SCUSA, MI PUOI PASSARE IL SALE FINO?


Mauro Daltin



Elena era seduta a tavola davanti a un piatto di minestra. II vapore del brodo caldo saliva dal piano e raggiungeva il suo viso. Le lenti dei suoi piccoli occhiali da vista si offuscavano; allora spostava la testa finché tornava a vedere. Sorrideva e poi portava di nuovo la faccia dentro la nuvola.

C'era silenzio nella casa. Sul piatto di Massimo era appog­giato un coperchio e il vapore usciva solo in piccole quantità dai lati.

Elena riconobbe il rumore della macchina di Massimo.

Lui entrò, salutò Elena con un bacio e si sedette di fronte a lei. Tolse il coperchio e il vapore della minestra ancora calda si sparse attorno al suo viso, come se stesse aspettando impa­ziente di liberarsi nella stanza.

Elena lo fissava. Quando l'aveva baciato aveva percepito di nuovo quell'odore sulla sua camicia, sulla cravatta, sulla fac­cia, sul collo. Tutto il suo corpo era ricoperto da un inconfon­dibile odore di donna.

"Com'è andata oggi, Elena?" chiese Massimo senza alzare lo sguardo, intento a mangiare alcune fette di formaggio e di prosciutto, antipasto che avrebbe fatto raffreddare la mine­stra. Quando aveva quell'odore addosso non si rivolgeva a lei con la parola "amore". La chiamava semplicemente Elena.

Lei aveva preso nota di una serie di azioni e frasi che Massimo era solito dire in quei particolari giorni. Come una scolara diligente si era appuntata su un foglio tutte le scioc­chezze, 1e attenzioni mancate e quelle ingigantite a dismisura e senza motivo, le piccole abitudini mutate, gli occhi che non la guardavano.

"Bene" rispose lei.

"Anch'io, tutto sommato, non mi posso lamentare. Ho concluso l'articolo di cronaca di cui ti avevo parlato ieri. Penso sia un buon pezzo. Esce domani".

Elena non si ricordava di quale articolo si trattasse e l'e­spressione della sua faccia lo fece capire a Massimo.

"Non ricordi? Quello sull'estorsione ai due bar del centro. Non hanno individuato ancora tutti i componenti della banda, ma sono a un buon punto. Almeno così dicono gli inquirenti a noi della stampa".

"Sì, adesso ricordo..." rispose senza particolare interesse. In realtà non ricordava nulla. Di solito, non discuteva mai del suo lavoro, almeno non in modo così approfondito. Almeno non con lei.

Terminato l'antipasto, Massimo prese il cucchiaio e cominciò a mescolare la minestra. Avvicinò il cucchiaio alla bocca.

"Scusa, mi puoi passare il sale fino?" chiese facendo una smorfia. "È senza sale".

Elena si sentiva ripetere quella richiesta a ogni cena, ma, quando Massimo era intriso dell'odore della donna, aggiun­geva sempre l'ultimo inutile aggettivo. Fino.

"Ecco, Massimo, il sale fino. Vuoi anche il sale grosso? Magari condisci la minestra con entrambi" disse sbattendo il barattolo del sale davanti al piatto di Massimo.

"Ma che ti prende? Sei nervosa? Ho detto qualcosa che non dovevo dire?" chiese senza distrarsi dal dosaggio attento del sale che doveva essere distribuito uniforme sul piatto. Poi mescolò.

Elena non rispose. Morsicò più volte la mela appena sbuc­ciata. Rimase solo il torsolo nudo, ma lei continuò ad adden­tare con precisione la poca polpa gialla che rimaneva.

"Guarda che la mela è finita" disse Massimo mentre stava raccogliendo gli ultimi rimasugli di minestra.

Elena si alzò e gettò quello che rimaneva della mela nel bidone sotto il lavandino. Sentì la sedia di Massimo grattare contro il pavimento. La porta della sala si chiuse dietro di lui.
Elena camminò cercando di non far rumore fino alla porta e avvicinò l'orecchio alla maniglia. Massimo aveva acceso la televisione e si stava distendendo sul divano. Sentiva i gemiti di sollievo del marito che poteva finalmente allungare le gambe e rilassarsi.

Lei sparecchiò la tavola.

Apri un cassetto e tirò fuori un foglio e una penna. Era l'elenco delle azioni, delle parole e degli atteggiamenti che Massimo assumeva in queste particolari giornate. Sedici numeri in fila con a fianco una frase, a volte fra virgolette, a volte fra parentesi, a volte senza nulla.

Annotò altri tre numeri fino ad arrivare a diciannove. Al fianco del diciassette scrisse "articolo giornalistico", a fianco del diciotto "sale fino", con un'annotazione che rimandava ad altri numeri precedenti e, vicino al diciannove "amore".

Scrisse la data e rimise il foglio nel cassetto. Sorrise soddi­sfatta e aprì il rubinetto dell'acqua calda. Ammucchiò posate, bicchieri e piatti e li gettò a uno a uno nel lavandino pieno d'acqua calda. Sul piatto di Massimo c'erano due formiche che correvano con fatica. Si fermavano quando incontravano i rimasugli della minestra per poi riprendere la loro corsa senza regole. Elena si mise a fissare le formiche e si divertì nel vederle scontrarsi. Prendevano la rincorsa per qualche attimo e alla fine finivano per sbattere le loro teste al centro del piat­to. Si toccavano per un secondo e poi ricominciavano la rincorsa.

Elena prese il piatto e lo inclinò tenendolo, con l'indice, in posizione verticale. Le formiche sembravano non accorgersi della mutata posizione del piatto e continuavano la loro personale gara.

Elena appoggiò il piatto e impugnò un coltello. Lo sistemò in mezzo al piatto, dividendolo in questo modo in due semicerchi. Le formiche erano divise da questo ostacolo, ma non arrestarono il loro cammino. Presero la rincorsa ai bordi e si lanciarono nello stesso istante verso il centro finendo per sbattere la testa contro la lama. Rimasero immobili un secondo.

Era indifferente che ci fosse un'altra formica o un banale coltello. Elena si compiacque di questa scoperta sul compor­tamento delle due formiche.

Lavò i piatti, li asciugò e andò in camera.

Si distese sul letto, accese la lampada del comodino e aprì un libro. Si mise a leggere, ma non riusciva a dare un signifi­cato alle parole scritte sulla pagina. Chiuse il libro e si alzò per andare in bagno. Sentiva chiaramente i suoni che provenivano dalla televisione e immaginò Massimo assopito sul divano con il braccio penzolante e il telecomando in mano che sfio­rava il pavimento. Doveva trattarsi di un varietà. Il condutto­re stava presentando un ospite, probabilmente un cantante famoso. Adesso, invece, percepiva in modo chiaro la voce di un telecronista intento a commentare un'azione pericolosa di una partita di calcio.

Di li a poco Massimo si sarebbe alzato e avrebbe spento la televisione.

Elena si chiuse a chiave in bagno e, seduta sulla tazza del water, prese in mano una penna per concludere il cruciverba lasciato a metà il giorno prima.

Dopo un quarto d'ora lo aveva quasi terminato, mancavano tre o quattro definizioni di cui non aveva la minima idea. Massimo bussò alla porta del bagno.

"Elena, cosa stai facendo là dentro? Sono dieci minuti che aspetto".

"Ho finito, ho finito. Mi lavo i denti un attimo" rispose Elena che si mise a sfogliare la rivista fino ad arrivare alle pagi­ne delle soluzioni. Con il pollice teneva il segno mentre con l'altra mano riempiva le caselle bianche con le lettere suggerite.

Appoggiò la rivista sotto il termosifone e si alzò. Aprì il rubinetto e prese dal mobile accanto allo specchio il barattolo con gli spazzolini e il dentifricio. Chiuse per qualche istan­te l'acqua e si mise ad ascoltare i movimenti di Massimo che, nel frattempo, era ritornato nella stanza da letto.

Si lavò i denti con cura, si asciugò la faccia e aprì la porta.

Si trovò Massimo di fronte, assonnato e seccato per quell'inattesa perdita di tempo.

"Finalmente, pensavo ti fossi sentita male. Si può sapere cosa fate in bagno voi donne?"

Elena lo fissò e non rispose.

Aspettò che Massimo chiudesse a chiave la porta del bagno e si diresse verso la cucina. Riempì un bicchiere d'ac­qua e apri il cassetto. Estrasse il foglio con l'elenco e si appun­tò il numero venti. Scrisse: "Si può sapere cosa fate in bagno voi donne?"

Piegò il foglio e lo rimise nel cassetto.

Voi donne? Voi chi? pensava mentre tornava in camera da letto. Massimo era già disteso sul letto.

Elena si affiancò a lui e riprese il libro dal comodino.

L'odore era forte e aveva impregnato tutta la stanza. Massimo spense la sua luce e si coprì con le lenzuola fino alla gola. "Buonanotte" disse con gli occhi già chiusi.

"Buonanotte" rispose Elena.

Lesse per una decina di minuti, poi si mise a fissare il marito, caduto nello stato di dormiveglia che precede il sonno. Il respiro era regolare e profondo, interrotto ogni tanto da un lieve rumore nasale.

Elena avvicinò il naso alla testa di Massimo e inspirò. II collo emanava l'odore di un profumo che lei riconobbe. I'aveva utilizzato anche lei qualche anno prima, per alcuni mesi.

Prese le lenzuola tra il pollice e l'indice e cominciò a scoprire lentamente il corpo del marito. Si fermò quando Massimo si voltò per sistemarsi di lato, con la faccia rivolta al muro. Adesso stava dormendo.

Elena riprese a scoprire il marito. La pelle nuda di Massimo emanava l'odore di un'altra donna, ma lei reagì con indifferenza. Quando il corpo era libero e puro, invece, le procurava ancora dei brividi di eccitazione.

Si mise ad annusare la sua schiena. La sfiorò con le dita.

Adesso non inspirava solo l'odore di un'altra donna, ma l'o­dore del sesso di un'altra donna. Probabilmente aveva passato il pomeriggio con lei.

Ricoprì con cura il corpo di Massimo, scese dal letto e andò in cucina. Bevve un bicchiere d'acqua e andò nel salotto. Accese la televisione e si distese sul divano. Fece una car­rellata di tutti i programmi, dal primo al quarantanovesimo. Si fermò su una discussione politica, ma si annoiò e spense lo schermo.

Tornò in camera e si distese nuovamente. Spense la luce e chiuse gli occhi.

Riuscì ad addormentarsi a fatica.

La sveglia suonò alle otto e mezza; quella di Massimo era suonata un'ora prima e lui era già uscito per andare al lavoro. Elena rimase con gli occhi aperti per alcuni minuti.

L'odore non se ne era ancora andato. Si alzò, tirò la corda delle tapparelle con forza e spalancò la finestra. L'aria fredda entrò nella stanza e Elena rimase seduta sul letto con la faccia rivolta alla finestra. L'odore della notte e dell'altra donna si mischiavano con quello del nuovo giorno. Inspirava a pieni polmoni, alzando più che poteva il torace per poi lasciarlo cadere di colpo mentre espirava.

Disfò il letto levando prima le federe, poi le lenzuola e il copriletto. Appallottolò tutto in un grande mucchio che appoggiò in bagno vicino al cestino della biancheria.

Aprì l'armadio a muro e scelse le lenzuola pulite. Si mise a riordinare con cura il letto, che alla fine si presentò liscio e perfetto, privo di qualunque piega.

Lasciò la finestra aperta e si diresse in cucina. Mise sul fuoco la caffettiera e andò in salotto. Anche qui spalancò la finestra e levò il lenzuolo che copriva il divano.

Il brontolio della caffettiera distolse Elena dalla pulizia e le fece ricordare il caffè.

Rientrò in cucina quasi correndo. Spense il fuoco mentre gli occhiali le si appannarono per il vapore che usciva dalla caffettiera e il naso si riempiva del profumo di caffè. Riempì una tazzina e lo bevve a piccoli sorsi. Senza zucchero, al con­trario di Massimo che ne metteva due o tre cucchiaini.

Si accese una sigaretta mentre stava ritornando in camera. Chiuse la finestra e subito l'odore del fumo si impadronì della stanza. Si distese sul letto a fumare. Un po' di cenere le cadde sul copriletto. Si alzò cercando di mantenere la sigaretta ferma in posizione verticale e si avvicinò con la mano al posacenere appoggiato sul comodino.

Finì di fumare e andò in bagno. Aprì il rubinetto, si riem­pì le mani di acqua fredda e si lavò la faccia. Era il suo iter mattutino: caffè, sigaretta, acqua gelida sul viso e pulizia dei denti. Dopo questa serie di azioni, poteva cominciare a pro­grammare la giornata. Avesse saltato un solo passaggio, la giornata non sarebbe stata più la stessa.

Molto dipendeva da queste quattro semplici azioni. Dedicava a loro mezz'ora circa ogni mattina. Nessuna fretta era consentita e giustificata al suo risveglio.

Si lavò i denti. Il sapore di menta del dentifricio scacciò dalla bocca il gusto mescolato di caffè e di sigaretta. Si sentiva pulita con l'alito che profumava di menta. Era come se il fumo e il caffè fossero ancora legati alla notte mentre il den­tifricio rappresentasse il definitivo passaggio alla mattina.

Iniziò una nuova giornata senza quell'odore in casa e con il sapore di menta in bocca.




(Tratto dalla raccolta di racconti Latitanze , Besa editrice, Nardò, 2008.)





Mauro Daltin è nato nel 1976, in Friuli. Da anni lavora nell'editoria in vari ruoli. Ha fondato, insieme a Paolo Fichera, il quadrimestrale Pagina Zero Letteratura di frontiera. Latitanze è il suo primo libro di narrativa.

 


     
  Precedente       Successivo       Copertina