hashish e la marijuana partono dal Maghreb e hanno la mediazione dei turchi e degli albanesi nel Mediterraneo. Di Lauro era riuscito ad avere contatti diretti per ogni accesso ai mercati delle droghe, era riuscito dopo una strategia certosina a divenire a pieno titolo imprenditore delle pelli e del narcotraffico. Aveva fondato nel 1989 la celebre impresa Confezioni Valent di Paolo Di Lauro & C., che secondo lo statuto avrebbe dovuto terminare le sue attività nel 2002, ma nel novembre 2001 fu sequestrata dal Tribunale di Napoli. La Valent si era aggiudicata diversi appalti in tutt'Italia per l'installazione di cash and carry. Aveva come oggetto sociale un enorme potenziale di attività: dal commercio di mobili al settore tessile, dalle confezioni al commercio delle carni e alla distribuzionedelle acque minerali. La Valent forniva pasti a diverse strutture pubbliche e private, e provvedeva alla macellazione di carni di qualsiasi specie. Inoltre, sempre secondo l'oggetto sociale, la Valent di Paolo Di Lauro si poneva l'obiettivo di costruire attività alberghiere, catene di ristorazione, ristoranti e quanto "opportuno per il tempo libero". Nello stesso tempo dichiarava che: "la società potrà acquistare terreni, costruire sia direttamente che indirettamente fabbricati, centri commerciali o case per civili abitazioni". La licenza commerciale fu rilasciata dal comune di Napoli nel '93, la società era amministrata dal figlio di Di Lauro, Cosimo. Paolo Di Lauro, per cause legate al clan, era uscito di scena nel '96, dando le sue quote alla moglie Luisa. I Di Lauro sono una dinastia, costruita con abnegazione. Luisa Di Lauro aveva generato dieci figli, e come le grandi matrone dell'industria italiana aveva aumentato progressivamente la prole in base al successo industriale. Tutti inseriti nel clan, Cosimo, Vincenzo, Ciro, Marco, Nunzio, Salvatore, e poi i piccoli, quelli ancora minorenni. Paolo Di Lauro aveva una sorta di predilezione per gli investimenti in Francia, suoi negozi si trovavano a Nizza, ma anche a Parigi, a rue Charenton 129 e a Lione al 22 di Quai Perrache. Voleva che la moda italiana in Francia fosse veicolata dai suoi negozi, trasportata dai suoi camion, che gli Champs Elysées emanassero l'odore del potere di Scampia.
Ma a Secondigliano l'enorme azienda dei Di Lauro scricchiolava. Era cresciuta in fretta e in grande autonomia in ogni sua parte, nelle piazze dello spaccio l'aria iniziava ad appesantirsi. A Scampia invece c'era la speranza che tutto si sarebbe risolto come l'ultima volta. Quando, con una bevuta, ogni crisi trovò soluzione. Una bevuta particolare, che avvenne mentre Domenico, uno dei figli di Di Lauro, dopo un gravissimo incidente stradale, agonizzava in ospedale. Domenico era un ragazzo inquieto. Spesso i figli dei boss cada no in una sorta di delirio d'onnipotenza e ritengono di poter disporre di intere città e delle persone che le abitano. Secondo le indagini della polizia, nell'ottobre 2003, Domenico assieme alla sua scorta e un gruppo di amici, assaltò di notte un'intera cittadina, Casoria, sfasciando finestre, garage, auto, bruciando cassonetti, inzaccherando portoni con lo spray e squagliando con gli accendini i pulsanti di plastica dei citofoni. Danni che il padre seppe rimborsare in silenzio, con la diplomazia delle famiglie che devono rimediare ai disastri dei rampolli senza pregiudicare la propria autorevolezza. Domenico stava correndo in moto quando a una curva perse il controllo, cadde e per le gravi ferite mori dopo alcuni giorni trascorsi in coma all'ospedale. Quest'episodio tragico generò un incontro di vertice, una punizione e al contempo un'amnistia. A Scampia tutti conoscono questa storia, una storia leggendaria, forse inventata, ma importante per comprendere come i conflitti trovano mediazione all'interno delle dinamiche di camorra.
Si racconta che Gennaro Marino, detto McKay, delfino di Paolo Di Lauro, andò in ospedale dove si trovava il ragazzo morente, per confortare il boss. Il suo conforto venne accolto. Di Lauro poi lo tirò in disparte e gli offri da bere. Pisciò in un bicchiere e glielo porse. Al boss erano giunte all'orecchio notizie circa alcuni comportamenti del suo prediletto che non poteva avallare in nessun modo. McKay aveva fatto alcune scelte economiche senza discuterne, alcune somme di danaro erano state sottratte senza renderne conto. Il boss si era accorto della volontà del suo delfino di rendersi autonomo ma lo volle perdonare, come un eccesso di esuberanza di chi è troppo bravo nel proprio mestiere. Si racconta che McKay bevve tutto, sino alla posa. Un lungo sorso di piscio risolse il primo sisma avvenuto all'interno delle dirigenze del cartello del clan Di Lauro. Una tregua labile, che nessun rene successivamente avrebbe potuto drenare.




(Brano tratto dal saggio Gomorra - Viaggio nell'impero economico e nel sogno di dominio della camorra, Mondadori, Milano, 2006.)


 


Roberto Saviano Ŕ nato nel 1979 a Napoli, dove vive e lavora. Fa parte del gruppo di ricercatori dell'Osservatorio sulla camorra e l'illegalitÓ e collabora con "II Manifesto" e "Il Corriere del Mezzogiorno". Suoi racconti e reportage sono apparsi su "Nuovi Argo-menti", "Lo Straniero" e Nazionelndiana.com e si trovano inclusi in diverse antologie fra cui Best Off. Il meglio delle riviste letterarie italiane (Minimum fax 2005) e Napoli comincia a Scampia (L'Ancora del Mediterraneo 2005). Gomorra Ŕ il suo primo libro.



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